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Perché se vince il Sì per Renzi è peggio

Renzi e il rischio lose-lose

renzi__e_una_profezia_nera_(http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it) – Chiedo scusa se in questo post parlo soprattutto delle conseguenze politiciste e a breve termine di questo referendum.

Ho detto più volte – e qui lo ripeto – che il 4 dicembre andiamo a votare su una Costituzione che potrebbe durare decenni, non sul governo dei prossimi otto-dieci mesi. E, cercando di guardare lontano, penso pertanto che se vincesse il Sì a un certo punto ci ritroveremmo a rimpiangere la vecchia Costituzione: ad esempio, se un giorno diventasse premier un Trump, un Orban, una Le Pen.

È cosa ovvia – basta leggere la riforma – e chiedo quindi ai miei lettori democratici (in tutti i sensi) che votano Sì: se fra 5-10 anni qui da noi le elezioni fossero vinte da un Trump, un Orban o una Le Pen, vi sentireste più tranquilli dei contrappesi previsti dalla Carta attuale (che ha circoscritto benissimo uno come Berlusconi) oppure con la Costituzione Renzi-Boschi? Ci pensino e rispondano nella loro coscienza, andando oltre l’imminente simpatia di partito o di leader, se credono.

Detto questo, sì: per quanto meno importante (lo ribadisco, per il futuro dell’Italia è meno importante) c’è anche la questione di più breve termine, che riguarda cioè gli equilibri politici del subito dopo, di quest’ultimo scorcio di legislatura e di quella successiva.

In proposito l’altro giorno ho letto un interessante articolo di Jacopo Basili, su Gli Stati generali, secondo il quale comunque vada il 4 dicembre sarà una vittoria di Renzi: perché se vince il Sì, lui prende tutto; se invece vince il No ha comunque fondato un suo “partito” nel Paese,  con un consenso tutto suo che anche se fosse del 40-45 per cento sarebbe comunque al centro di ogni futuro equilibrio politico perché composto da un elettorato molto ampio e ben coeso attorno a lui, mentre fuori ci sono solo forze inconciliabili tra loro (la famosa “accozzaglia”, anche se Basili – più educatamente – non usa questo termine brandito invece dal quotidiano del suo partito).

La mia opinione è tuttavia opposta a quella di Basile. Se lui pensa che per Renzi il 4/12 sarà “win-win”, io invece penso che ci sia un discreto rischio di “lose-lose”.

Nell’ipotesi che il 4 dicembre il Sì perda, oltre alla evidente sconfitta d’immagine e rispetto alle opposizioni, ci sarà anche da affrontare quella interna al Pd.

Vale a dire il cambiamento dei rapporti di forza con quella che passa sotto il nome di “minoranza dem” e si è schierata quasi tutta per il No.

Questa componente, oggi marginalizzata, uscirebbe rafforzatissima dentro il partito.

Questo potrebbe portare a sua volta a far traballare le correnti non renziane che però al momento sostengono Renzi: tipo quella (numerosa in Parlamento) di Franceschini, che è noto per stare sempre dalla parte del vincitore e ha già saltato il fosso un paio di volte (da Veltroni a Bersani e da Bersani a Renzi).

Con tutti questi, se perde il referendum, Renzi dovrà mediare – attività nella quale è assai meno ferrato rispetto al comandare – e nell’immediato si troverà al bivio se sostenere o meno un governo Pd non guidato da lui (bensì dai vari Grasso, Bordini, Padoan, Delrio etc). Nel caso in cui non lo sostenesse e ottenesse elezioni anticipate, non potrebbe più nemmeno scegliere le liste da solo – eliminando i rompiballe – così come ha intenzione di fare; e comunque arriverebbe alle elezioni da segretario sconfitto e sotto scacco, destinandosi a un’ulteriore e peggiore sconfitta.

Ma tutto questo è abbastanza ovvio.

Meno intuitivi sono i problemi che Renzi incontrerebbe se vincesse il Sì. Eppure sono altrettanto seri.

