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Vittorio Feltri: “Silvio ne fa fuori un altro”

renzi-berlusconi-grande-326825(Vittorio Feltri per Libero Quotidiano) – Se il centrosinistra rischia di finire fuori strada, il centrodestra ci è già finito e per rimetterlo in pista ci vorrebbe il carro attrezzi che lo trasporti nell’ officina dello sfasciacarrozze. Ormai la politica è l’ unico luogo dove ci si diverte, come gli autoscontri che ci deliziavano da bambini. Il lettore leggendo queste note sentirà il bisogno di assumere un digestivo. Perché le vicende che vi narriamo contro voglia fanno (perdonate il verbo) vomitare.

Il nuovo leader di Forza Italia è già vecchio, talmente vecchio da essere agonizzante e pronto per la sepoltura. Sissignori, Stefano Parisi è stato fucilato da colui che lo aveva promosso salvatore della patria. Berlusconi gli ha sparato un colpo e non lo vuole più tra i piedi. Perché? Silvio lo giudica inadatto al ruolo che egli stesso gli aveva assegnato, quello di restauratore del partito, giudicato obsoleto, pieno zeppo di gente senza spessore, intenta soltanto a salvare la poltrona e incapace di ridare slancio all’ organizzazione deputata a raccogliere consensi tra gli elettori.

Peccato che fosse stato lo stesso Cavaliere a scegliere il «quasi sindaco di Milano» per compiere il miracolo di resuscitare il centrodestra. Il fondatore si è accorto ben presto che il povero Parisi non è ben visto dalla stragrande maggioranza degli azzurri, i quali infatti, come se lo sono ritrovati quale capo non hanno fatto altro che osteggiarlo qualsiasi iniziativa prendesse.

Constatata questa situazione conflittuale, Berlusconi si è convinto della necessità di cambiare registro e manico. E ha fatto secco l’ innocente Stefano senza neanche dargli il benservito. Prima lo ha issato sugli altari e poi gli ha rifilato un calcio nel didietro buttandolo giù.

Ha ragione o ha torto? Avrebbe ragione se avesse una soluzione di riserva. Non avendola, ha torto perché adesso gli tocca cominciare in prima persona a ricostruire un partito ridotto a rudere manco fosse stato distrutto dal terremoto, anzi, da un sisma periodico e ripetitivo che ha travolto e massacrato chiunque: da Casini a Fini, Alfano, Fitto e Verdini, per citare i più importanti. Stecchito anche Parisi, Forza Italia è diventata più magra di Fassino e sembra l’ effigie della morte improvvisa.

Nel suo simbolo manca soltanto la falce per presentarsi alle urne in rappresentanza degli zombie.

La domanda, come diceva Biscardi quando era in auge, ora è questa: che ne sarà dei berluscones? A occhio e croce sono destinati ad andare a ramengo, visto che il leader superstite è Berlusconi stesso, un ottuagenario troppo intelligente per pigliarsi sul serio quale condottiero dotato ancora di energie tali da consentirgli di vincere una competizione elettorale. Forza Italia, d’ altronde, conciata com’ è, non può presentarsi in pompa magna a eventuali (improbabili) consultazioni: al massimo, avrà facoltà di bussare alle porte delle pompe funebri.

Dispiace dire queste cose, la verità è dolorosa per chi la dice quanto per chi la ascolta. Ma Silvio non è autorizzato a pensare che Salvini accetti di ubbidire ai suoi ordini, se non altro perché egli ha più voti di lui e rifiuterà di essere arruolato nelle truppe di Arcore. Idem la Meloni.

I comandanti della Lega e dei Fratelli d’ Italia preferiscono perdere da soli che non al rimorchio del Cavaliere, col quale hanno già perso abbastanza per rassegnarsi a farlo ancora. Ecco perché il centrodestra non ha speranze: si è dissolto per mancanza di soci disposti a versare sangue per l’ anziano direttore d’ orchestra, cui in pratica è venuta meno l’ orchestra e non suona più gli avversari ma solo gli ex amici.

Questo è il punto. Il resto sono soltanto virgole ininfluenti. Silvio non è in grado di contare nemmeno su Toti, considerato tardivo salviniano, cioè uno che pensa ai fatti suoi e non più a quelli di chi fu il suo datore di lavoro. Che tristezza lo sfascio di Forza Italia, la cui debolezza è la forza calante di Matteo Renzi. La lotta per la guida del Paese si riduce a due soggetti in crisi, Renzi e Berlusconi. Il terzo incomodo è Grillo, che sarebbe già morto se gli altri due non lo avessero tenuto in vita.

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