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“Grazie, Maestà”: di Marco Travaglio

giorgio-napolitano-ape10(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) Un giorno o l’altro, quando si potrà, nascerà il CVN: Comitato Vittime di Napolitano. E ci vorrà un palasport, forse uno stadio per contenerle tutte – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 08 novembre 2016, dal titolo “Grazie, Maestà” .

Un giorno o l’altro, quando si potrà, nascerà il CVN: Comitato Vittime di Napolitano. E ci vorrà un palasport, forse uno stadio per contenerle tutte. La prima in ordine di apparizione, anzi di sparizione, fu Romano Prodi: nel suo diario, l’ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa racconta quanti bastoni Re Giorgio mise fra le ruote del secondo governo del Professore, nato nel 2006 e prematuramente scomparso nel gennaio 2008 dopo un anno e mezzo di logoramento a opera dei mastelliani, dei diniani, del Pd veltroniano, di parte della sinistra radicale e soprattutto del Quirinale. Prodi fu poi indicato per acclamazione nel 2013 dall’assemblea dei parlamentari Pd come candidato alla Presidenza della Repubblica. Ma siccome bisognava rieleggere Napolitano per rieditare le larghe intese che mai il Prof avrebbe avallato dopo la loro bocciatura nelle urne, 101 e passa cecchini pidini lo impallinarono e spianarono la strada al ritorno del Re.

La seconda vittima è Silvio B., prima sorretto da Napolitano con varie forzature (tipo rinviare le mozioni di sfiducia delle opposizioni a dopo la Finanziaria del 2010, dandogli tempo e modo di comprare i parlamentari per neutralizzare la fuoruscita dei finiani), poi scaricato su pressione dell’Europa nel 2011.

La terza vittima è Mario Monti, estratto dal cilindro quirinalizio per il governo tecnico di larghe intese senza passare per le urne e poi incoraggiato a fondare un partito che – nelle speranze delle alte sfere italiane e internazionali – doveva prosciugare una parte dell’“antipolitica” presidiata dai 5Stelle. Così Monti, favorito per il Quirinale, divenne uomo di parte e si inimicò gli altri partiti giocandosi la poltronissima.

La quarta vittima è Pier Luigi Bersani, che nel 2013 aveva colto il messaggio uscito dalle urne: basta tecnici e larghe intese, basta governi partoriti dal Colle all’insaputa degli elettori, basta B. e voglia di rinnovamento (testimoniata dalla “non vittoria” del Pd e dal boom dei 5Stelle). Poi, complice la sua ostinazione nel voler guidare un governo di minoranza a cui il M5S avrebbe dovuto portare solo i voti, senza poter concordare il premier, i ministri e il programma, il suo tentativo fallì. Per la gioia di Napolitano, che i 5Stelle nell’area di governo o di maggioranza non li voleva, infatti subordinò la sua magnanima accettazione del bis alla rinascita delle larghe intese fra i tre partiti sconfitti alle elezioni (Pd, Pdl e Scelta civica), per tener fuori l’unico vincitore e stravolgere la Costituzione.

La quinta vittima è Enrico Letta, scelto da Napolitano&B. per le larghe intese e la controriforma costituzionale (i famosi “saggi”) e triturato in nove mesi prima da B. (che lo mollò dopo la condanna e l’espulsione dal Senato) e poi da Renzi e da tutto il partito, che lo scaricò nel febbraio 2014 d’intesa col solito Re Giorgio.

La sesta vittima rischia di essere Matteo Renzi. Eletto segretario del Pd alle primarie del 2013, scalpitava per andare subito al governo senza passare per le urne, ma Napolitano non ci sentiva. I due si erano già scontrati su amnistia&indulto, caldeggiati dal Colle e osteggiati dal neosegretario. Per entrare nelle grazie del sovrano, conoscendone la passione sfrenata per l’inciucio Pd-FI e la devastazione della Costituzione, Renzi incontrò subito B. al Nazareno per una Triplice Alleanza: larghe intese sottobanco; Italicum al posto del Consultellum; controriforma costituzionale. Per far contento il Presidente e tagliar fuori il M5S. Così ottenne il lasciapassare del Colle per il governo: baciando la sacra pantofola di re Giorgio, che all’Economia gli impose il ministro Padoan gradito all’Europa e gli depennò dalla casella della Giustizia l’incontrollabile Gratteri. Da Rottamatore dell’Ancien Régime, il gattopardo Matteo ne divenne il riciclatore. A costo di rinnegare tutte le sue parole d’ordine, adottando il programma di B. bocciato dagli elettori e facendo l’esatto contrario di quello del Pd con cui era stata eletta la sua maggioranza (peraltro drogata dal premio incostituzionale del Porcellum). E a costo di umiliare e perdere la sinistra interna, rimasta fedele agli impegni presi con gli elettori e prontamente rimpiazzata dai berlusconiani convertiti al seguito di Verdini. Renzi poi volle strafare, eleggendosi da solo un Presidente à la carte. E B. smise di votargli l’Italicum e la neo-Costituzione che avevano scritto insieme. Ma Re Giorgio pretendeva le schiforme come piedistallo marmoreo del suo monumento equestre da tramandare ai posteri. E Renzi le impose a colpi di maggioranza, con ogni sorta di ricatti e scorrettezze (le fiducie sull’Italicum, i canguri e le espulsioni dei dissidenti dalle commissioni in Senato sulla legge costituzionale).

Ora tutti i nodi vengono al pettine. L’Italicum, studiato per far vincere il Pd e perdere i 5Stelle, sortirebbe l’effetto contrario. E la nuova Costituzione rischia di esser bocciata dagli elettori (che mai l’hanno avallata). Così le si tenta tutte: modificare l’Italicum, rinviare il referendum, comprare i Sì, terrorizzare i No, cacciare i bersaniani come “traditori”. Ma i traditori sono Renzi e i suoi cari. Il programma Pd del 2013 diceva: “Dobbiamo sconfiggere l’ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando… La sola vera risposta al populismo è la partecipazione democratica”. E prometteva “l’applicazione corretta e integrale di quella Costituzione che rimane tra le più belle e avanzate del mondo”. Ma quando si comincia a calpestare la democrazia ribaltando il volere degli elettori, vale tutto. Anche i traditori che espellono i traditi.

 

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