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Alessandro Sallusti: “I cortigiani e il cuoco del re”

massimo-bottura_1500x1000( ilgiornale.it) – Il segnale tanto atteso è arrivato. Ora abbiamo una ragionevole certezza che il «no» vincerà il referendum.

Alla causa del «sì», già compromessa dalle minacce e dalle ridicole lusinghe messe in campo, mancava solo il bacio della morte che ieri si è materializzato nelle parole di Massimo Bottura, il cuoco tre stelle e trecento euro minimo a coperto, vino escluso: «Se vince il no – ha detto tra le altre cose in una lunga intervista al Corriere della Sera – penso che mi trasferirò all’estero».

Non ho nulla contro la patata tartufata e il bollito-non-bollito che lo chef numero uno al mondo sforna per pochi fortunati nella mitica Osteria Francescana di Modena. Semmai il contrario. Ma c’è una regola ferrea per cui ogni volta che un vip radical chic minaccia di espatriare in caso di sconfitta elettorale dei suoi amici, puntualmente per loro la partita è persa. È successo per esempio con Umberto Eco che aveva annunciato l’esilio se alle elezioni del 2006 avesse vinto Berlusconi e, più di recente, a Robert De Niro, che ha giurato di espatriare (in Italia) dopo il successo di Donald Trump.

Ovviamente, e purtroppo, nulla di tutto ciò è successo. Eco è morto nel suo letto di Milano, e De Niro (alla pari di Madonna e tanti altri) continuerà a macinare dollari in America. Per cui, ne sono certo, anche Bottura resterà a cucinare in quel di Modena tutta la vita, certi sapori non sono spostabili e tanto meno esportabili. Ma da oggi i suoi piatti avranno un retrogusto amaro, quello della banalità, del politicamente corretto, del servilismo verso il potente di turno, che in questo caso è l’amico Matteo Renzi. Che diavolo c’entrano i ravioli con il modo di eleggere i senatori? Che voti «sì» senza ricatti e minacce che portano solo sfiga e lasciano indifferenti milioni di persone che nel suo locale non si possono permettere neppure un caffè.

Bottura è indubbiamente un’eccellenza italiana. Lo è per il suo talento ma anche perché questo Paese gli ha dato, nel bene e nel male, gli strumenti e l’opportunità di diventare ciò che è. Lo rispetti, rispetti la democrazia. E se proprio non ne può più di noi, sbaracchi senza scomodare la politica, che sarebbe più dignitoso. Io comunque prenoto due posti per metà gennaio. Troverò aperto, e non perché vincerà il «sì», ma perché gli affari sono affari. Anche a tavola.

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