Cronaca/Inchieste/Interno

La Gabanelli spacca la bottiglia di Prosecco in testa ai vignaioli

prosecco-850814(Gian Antonio Stella per il Corriere della Sera) – L’altra faccia del Prosecco oggi su Rai3 con Report: dalla battaglia dell’omonima contrada triestina che vorrebbe almeno una fettina del business da due miliardi di euro all’abuso di pesticidi tra le viti. La bolla delle bollicine rischia di venir bucata?

Dopo le polemiche tra gli stessi viticoltori sull’ eccesso di produzione di prosecco, che ha inondato il pianeta, «Report» lancia due sassate. Sull’ abuso di pesticidi utilizzati per le ormai sconfinate distese di vigneti.

E sul nome stesso di quello che oggi è il vino più «alla moda» del mondo: gli abitanti della contrada triestina di Prosecco, che grazie al «loro» toponimo hanno permesso di strappare all’Europa il divieto per chiunque altro di incollare sulle bottiglie l’ambitissima etichetta, sbuffa perché vorrebbe avere almeno una fettina del business da due miliardi di euro. Pretesa cui i padroni del Prosecco rispondono a muso duro: mai.

Le accuse ai produttori sui pesticidi, liquidate come «puttanate» dal presidente del settore vitivinicolo di Confcooperative Corrado Giacomini, non sono inedite. I giornali locali, i social network, vari comitati di cittadini battono e ribattono da anni. Le testimonianze raccolte da Bernardo Iovene e Carla Falzone per la trasmissione di Milena Gabanelli, in onda oggi su Rai3, però, tolgono il fiato. E a dispetto delle parole delle autorità sanitarie per le quali «il notevole uso di prodotti fitosanitari in questa Ulss non ha comportato comunque un aumento delle patologie», le immagini seminano dubbi e inquietudini.

Completamente circondato da filari di viti che un tempo (quando non occupavano ogni centimetro quadrato) erano cantati da Andrea Zanzotto come una «cartolina degli dei», l’ ingegner Luciano Bortolamiol si è barricato in casa con le finestre chiuse e un sistema di filtri e bocchettoni che gli puliscono l’aria. Deve difendersi dai trattori che passano su e giù spargendo nuvole di pesticidi: «La nebulizzazione arriva soprattutto la sera, quando il vento viene dalla pianura verso la collina. E qua si crepa».

Daniela Castiglione, mentre il reporter mostra Farra di Soligo dove le case sono disabitate perché «le famiglie che abitavano in questo borgo sono andate via», spiega: «Su sei famiglie due morti di tumore alle ovaie, due con endometriosi e un Parkinson. E un altro tumore ai bambini». E accusa: «Qui sotto è pieno di falde acquifere inquinate. Ho visto coi miei occhi lavare le taniche dei prodotti nell’ acqua. Mentre passano le mamme con i passeggini irrorano. L’ ho visto io, miliardi di volte. Ho abitato 15 anni qua.

La zona qui dietro era tutto bosco. Piano piano è stata disboscata. Qui c’ era biodiversità, qui c’ era il gelso. C’ era il mais. C’ erano i pascoli. C’ erano gli alberi da noce». Adesso solo vigne, vigne, vigne. Per carità, Dio benedica il Prosecco che ha permesso alla gente di Valdobbiadene, di Follina, di questi colli ancora qua e là meravigliosi di lasciarsi alle spalle l’ emigrazione, la disoccupazione, la miseria.

Come quella raccontata dal medico di Conegliano Luigi Alpago Novello agli sgoccioli dell’800: «Gli individui di una famiglia di contadini son valutati in ragione dell’ utile che apportano. La morte di quelli che sono impotenti o poco adatti al lavoro o giacciono a letto da qualche tempo è un fatto che ha minore importanza e cagiona molte volte minor dolore della morte, non dirò di un grosso animale bovino, ma di una semplice pecora».

È stato una fortuna, il boom del Prosecco. Che perfino nel 2012, anno di lacrime e suicidi per l’imprenditoria italiana e veneta, mostrò un aumento sbalorditivo del 15% dell’ export e permise a migliaia di famiglie di respirare. Ma come un eccesso di capannoni sfregiò l’entusiasmante successo imprenditoriale del Nordest, gli eccessi della monocultura del Prosecco dovrebbero far riflettere i cantori del trionfo delle bollicine venete.

Stando ai dati ufficiali raccolti da «Report», nel 2015 ben 15 mila aziende e 527 cantine sparse nelle province di Treviso, Padova, Vicenza, Belluno, Venezia, Pordenone, Udine, Gorizia, Trieste, hanno prodotto 438.698.000 bottiglie per un fatturato di due miliardi e 100 milioni di euro. Evviva. Si tratta, però, di meno di cinque euro a bottiglia: se c’ è chi le vende a venti euro, c’ è chi le svende online a un euro e 80 centesimi.

Ne vale la pena? Vale la pena di infettare il buon nome di un grande vino per l’ ingordigia di qualche bulimico imprenditore gettatosi negli ultimi anni ad arraffare ettari e ettari di terreni anche dove mai nei secoli si era fatto Prosecco con la ferma intenzione di fare soldi, soldi, soldi e scartando a priori i metodi «bio» perché spargere veleni chimici (magari nei limiti generosamente fissati dalla legge: ma chimici) costa di meno?

C on le «irroratrici» i trattamenti delle vigne, spiega Bernardo Iovene, «sono permessi fino a 20 metri da strade e case nel periodo estivo e a 30 metri in primavera». Lo stesso reportage, però, mostra come le prescrizioni siano troppo spesso violate. Ai danni dei produttori più seri, che finiscono per essere messi nel mazzo, ma soprattutto dei cittadini che vivono lì. Bambini delle materne compresi: «Spruzzano le viti ogni tre, quattro giorni. Indifferentemente se i bambini sono fuori o no. Sabato hanno buttato il diserbante», racconta Alina, «Si sentiva un odore molto strano in gola e un fastidio agli occhi…»

Una signora sospira: è assediata da quattro diversi proprietari che innaffiano in quattro giorni diversi: «Dovremmo tenere dentro i bambini per quattro giorni a settimana, non aprire le finestre per quattro giorni a settimana, non stendere il bucato per quattro giorni a settimana…». Un incubo. Sullo sfondo incombe un altro nuvolone. Nel 2009, per non correre il rischio che altri cercassero di abbeverarsi alla fonte d’ oro, l’ allora ministro dell’ agricoltura Luca Zaia ebbe una pensata: legare il nome del vino a un luogo fisico che inchiodasse la Ue a riconoscere quel vino come unico e inimitabile. C’ era, un po’ fuori mano, la frazione di Prosecco.

Sul Carso. «Il problema è che loro hanno un vitigno che si chiama Glera», spiega Milena Gabanelli nel servizio, «ma qui entra in azione il grande genio di Zaia, che stabilisce per decreto che Glera è sinonimo di Prosecco, Prosecco non è più il nome di una vite, ma di un posto, e quindi bisogna tirarlo dentro, estendendo le zone di produzione dalle colline di Treviso fino alla Venezia Giulia passando dalle lagune…».

Una furbata, per i critici. Intelligenza, per i produttori. Fatto sta che, a distanza di anni, la gente di Prosecco dice di non aver avuto quanto concordato. E pretende l’ 1% di copyright. Tanti soldi, su un fatturato di due miliardi: «Sennò ci riprendiamo il nome». I veneti, per ora, rispondono marameo. Certo, se dopo il Tocai (oggi ungherese: esclusiva) dovessero perdere pure il Prosecco …

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