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Terremoto: ricostruzione e prevenzione? Solo incentivi fiscali. E se passa il decreto chi guadagna poco non ne ha diritto

terremoto-norcia(di – ilfattoquotidiano.it) – Guadagni poco? Se hai avuto la casa danneggiata o distrutta dal terremoto del Centro Italia, dovrai ricostruirla a tue spese. Il paradosso nasce dal fatto che i contributi economici ai privati messi in campo dal governo con il decreto “Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dal sisma del 24 agosto”, ora all’esame della commissione Bilancio del Senato, prendono la forma di detrazioni fiscali, cioè sconti sulle imposte. Ma chi è incapiente, cioè ha un reddito talmente basso (meno di 8mila euro l’anno) che non paga l’Irpef, di quello sconto non può godere. Anche tra quanti l’imposta sul reddito la pagano, poi, ce ne sono molti che non guadagnano abbastanza da beneficiare per intero dello sgravio. E lo stesso problema si pone per il sisma-bonus, il meccanismo previsto dalla legge di Bilancio per invogliare gli italiani a ristrutturare la propria abitazione con criteri antisismici. Il grande piano di messa in sicurezza e prevenzione annunciato da Matteo Renzi parte dunque anch’esso con le armi spuntate. Per fortuna se n’è accorto il Parlamento, che esaminando il decreto e la manovra ha proposto alcuni correttivi. Resta da vedere se l’esecutivo ne terrà conto e se gli emendamenti alla legge di Bilancio saranno approvati. “In termini di efficacia sarebbe stato meglio un intervento diretto dello Stato“, commenta con ilfattoquotidiano.it Massimiliano Sironi, presidente della commissione Diritto tributario nazionale dell’Ordine dei commercialisti ed esperti contabili di Milano. “Ma è evidente che avrebbe avuto un impatto ben diverso sul bilancio“. Le detrazioni consentono infatti di spalmare gli oneri per le casse pubbliche su ben 30 anni.

“Con le attività economiche ferme da agosto i redditi caleranno. E beneficiare degli sgravi sarà più difficile” – Partiamo dall’aspetto più urgente, quello della ricostruzione. Il decreto del 18 ottobre stabilisce che per affrontare le spese i terremotati debbano chiedere a una banca un finanziamento agevolato, da restituire in un massimo di 25 anni. In cambio otterranno appunto un “credito di imposta, fruibile esclusivamente in compensazione“, pari a capitale, interessi e spese. Starà all’Agenzia delle Entrate stabilire, con un provvedimento da emanare entro il 17 novembre, “le modalità di fruizione del credito”. Ma è chiaro che gli incapienti – categoria in cui ricadono ben 10 milioni di italiani, il 16% della popolazione – del credito di imposta non possono beneficiare. E anche chi ricade nel primo scaglione Irpef, a cui corrisponde una tassazione annua di circa 3.500 euro, se ha subìto molti danni rischia di non poter ammortizzare del tutto la rata del prestito. Considerato che lo scorso anno i redditi medi dichiarati dagli abitanti di Abruzzo, Marche e Umbria si sono attestati intorno ai 19mila euro (22mila per i laziali, ma le zone colpite sono tra le più povere della regione) salta all’occhio che molti terremotati resteranno scoperti. Anche perché, ricorda Sironi, “nelle aree terremotate tante attività economiche sono ferme da fine agosto, quando c’è stata la prima scossa, per cui la prossima dichiarazione dei redditi di quei contribuenti ne risentirà pesantemente”.