Nel caso vincesse il referendum – d’accordo – Renzi avrebbe fatto fuori la minoranza dem. Su questo sono d’accordo con Basili. D’Alema e gli altri musi lunghi non conterebbero più una cippa nel partito. Il Pd – per usare un acronimo inventato da Ilvo Diamanti – diventerebbe definitivamente il Pdr, il partito di Renzi.

A quel punto però il Renzi vincitore avrebbe due possibilità: o andare a elezioni la prossima primavera (sperando di mettere a incasso la vittoria referendaria) o governare ancora un anno e mezzo, portando la legislatura alla sua scadenza naturale.

La prima opzione sarebbe un azzardo, certo, ma di quelli che a Renzi piacciono: e in fondo sarebbe appena uscito vincitore da un altro azzardo, quindi non è affatto escluso che si getti anche in questo, anzi.

In questo caso ci sono due ipotesi. O si vota con l’Italicum attuale oppure (vuoi perché la Consulta lo boccia, vuoi per la paura di perdere al ballottaggio), l’Italicum viene cambiato e non c’è più il premio di maggioranza.

Se si vota in primavera con l’Italicum attuale, si arriva al ballottaggio perché nessun partito raggiungerebbe il 40 per cento al primo turno. Ed è altissima la probabilità che al ballottaggio Renzi perda, come avvenuto a Roma e Torino. La maggioranza del Sì al referendum, se il 4 dicembre fosse tale, sarebbe infatti comunque composita, irrobustita da elettori di centrodestra o comunque non renziani. Insomma, non si trasformerebbe meccanicamente in una maggioranza politica per Renzi. Che tra l’altro perderebbe (invece) una parte dei consensi di coloro che di solito votano Pd ma il 4 dicembre erano per il No, quindi sono freschi di “asfaltamento”.

Se invece si vota in primavera ma con un Italicum molto rivisto (cioè senza più premio di maggioranza), tutta la narrazione referendaria renziana crolla: non è più vero che “la sera delle elezioni si sa chi ha vinto”, non è più vero che “finisce il potere di ricatto delle coalizioni”, non è più vero niente. Paradossalmente, avendo vinto un referendum Renzi ci porterebbe al voto con un sistema opposto alla narrazione con cui ha vinto il referendum. Probabile che ne paghi il fio in termini di consenso, ma se anche racimolasse una maggioranza, dovrebbe poi ricominciare a governare con pezzi di centrodestra – e la forza centripeta della sua vittoria referendaria gliene porterebbe in dote anche di nuovi (mezza Forza Italia sta già andando lì e il tramonto di Berlusconi rafforzerà questa tendenza).

Saremmo quindi al “tanti insieme contro il M5S”. Il che garantirebbe il massimo della rendita politica a quello contro cui sono i “tanti altri” e il massimo della ricattabilità a chi comanda la ciurma (“l’accozzaglia”, che paradosso) di maggioranza. Il progetto renziano sarebbe sostanzialmente fallito, Renzi sarebbe un premier dipendente ogni giorno dai suoi sodali di centrodestra – e alla macchina dell’ossigeno.

Peggio ancora, per Renzi, sarebbe se invece decidesse di aspettare e di portare a termine la legislatura.

Esaurita la spinta propulsiva della vittoria al referendum, arriverebbe infatti al 2018 con una liability totale e priva di alibi per la situazione sociale in cui ci troveremo allora – e le prospettive economiche sono tutt’altro che rosee, di quelle lavorative meglio non parlare. In altre parole, l’atteggiamento degli elettori sarebbe: ti abbiamo dato tutto, anche la vittoria al referendum, insomma ti abbiamo lasciato solo al comando: com’è che siamo ancora nella merda?

Queste, a mio avviso, le prospettive probabili.

Che hanno mille sottovarianti, certo, ma sono quelle di base.

Ho impressione che spesso le simpatie per questo o quest’altro protagonista della politica non ci aiuti a vederle. Ma a essere politicamente privi di un riferimento preciso, e quindi emotivamente più distaccati, ci sarà pure qualche vantaggio, no?

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