Cronaca/Interno/Politica

Aridateci Berlusconi!

berlusconi-dimissioni-794770(Paolo Bracalini per il Giornale) – Cinque anni esatti dalla fine del governo Berlusconi, rovesciato e sostituito a Palazzo Chigi il 16 novembre 2011, l’ultimo premier espresso da un voto popolare. «Una giornata di liberazione dell’Italia» la definì Bersani, allora segretario del Pd e prossimo candidato premier, però mai diventato tale.

Da quel novembre in poi infatti, come ricorda sempre il leader di Forza Italia, si sono alternati tre governi frutto della regia di Giorgio Napolitano: l’esecutivo tecnico guidato da Mario Monti, nominato senatore a vita dall’allora presidente della Repubblica pochi giorni prima dell’investitura a premier, fortemente voluto in quel ruolo da Sarkozy e Merkel (le risatine a Cannes); poi il governo Letta come soluzione trovata ancora dal Quirinale alla «non vittoria» del Pd bersaniano, infine sostituito in corsa – sempre su input del Colle – con Matteo Renzi, fresco vincitore delle primarie Pd neppure parlamentare, nel febbraio 2014.

«Napolitano ha salvato l’Italia da una deriva greca» commentò poi il premier Monti, «Monti ha salvato il Paese che era sull’ orlo del baratro» fu invece il commento di chi trovò nel professore bocconiano la via più breve per far fuori l’odiato Cavaliere, in sella da troppi anni.

«Mi sono dimesso per senso di responsabilità e dello Stato – fu invece il messaggio di Berlusconi nelle ore successive, molto tese e per certi aspetti drammatiche – per evitare all’Italia un nuovo attacco della speculazione finanziaria, senza mai essere stato sfiduciato dal Parlamento alla Camera e al Senato dove abbiamo la fiducia».

I numeri in effetti erano quelli. Se si eccettua lo spread, divenuto in quei giorni l’arbitro della politica italiana e schizzato – nella ricostruzione storica fatta poi dall’ex premier – anche per effetto di manovre speculative sui titoli di Stato italiani (ad opera di banche tedesche), tutti valori dell’economia reale raccontano una storia diversa.

Archiviato (almeno in parte) il clima d’odio antiberlusconiano, esploso in quei giorni con le urla e le monetine lanciate all’uscita del Quirinale, dopo cinque anni si possono confrontare con minor livore i numeri dell’economia nazionale nel 2011 e quella attuale per vedere un peggioramento generalizzato.

La disoccupazione dall’8,4% del 2011, è salita al 10,5% negli ultimi mesi del governo «salva-conti» di Monti, per arrivare all’ 11,7% del settembre 2016. Peggio ancora al Sud, tema ricorrente nello storytelling renziano, dove però la disoccupazione è passata, in cinque anni, dal 13% al 19%.

Italia sull’orlo del baratro? Il dato allora più allarmante, cioè l’alto debito pubblico (con annessi interessi miliardari), nel 2011 era a 1.908 miliardi di euro, nel 2016 abbiamo sfondato l’ennesimo record toccando i 2.212 miliardi, con un rapporto debito/Pil pari al 132,3% (era al 116%).

Le tasse, altro tema delicato su cui Renzi insiste («Finché resto premier si abbassano, non si alzano»). La pressione fiscale, una piovra che stritola imprese, professionisti e famiglie, è passata dal 41,6% nell’ ultimo anno del governo Berlusconi all’ attuale 43,4%. Cifra ufficiale drogata dal calcolo del Pil sommerso, frutto di attività irregolari, perché senza questo trucco la pressione fiscale reale – come nota la Cgia di Mestre – è del 49%. Interessante anche il confronto tra i consumi dell’ Italia sotto Berlusconi nel «terribile» 2011, più alti (1,328 contro 1,312 miliardi) di quelli dell’«Italia che riparte» di Renzi. Stessa parabola per gli investimenti, e soprattutto le costruzioni, crollate dal 2011 al 2016. Una storia tutta da scrivere, o riscrivere.

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