Cronaca/Inchieste/Interno

La riscossa dei linguisti contro gli inutili anglicismi

L’Itanglish è sempre più fuori controllo. Come l’uso di parole d’Oltremanica. Troppo spesso superflue. Adesso anche il progressista De Mauro si ribella.

tullio-mauro-161117211238_medium(di Annalisa Terranova – lettera43.it) – L’itanglish è una via di mezzo tra l’italiano e l’inglese, una disarmonica macedonia che non dovrebbe piacere a noi e che dovrebbe far ridere loro. Invece da noi spopola.
Mentre anche le misure del governo vengono tradotte in un inglese spesso approssimativo: il campionario è vasto, e va dal question time al fertility day passando per la spending review, per raggiungere livelli paradossali nei manifesti di arruolamento della Marina italiana con l’invito Be cool and join the Navy.
E vogliamo ricordare il fiorire di assessorati alla New Economy? O il Jobs Act? O la exit strategy di cui questo o quel politico ha sempre assoluta necessità?
LO TSUNAMI DEGLI ANGLISMI. Va detto che, per non evocare le campagne per l’autarchia linguistica dell’epoca fascista, in genere l’assorbimento dei cosiddetti forestierismi non è stato mai denunciato a dovere.
La massima disinvoltura nell’accoglienza di termini inglesi si è accompagnata a un massimo disinteresse per le regole di sintassi, grammatica, ortografia. Ma ora siamo appunto al livello di guardia, all’emergenza, e così anche un intellettuale progressista come Tullio De Mauro si schiera contro lo «tsunami degli anglismi» e invoca una rinnovata coscienza linguistica degli italiani.
Lo fa firmando la prefazione a un libro di Gabriele Valle, che ha raccolto 500 anglicismi e ne ha fatto la storia, riconvertendoli all’italiano.
Un lavoro iniziato in Rete con il sito Italiano urgente, nato nel 2012, che prende a modello la lingua spagnola per introdurre nel lessico un neologismo che eviti l’uso del termine inglese (Gabriele Valle, Italiano urgente, Reverdito, pp. 464, euro 18).
UN FENOMENO GIÀ VISTO. Che cosa significa che l’italiano è in uno stato di emergenza?
Lo svizzero Ferdinand de Saussure sosteneva che ogni lingua è al centro di due forze: una centripeta, che oppone resistenza ai mutamenti, e una centrifuga, che invece li favorisce.
Oggi è la seconda che ha preso il sopravvento, stravolgendo quell’equilibrio naturale attraverso cui un idioma si conserva e si tramanda.
L’inglese, si rammarica Valle, è da noi visto come «un portentoso talismano che incanta tutto ciò che nomina».
Un bene o un male? In verità la resistenza all’invasione dei forestierismi non è affatto nuova, basti ricordare che Paolo Monelli nel 1933 nel suo Barbaro dominio prendeva di mira 500 esotismi (soprattutto francesismi) per bandirli dalla lingua italiana.
Una battaglia ripresa nel 1987 dal filologo livornese Arrigo Castellani nel suo Morbus anglicus, dove veniva proposta una linea di condotta pratica cui attenersi per l’uso della parola straniera: se riempie un vuoto la si adotti senza indugio, altrimenti non si cada nel provincialismo.

Insostituibili oppure superflui? La carica degli anglicismi

Senza dubbio ora alcuni anglicismi ci sembreranno ormai insostituibili.
Prendiamo l’outlet. Si avrà il coraggio di chiamarlo ‘punto vendita’?
Dovremmo invece stare attenti quando usiamo outing, perché il termine non significa ‘rivelare la propria omosessualità’ (coming out in inglese) ma ‘rivelare l’omosessualità di una persona importante’.
In italiano ci vogliono quattro parole per sostituire l’espressione: ‘tirare fuori dall’armadio’.
50 SFUMATURE DI STEP. Ci rassegneremo allora all’uso della parola chat ma non a quello del termine catering, che non vuol dire altro che ‘ristorazione’.
Da tenere presente anche che è più raffinata l’espressione “boutique erotica” al posto di sex shop e per chiamare le persone con il loro vero nome è preferibile “molestatore” a stalker.
A volte al posto di una sola parola abbiamo a disposizione un’ampia scelta: possiamo dire ‘tappa’, ‘fase’, ‘stadio’, ‘scalino’, ad esempio, per evitare l’uso dell’inflazionatissimo step.
E ancora: “ora felice” è espressione più solare di happy hour mentre “sostegno” è preferibile a endorsement, che peraltro in inglese ha un senso preciso che lo confina in ambito bancario.
Ancora, si può fare a meno di coach (‘allenatore’), class action (‘denuncia collettiva’), abstract (‘riassunto’), stepchild adoption (‘adozione del figliastro’) senza spingersi fino a dire ‘polpetta’ al posto di hamburger.

Nell’85 usavamo 400 vocaboli su un patrimonio minimo di 3 mila

L’esperimento ha un suo fascino soprattutto per i professionisti della comunicazione, per i quali l’uso delle parole può divenire un meccanismo creativo e non codificato dagli usi di massa.
Lo scopo non è solo quello di arginare l’itanglish o di confinarlo in uno spazio ristretto che non possa nuocere alla ricchezza dell’italiano.
CESARE MARCHI DOCET. Al di là e oltre ogni recriminazione di tipo meramente nazionalistico, infatti, prendersi cura dell’italiano significa prendere a cuore la propria storia.
Più di 30 anni fa Cesare Marchi, in un godibile libretto dal titolo Impariamo l’italiano, faceva notare che all’epoca – eravamo nel 1985 – il cittadino medio disponeva di soli 400 vocaboli pro-capite per esprimersi.
Eppure il nostro lessico fondamentale è costituito da un patrimonio minimo di 2 mila.
L’EFFETTO SOCIAL MEDIA. E non esistevano ancora i social media, che hanno quasi definitivamente ucciso, con il congiuntivo, anche i pronomi “egli” ed “esso”.
E dunque già allora Marchi invitava gli italiani a tornare a essere «utenti dell’alfabeto». Frequentare la Rete ci mette in relazione con linguaggi poveri o complessi, è una nostra scelta.
Ma c’è una strada maestra per imparare quanto è ricco l’italiano ed è consultare il vocabolario.
«Viviamo giustamente orgogliosi in un regime di libertà di parola, ma com’è possibile esercitarla se ne conosciamo così poche?», ironizzava Marchi.
MA NON TORNIAMO AL LATINORUM. Possedere le parole significa possedere la realtà: lo sapevano scrittori prolifici come Gabriele D’Annunzio, che dedicava giorni allo studio del vocabolario, e innovatori come Filippo Tomaso Marinetti, che con il suo nuovo linguaggio futurista voleva fare la rivoluzione.
Possedere un buon italiano non ci rende automaticamente buoni cittadini ma sicuramente più consapevoli della tradizione in cui, volenti o nolenti, siamo inseriti. Purché non si ecceda nell’erudizione, e ci si tenga lontani dal modello degli aristotelici adoratori di parole, criticati da Pietro Verri già due secoli fa.
In pratica, non liberiamoci dell’itanglish per tornare al latinorum. Sarebbe un’imperdonabile occasione persa.
Twitter @annalterranova

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