La commissione Finanze: “Consentire la cessione del credito alla banca” – Per questo, secondo il commercialista, “il meccanismo della detrazione non sembra il migliore, se l’obiettivo è la ricostruzione”, continua Sironi. “Prevede troppi limiti e requisiti”. Una possibile soluzione l’ha proposta la commissione Finanze del Senato: nel parere sul decreto i deputati hanno inserito tra le osservazioni la richiesta che sia garantita “la fruizione effettiva” dello sgravio consentendo “che il credito d’imposta sia utilizzato dal beneficiario del finanziamento per corrispondere alla banca le rate di rimborso del finanziamento stesso”. La facoltà di cedere il credito agli intermediari finanziari, secondo i membri della commissione, andrebbe “specificata con disposizione di rango primario” per “scongiurare in partenza l’eventualità che il contribuente non possa fruire del credito d’imposta per incapienza, così come che debbano essere versate le rate del finanziamento nell’attesa che il credito di imposta maturi in dichiarazione dei redditi”. La palla, dunque, torna nel campo dell’esecutivo, che potrà accogliere o meno l’osservazione.

Anche il sisma bonus per la messa in sicurezza parte in salita – L’altro nodo riguarda la messa in sicurezza dell’intero patrimonio immobiliare della Penisola. Renzi l’ha ripetuto anche alla Leopolda: “Al centro dell’agenda politica è l’idea che l’Italia torni ad avere una strategia di prevenzione per le prossime generazioni”. Una strada obbligata, considerato che secondo l’Istat ci sono 1,9 milioni di case nelle aree a maggior rischio di terremoti (“zona 1”) e oltre la metà sono state costruite prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica. Da qui la scelta di prorogare fino al 2021 il cosiddetto sisma bonus, cioè le detrazioni sulle spese sostenute per interventi antisismici, e aumentarne il valore. La legge di Bilancio stabilisce che dall’anno prossimo lo sgravio salga dal 65% attualmente in vigore al 70% se gli interventi comportano il passaggio alla classe di rischio inferiore e all’80% se il miglioramento è di due classi di rischio. Nei due casi le detrazioni sono ulteriormente maggiorate (rispettivamente 75 e 85%) se i lavori riguardano le parti comuni di un condominio.

Le agevolazioni sono spalmate su “cinque quote annuali di pari importo”. Dunque se si spendono, poniamo, 30mila euro per un intervento importante che dà diritto a un 70% di sgravio, si potranno detrarre dalle tasse 4.200 euro l’anno per cinque anni. Ma per godere interamente del beneficio serve un reddito superiore ai 19mila euro annui: sotto quella cifra l’Irpef complessiva risulterà inferiore alla detrazione disponibile.

Paletti strettissimi per chi non ha i soldi per pagare i lavori – Non solo: a monte, ovviamente, occorre avere i soldi per pagare chi fa i lavori. Il problema, anche in questo caso, si potrebbe risolvere consentendo a chi non li ha di cedere il credito di imposta alla banca a cui dovrà chiedere un finanziamento. Ma la manovra consente la cessione solo “ai fornitori che hanno effettuato gli interventi nonché a soggetti privati, con la possibilità che il credito sia successivamente cedibile” e unicamente per gli interventi sulle parti comuni condominiali. Insomma: lo sgravio può essere “girato” all’impresa a cui si affidano i lavori, in cambio di uno sconto equivalente, o a un altro contribuente “capiente”, cioè con un reddito alto e molte tasse da pagare. Probabilmente un parente che ha contribuito alle spese. Rimane esclusa la “cessione ad istituti di credito e intermediari finanziari“. Se non ci saranno modifiche, spiega Sironi, difficilmente il nuovo sisma bonus sarà un successo: “Difficile che un fornitore accetti di anticipare i soldi per i materiali e aspetti fino all’esercizio successivo per rientrare dalla spesa attraverso la detrazione. E comunque questa opzione vale solo per i condomini, che nei piccoli centri sono in minoranza rispetto a villette e case indipendenti”. Alcuni emendamenti alla legge di Bilancio presentati in commissione Finanze chiedono che anche i privati possano cedere la detrazione e che sia consentito girarla alle banche. Si vedrà se le proposte di modifica saranno approvate dalla commissione Bilancio, che ha iniziato a votare sugli emendamenti domenica 20 novembre e sta procedendo a tappe forzate perché il ddl possa arrivare in Aula prima della settimana di stop pre-elettorale. Governo e maggioranza potrebbero a loro volta introdurre emendamenti ad hoc.

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