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Referendum, cittadini e politica ancora più lontani. Una scintilla violenta?

ELEZIONI: I PRECEDENTI DELLE DATE DEL VOTO. IL 6 APRILE SI VOTO' NEL 1992 E NEL 1924, IL 13 MAI(Di Massimo Falcioni – affaritaliani.it) – Per Matteo Renzi, dopo mille giorni di governo con tanti annunci e pochi fatti, la storia si fa il 4 dicembre e tutto ruota attorno a quella fatidica data. Idem per i suoi avversari. I nodi da sciogliere che angustiano gli italiani possono aspettare.

A due settimane dal voto del referendum, nel confronto fra i due schieramenti, a dominare non è il ragionamento nel merito della riforma costituzionale ma la corda sempre più tesa, la “demonizzazione” degli avversari, il tentativo di avvelenare i pozzi, pronti col “colpo in canna”, per il dopo 4 dicembre. Il tutto nel solito gioco delle “tre carte” con l’obiettivo, per leader e partiti, di strumentalizzare e utilizzare questa situazione a proprio vantaggio.

Nessuno coglie i rischi di questa impostazione avvitata in una lotta di casta, per il potere. La gente, disgustata e disorientata, lancia messaggi inequivocabili, pronta a disertare in massa le urne del 4 dicembre, un passaggio che allarga ancor di più il fossato fra cittadini e politica.

C’è chi, come l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia lancia l’allarme, limitandosi a criticare il metodo: “E’ uno scazzo che finisce in rissa”. Ma il rischio non è solo quello di alzare la voce o di spintonarsi a vicenda. C’è il pericolo che la situazione sfoci in una deriva fuori controllo, fino alla violenza organizzata, di stampo “ideologico”, un rischio per la sicurezza e per la democrazia. L’ex direttore de l’Unità Peppino Caldarola teme il peggio: “La relazione fra un clima incandescente in cui ogni avversario è un nemico e ogni amico non allineato è un avversario può spingere moltissimi giovani a pensare che le strade della politica sono talmente piene di detriti che è meglio trovarne altre. Violente”. Ecco.

Esternazioni esagerate? Tutt’altro. Non cominciò così, fatte le dovute differenze, l’escalation violenta negli anni ’70 poi esplosa con il terrorismo delle BR? Quella “guerra” insanguinò il Paese  e fu vinta soprattutto grazie al senso di responsabilità e di unità delle forze politiche e istituzionali e alla attiva partecipazione dei cittadini isolando dopo non poche incertezze e connivenze (a sinistra), specie nelle fabbriche, il germe della violenza terroristica.

La politica nostrana non pare cogliere le lezioni, né quelle del passato né quelle del presente, come l’elezione della “canaglia” Trump: gli americani lo hanno votato per bocciare l’establishment soffocante e arrogante, per riprendersi voce e peso politico e sociale, per avere “sicurezza” e “ordine”. Un rischioso bluff? Forse. Ma il segnale del “Non ne possiamo più” è chiaro e l’onda lunga sarà presto in Europa e in Italia, dove è per prima la politica a vivere nel “disordine”, incapace di mettere ordine nel Paese. Tutto l’iter, nonché la sostanza, della stessa riforma per cui si vota il 4 dicembre è l’emblema del disordine Made in Italy, un tassello dell’incapacità del palazzo – a cominciare dal governo e dal Parlamento – di far fronte non solo alle (vere) riforme ma ai problemi quotidiani della nazione.

C’è un sistema malato, con un alto tasso di corruzione, sferzato da un’ondata di antipolitica che questo stesso sistema ha contribuito a creare e che tutt’ora alimenta. Non c’è una vera opera di risanamento né tanto meno l’azione rinnovatrice e di trasformazione indispensabili per uscire dalla crisi. Ciò – insieme a tutta la mala politica – crea i germi nefasti dell’antipolitica. Quell’antipolitica che trova nell’estremismo xenofobo e razzista di un Salvini e nell’estremismo velleitario della “piazza pulita” di un Grillo terreno fertile per l’estremismo, prima parolaio, ma poi di ben altra natura. Per dare l’alt a populismo e demagogia, per non lasciare spazio al germe della violenza, ci vogliono fatti, esempi, non sermoni o promesse. La gente vuole sicurezza e ordine. Gli italiani sono stanchi di lassismo, menzogne e ipocrisie, di mezze verità, vogliono partecipare alle grandi scelte, non delegarle all’uomo della provvidenza. E non si può dire sì a tutti, a cominciare dagli immigrati, un dramma che non si risolve con i piagnistei, la retorica moralistica e la politica tappabuchi. Di questo passo si alimenta sfiducia, malcontento, rassegnazione, risposte inconsulte.

A chi fa comodo tutto questo? Sul referendum serviva un confronto di merito non roteando la clava di ricatti di vario tipo o agitando lo spauracchio dei mercati come ha fatto poche ore fa Bankitalia o come ancor peggio fa il premier seminando catastrofismo politico ed economico in caso di sconfitta del SI, con l’ultima sparata di ieri: “Se vince il NO sale lo spread”. Premier governo, maggioranza vogliono far passare la “loro” Costituzione per una questione di potere. Tutto qui. Così anche le necessarie riforme costituzionali si perdono nel bla-bla della politica, nella lotta di casta e il voto del 4 dicembre diventa, oltre una occasione persa, un altro cuneo di divisione nel Paese, addirittura la scintilla che può degenerare in fiamma senza controllo.

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