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Castro, il dittatore che piacque all’Occidente

castro(Marcello Veneziani) – Fidel Castro era l’ultimo mito politico vivente nel mondo, vicario in terra di un altro grande mito, Che Guevara, e ultimo erede di una grande utopia che ha permeato e insanguinato il mondo e il novecento più di ogni altro regime, il comunismo. A vederlo, riverito da Pontefici e grandi della terra, presentato in Tv come un’icona leggendaria col suo alone mitico e la sua barba, il suo sigaro, il suo berretto, i suoi stivaloni, la sua divisa verde da guerriglia e da passeggio, ti poteva sembrare un generoso Babbo Natale del comunismo, una figura di idealista puro e di rivoluzionario ardito, amante del suo pueblo.

Castro ha goduto di un’indulgenza plenaria e planetaria che non ha avuto nessun altro caudillo o dittatore. E non a caso è morto nel suo letto, come tutti i dittatori del comunismo, da Lenin a Stalin, da Mao ai satrapi dell’est sovietico e del sud-est asiatico. Ha goduto di buona fama mediatica nonostante la miseria e la repressione a Cuba, le migliaia di fughe all’estero dei suoi abitanti, il cinismo con cui Fidel usò la leggenda di Che Guevara.

Guevara fu per lui un intralcio, un ingombro: era stato pessimo governatore della banca e pessimo ministro dell’industria a Cuba, introdusse i campi di concentramento per i nemici del regime, e fu un giacobino abbagliato dal sogno della purezza rivoluzionaria. Castro invece doveva governare, pensare alle canne da zucchero più che alle canne pensanti – per dirla con Pascal. La sua morte, per giunta eroica, sul campo, come un martire e un combattente, fu per Fidel una liberazione: Guevara gli servì più da morto che da vivo. Pessimo ministro ma gran mito. Poi il ’68 concorse a portare ambedue sugli altari della gioventù occidentale.

Ne seppe qualcosa il “nostro” Feltrinelli. Castro era un avvocato che aveva studiato dai gesuiti, e questo fece forse scattare ancor più l’empatia col gesuita argentino Papa Francesco che accorse a visitarlo. Il tramonto di Fidel Castro è stato assai più lungo di un crepuscolo tropicale. Da anni lo davano per declinante e moribondo, ma è arrivato a novant’anni.

Sulla sua revoluciòn si posò un’aureola di socialismo allegro, di marxismo danzante, burbero e gioviale, fantasioso e giovanile. Il merito di questa immagine amena e frizzante è dovuto al tempo in cui fu fabbricato il suo mito, quando la sinistra mondiale, scottata dal comunismo sovietico, cercava miti alternativi sull’onda della Contestazione globale. E al luogo esotico in cui avvenne, all’indole popolare dei cubani, non certo all’ideologia marx-leninista e al suo lìder maximo. È difficile applicare il rigore mortuario della Siberia all’estate permanente dei Caraibi e ad un popolo che danza tra le palme, è felice con nulla ed è naturalmente portato a una vita spensierata e leggera.

Se poi si aggiunge il mito romantico del Che, morto prima di vedere gli effetti della sua utopia, i sigari de L’Avana, il mito alcolico-letterario di Hemingway a Cuba (che comunque visse a Cuba prima della dittatura di Castro) e l’immagine folcloristica di Fidel, frutto imbalsamato della passione giovanile di molti sessantottini e rivoluzionari, allora ti spieghi la ragione della buona fama della sua Cuba.

Ma questa è la rappresentazione. La realtà parla invece di un paese impoverito e represso, dove molti dissidenti andavano in galera solo perché ritenuti “potenzialmente pericolosi”, molti furono torturati nella scarsa attenzione delle organizzazioni umanitarie, tanti scapparono e ora esultano per la sua morte, deplorati dai radical d’occidente. E poi il mercato nero e il cibo razionato, perfino il divieto di navigare su internet; anche a Cuba come in ogni luogo della terra, il comunismo si è fondato sull’apparato poliziesco.

Per un momento Cuba rischiò di diventare l’epicentro della terza guerra mondiale perché due leader mondiali che avevano la fama di buoni, il democratico Kennedy e il comunista Kruscev, stavano degenerando in un conflitto proprio davanti alla Baia dei Porci, a Cuba. L’Urss sosteneva Castro e lo riforniva di armi e supporti di ogni tipo; gli Usa erano preoccupati di avere un vicino che fungeva da cavallo di Troia dell’impero sovietico, a due passi da casa; così il “pacifista” Kennedy arrivò a un passo dalla guerra nei Caraibi. Poi dal caldo tropicale spuntò la guerra fredda.

Del castrismo restano due lasciti grotteschi ed uno serio. Il primo è quello di un regime comunista che si perpetua per via dinastica e familistica, come una qualsiasi monarchia o dittatura della repubblica di Bananas, lasciando a un fratello minore, Raul, che ha solo cinque anni meno di Fidel, il compito di continuare il regime. Bell’esempio di sfiducia nel popolo e nel partito e di familismo dittatoriale. L’altro lascito è più grottesco del primo: la Cuba degli anni ‘60, mito della liberazione popolare e meta dei militanti della rivoluzione, è divenuta nel tempo paradiso della liberazione sessuale e meta dei militanti dell’eros, inclusi i vecchi maiali dell’occidente capitalista e opulento.

Il mito di Cuba si condensa in un long drink, metà esotico e metà statunitense, il Cuba libre. Un tempo se dicevi Cuba libre pensavi a un giornale rivoluzionario di fine anni venti o pensavi alla rivoluzione di Castro nel nome della libertà: poi la libertà a Cuba si rifugiò in un aperitivo a base di coca cola, rum bianco e lime… In questo Cuba è davvero il paradigma della sinistra rivoluzionaria nel mondo, la descrizione pittoresca della sua parabola: fallita come rivoluzione sociale si riscatta come rivoluzione sessuale e drink radical chic; dalla fabbrica si trasferisce in camera da letto, L’Avana si fa capitale del turismo sessuale. Il comunismo voleva liberare gli oppressi, il cubaismo liberò i repressi.

È quel che in altri modi fa la sinistra in tutto l’occidente, che non attacca più il capitale e i privilegi e non difende più i proletari e i poveri ma difende le oligarchie e si accanisce contro la famiglia, la nascita e la religione; non promette più equità sociale e giustizia economica ma diritti nuziali a lesbiche, gay e trans, uteri in affitto, aborti liberi, adozioni omosessuali e magari diritti civili estesi agli animali.

L’unica eredità notevole di Fidel Castro è la resistenza agli Stati Uniti, il sogno nazionale e popolare di un paese autonomo anche se non libero, rispetto a un Impero (ma complice rispetto a un altro impero più lontano), diventato faro e modello per i popoli dell’America latina che rifiutavano di farsi colonizzare. Prima tra tutti l’Argentina di Peron che non a caso celebrò El Che alla sua morte come un patriota, peraltro argentino di nascita. E ultimo il Venezuela di Chavez. Mi trovai a Caracas quando scoccavano i 50 anni della Rivoluzione di Castro e posso testimoniare che il Venezuela festeggiò quella ricorrenza come se fosse una sua festa nazionale.

Caduto il comunismo, di Fidel resta il mito di un Capo che ha suscitato il nazionalismo popolare, anche grazie al duro embargo subito negli anni. Come un Mussolini tropicale, alle prese con le sanzioni, le plutocrazie e l’autarchia. Ma il comunismo a Cuba, dopo la rivoluzione e la repressione, andò a puttane. Prostrato dal comunismo, si prostituì al capitalismo.

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