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La campagna milionaria per convincere gli italiani a votare Sì

Manifesti, spot e pubblicità. Secondo un’interrogazione di Sinistra Italiana, il fronte del Sì avrebbe speso 10 milioni di euro per la campagna referendaria. Il comitato del No ha investito 300mila euro, come i Cinque Stelle. Il comitato di Guzzetta è il più sobrio: neanche 10mila euro

 

manifesti(di Marco Sarti , Alessandro Franzi  – linkiesta.it) – Manifesti, depliant e volantini. Comizi e spazi pubblicitari. Anche questa campagna referendaria ha costretto comitati e partiti politici a mettere mano al portafogli. Ognuno secondo le proprie possibilità. Per convincere gli elettori c’è chi ha speso poche migliaia di euro e chi ha investito milioni. Come il fronte del Sì alla riforma. Così, almeno, si evince da una stima presentata pochi giorni fa in Parlamento. È un’interrogazione dei deputati di Sinistra Italiana a fare i conti in tasca al comitato Basta Un Sì e al Partito democratico che lo sostiene. «Ad oggi – si legge nel documento – la spesa presumibile per la campagna referendaria ammonterebbe a circa 10.000.000 di euro». Una bella somma, non c’è che dire. Ma come si arriva alla cifra totale? L’interrogazione scende nei dettagli. Solo le lettere inviate ai circa 4 milioni di italiani iscritti nelle liste elettorali all’estero sarebbero costate circa un milione di euro. Questo secondo una ricostruzione fatta dagli interroganti, che hanno calcolato «le tariffe reperibili sul sito di Poste Italiane e di altri operatori italiani ed esteri» e le spese di stampa dell’opuscolo.

Altri 2,7 milioni di euro, continua l’interrogazione, sarebbero stati investiti dal Pd e dai gruppi parlamentari dem di Camera e Senato per consulenze, produzione e diffusione di mezzi di propaganda a favore del Comitato Basta un Sì. Cifre raccolte, così si legge, «dalle notizie di stampa e da dichiarazioni rese da esponenti del Partito democratico». La voce più importante, però, riguarda i depliant che pochi giorni fa il premier Matteo Renzi ha annunciato di voler inviare a tutti gli italiani. Circa 26 milioni di famiglie. «Il cui costo, secondo una stima approssimativa sempre elaborata dagli interroganti, ammonterebbe ad un importo non inferiore ai 6.500.000 di euro». Le cifre sono alte, le spese tutte da dimostrare. «I nostri numeri sono chiari – risponde il portavoce del comitato Basta un Sì, Rudy Calvo – Abbiamo ottenuto 500mila euro di rimborsi, avendo raccolto altrettante firme». È quanto prevede la legge 3 giugno 1999, n. 157. «E il resto – conclude – è crowdfunding aggiornato in tempo reale sul nostro sito». A una settimana dalla fine della campagna referendaria, le donazioni sono arrivate a poco meno di 500mila euro. In totale, quindi, un milione di euro circa. A cui va aggiunto il sostegno del Partito democratico.

Conoscere le cifre precise delle singole campagne referendarie non è facile. Come si legge nell’interrogazione di Sinistra Italiana, le attuali normative «non prevedono alcuna forma di rendiconto delle spese e dei finanziamenti, né tantomeno alcuna forma di controllo e verifica, come invece previsto per le spese elettorali di partiti e movimenti politici». Il comitato per il No presieduto dal professor Alessandro Pace conta di investire 300mila euro al massimo. È la cifra raccolta in questi mesi dalle donazioni private. «Se escludiamo un’ottantina di grandi sostenitori, che hanno versato mille euro ciascuno, si tratta di piccole donazioni, da 5 a 100 euro», racconta Antonello Falomi, tesoriere del comitato. Alla fine dell’estate erano stati raccolti 180mila euro, il resto è arrivato negli ultimi due mesi. «Sono fondi esclusivamente privati. Di cui possiamo garantire la massima trasparenza e tracciabilità». Denaro investito principalmente per l’ideazione, stampa e distribuzione di manifesti. A cui si aggiungono le spese di affissione. Nei prossimi giorni il comitato ha predisposto una serie di spot elettorali che andranno in onda sulle televisioni locali. Altri fondi, infine, sono stati messi a disposizione della comunicazione online, con risultati davvero invidiabili. Nell’ultimo mese la pagina Facebook del comitato per il No ha registrato oltre 62 milioni di visualizzazioni da parte di 12 milioni di persone. Oltre un milione di cittadini ha interagito con la pagina. «Ma è evidente la disparità – continua Falomi – Noi possiamo fare una campagna ridotta rispetto a un avversario che ha investito molto più denaro e può contare su una maggiore visibilità».

Il Movimento Cinque Stelle ha investito più o meno la stessa cifra, 300mila euro. Una parte dei fondi arriva dai gruppi parlamentari grillini, ma la maggior parte sono il frutto di donazioni e piccoli finanziamenti privati. «Circa 50mila euro sono serviti per stampare volantini e manifesti», racconta il deputato Andrea Cecconi, presidente del gruppo pentastellato. Si tratta di 1,2 milioni di volantini e 200mila manifesti. Per gli spazi pubblicitari si è puntato sui trasporti pubblici locali. Privilegiando gli autobus di quattro grandi città italiane: Roma, Torino, Firenze e Genova. Buona parte delle spese, infine, è stata destinata all’organizzazione degli eventi sul territorio. Con particolare attenzione al grande appuntamento di Torino, che il 2 dicembre chiuderà la campagna referendaria a Cinque Stelle.

La Lega di Matteo Salvini, sempre sul fronte del No, la grande manifestazione di piazza l’ha invece organizzata a metà della campagna referendaria. A Firenze. E l’organizzazione è ricompresa nella spesa complessiva della mobilitazione per il 4 dicembre, che è simile ma inferiore a quella dei 5 Stelle: circa 200mila euro, dicono da via Bellerio. Anche in questo caso ci sono i costi di volantini e manifesti, oltre che di incontri pubblici da nord a sud. Ma anche quelli del camper marchiato “Io voto No” che sta accompagnando il tour. I fondi, spiegano dalla Lega, provengono soprattutto dalla segreteria federale (cioè nazionale) e da quelle nazionali (ovvero regionali). Il premio per la campagna referendaria più economica, però, spetta al comitato InSìeme Sì Cambia, presieduto dal professor Giovanni Guzzetta. Una campagna totalmente autofinanziata. Tra viaggi e iniziative sul territorio, raccontano gli interessati, le spese sostenute non arrivano a diecimila euro. Perché a volte i soldi non fanno la felicità, e nemmeno le campagne elettorali.

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