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Babele nel centrodestra, a.a.a. cercasi un regista

Gira e rigira, il pallino è sempre nella mani di Silvio Berlusconi e ci resterà anche dopo il referendum. Nella Lega cova il fuoco sotto la cenere

E’ il tallone d’Achille del fronte del No, inutile nasconderlo, e a meno di un mese dall’apertura delle urne il problema invece di sgretolarsi, si intensifica. Ed è così riassumibile: mentre nel Pd è in atto una guerra tra Matteo Renzi ed i suoi oppositori talmente aspra da oscurare le altre componenti del centrosinistra e perfino il merito delle ragioni per il Sì; nel centrodestra fanno mostra di marciare compatti per il No. Solo che ognuno lo fa sotto la sua bandiera e il risultato finale è una babele di linguaggi e prospettive: «La riedizione della gioiosa macchina da guerra di Occhetto», motteggia l’ex presidente del Senato e alfiere del Sì, Marcello Pera. La cosa che salta più all’occhio è che in quella babele è assente il Timoniere. Manca cioè una leadership condivisa: quelle che sono in campo giocano a vicendevolmente delegittimarsi. La riprova è nell’invito che Matteo Salvini ha fatto a Grillo e D’Alema affinché partecipino alla manifestazione del Carroccio sabato a Firenze. Dal secondo solo silenzio; per il primo ha risposto in sua vece Luigi Di Maio: «No grazie, non siamo interessati alle accozzaglie». Controreplica salviniana: «Ok, restino pure nei loro salotti».

Marciare divisi per colpire uniti, come predicava Mao Tsedong? Non esattamente. Il punto è che il No riunisce tante forze e personaggi in alcuni casi lontani e politicamente opposti, senza che al suo interno si sviluppi una leadership capace di egemonia. Eppure se il No prevale ci sarà bisogno che una specifica capacità di guida si imponga, visto che si tratterà di pilotare fino all’approdo la barca della legislatura una volta privata del suo nocchiero che sta a palazzo Chigi. Il tasto è dolente in particolare per quel che concerne il centrodestra classicamente inteso. I Cinquestelle, infatti, null’altro altro interesse hanno se non di giocare di rimessa, e più i partiti tradizionali si mischiano o si azzuffano più i grillini sono convinti di lucrare consensi. Quanto questo gioco sia davvero fruttuoso si vedrà: per ora è così.

Il vero buco nero del centrodestra non è tanto o solo la declinante presa di Silvio Berlusconi e la granitica risolutezza del vecchio leader di non mollarla, quanto la confusione sulla prospettiva politica e il conseguente azzeramento di progettualità. Le vecchie parole d’ordine su diminuzione delle tasse o maggiore federalismo sono usurate; di nuove non se ne sentono e quelle che fanno capolino, come ad esempio l’atteggiamento verso l’Europa, sono dinamite divisiva: meglio non toccare. Nelle sue apparizioni ormai solo via cavo, il fondatore di Forza Italia si spende per bocciare le riforme renziane assicurando che una volta tolte di mezzo sarà necessario «tutti assieme» metterne nero su bianco di più incisive. Ma si guarda bene dall’indicarne anche una sola: il rischio è che, appunto, salti tutto.

Logico che in questo quadro ognuno giochi per conto suo: peccato che sia una pluralità che invece di rafforzare, debilita. Logico anche che ogni leader o presunto tale sgomiti per imporsi. Salvini punzecchia sostenendo che la Lega, sondaggi alla mano, è il primo partito e tocca a lei indicare il senso di marcia. Salvo poi zittirsi quando i numeri indicano mutamenti anche sostanziali di gerarchia. La Meloni cerca spazi non sempre trovandoli; Stefano Parisi fa scouting perfino di posti di governo, senza che però nessuno abbia finora avuto contezza della consistenza della sua base elettorale. Sempre che ci sia, beninteso.

Tant’è. La campagna elettorale “contro”, come sanno tutti, è più facile e scorrevole di ogni altra. Solo che anch’essa ha un traguardo: le urne. Una volta chiuse le quali, tocca alla politica agire.
Il risultato è che l’aggregato che ha i numeri per essere vincente, inesorabilmente rischia di sfrangiarsi o, peggio, disintegrarsi una volta centrato l’obiettivo: è anche di questo che l’antipolitica si nutre.
Gira e rigira, il pallino era e resta nelle mani di Berlusconi sia adesso che per il dopo referendum. Scontata la ricerca di una interlocuzione con il Pd renziano: per arrivare dove, si vedrà. Ma Silvio dovrà anche stare attento a non diventare lui stesso elemento di divisione. Gli alti e bassi nel rapporto con Salvini non promettono nulla di buono, e la traiettoria di Parisi andrà delineata con maggior precisione. E’ possibile che in caso di vittoria del No le spinte nel Carroccio per ritrovare unità d’intenti con FI si moltiplichino. Ma, per forza di cose e conseguentemente, anche le tensioni. In un perenne gioco a incastro che non si incastra mai: è il destino del centrodestra, riluttante ad abbandonare il vecchio schema. Quello del ’94, per intenderci. Dove troverebbe posto, sempre che ne abbia voglia, perfino il figliol prodigo Angelino Alfano.

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