Cronaca/Interno/Musica

Brani rari, video e molto rock progressivo. Arriva l’eredità dei primi Pink Floyd

In «The Early Years» 15 ore di video e 12 di musica con Syd Barrett

Una miscela sempre più rara che ora il monumentale box The Early Years 1965 – 1972 raccoglie in sette cd e dvd, con 15 ore di filmati spesso inediti e oltre 12 ore di musica con demo e brani live. Una delle opere più complete su di una band che siano mai state pubblicate (lo fa la Warner Music). Non è soltanto oggettivamente costosa (su Amazon è a quota 440 euro, tremila le copie stampate in Italia) ma è soprattutto esaustiva.

Se si vuol comprendere bene che cosa fossero i Pink Floyd con Syd Barrett, ossia una delle band più influenti della storia, questo è il biglietto ideale per iniziare il viaggio. Dai 20 brani mai ascoltati (come Vegetable man e In the beechwoods) fino ai cinque 45 giri in vinile con le copertine originali dell’epoca qui c’è tutto. Senza contare poi i video, che sono sensazionali perché imprevisti, persino dimenticati, talvolta mai visti. E fa un effetto quasi lisergico, a metà tra la malinconia e la curiosità straniata, vedere Syd Barrett nel 1967 cantare (con gli occhi già spiritati) unastralunata versione di Astronomy Domine. Suonava (benissimo) la chitarra, aveva una giacca con le maniche larghe e spioventi, ululava come posseduto da uno spirito sul piccolo palco di Look of the week della Bbc, mentre un barbuto, concentratissimo Nick Mason suonava la batteria con lo stesso stile marziale e sofisticato che lo ha reso uno dei batteristi più infuenti della storia.

«Abbiamo iniziato a suonare al college per divertimento, il nostro genere preferito era il rhythm’n’blues», spiega il bassista Roger Waters in una intervista al Randwick Race Couse di Sydney. «Per me tutte le influenze musicali arrivano dal subconscio, non sono capace di decifrarle, è tutta una roba inconscia», aggiunge Syd Barrett confermando senza volerlo quale sia stato l’abisso che lo ha inghiottito fino alla morte a 60 anni nel 2006. Questo megacofanetto ne è quasi il testamento musicale, confermandolo come uno dei «fondatori» del progressive rock, non ché uno dei personaggi più emblematici e indecifrabili della musica leggera contemporanea. Dopotutto i primi Pink Floyd sono stati a sua immagine e somiglianza, spericolati e coltissimi, privi di barriere stilistiche al punto da suonare senza pubblico a Pompei e a inscenare uno spettacolo con i ballerini di Roland Petit (bellissimi i video che si vedono nella sezione dedicata al 1972).

Un gruppo fuori dal normale che tra il 1969 e il 1970 registrò una parte della colonna sonora di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni: un’impresa che qui viene documentata per la prima volta con tutte le versioni remixate e aggiornate delle sette canzoni composte per l’occasione.

Ma ciò che colpisce in questa babele di suoni e immagini è la clamorosa varietà del repertorio, oltre che la sua unicità. In un’epoca, come questa, nella quale quasi tutti gli artisti cantano/suonano le proprie canzoni sempre allo stesso modo, l’abitudine dei Pink Floyd di cambiarle sempre, improvvisando, sbagliando, correggendo e migliorando concerto dopo concerto è semplicemente sbalorditiva. Oltre che esemplare.

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