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“Pare”: di Marco Travaglio

renzi2-economist(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) Oddio, l’Economist dice che bisogna votare No. Panico nelle redazioni. Che fare per sminuire la notizia che il noto settimanale indipendente britannico, già in prima linea contro B. che lo chiamava “Ecomunist”e paragonava il suo direttore Bill Emmott a Lenin, dice peste e corna della controriforma Boschi, più o meno con gli stessi argomenti del Fatto, e sostiene che non sarebbe poi una gran tragedia per l’umanità se Renzi andasse a casa? Ad aggravare la situazione ci sono alcuni fatti collaterali – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 26 novembre 2016, dal titolo “Pare. 1) Il primo azionista della rivista è casa Agnelli, anche se i giornalisti sono blindati nella loro autonomia da uno statuto a prova di interferenza. 2) Gli Agnelli controllano pure due giornaloni spalmatissimi sul Sì: Stampa e Repubblica (e fino all’altroieri il Corriere). 3) Proprio l’altroieri Marchionne ha confermato, casomai fosse sfuggito, che sta con Renzi e dunque col Sì. Equiparare l’Economist all’Accozzaglia o al populismo grillino o salviniano pare eccessivo. E allora, giù con la vaselina. Repubblica titola restando seria che, sì, “l’Economist si schiera: ‘Meglio se vince il No’”, però “la redazione si divide”. “Da una parte la direttrice Zanny Minton Beddoes e alcuni giovani editorialisti”, pischelletti che non sanno come gira il mondo; “dall’altra il corrispondente dall’Italia, i responsabili dei servizi sull’Europa e altri analisti”, scettici sul “terzo endorsement sconfitto nelle urne” dopo quelli anti-Brexit e pro-Hillary. Dal che si deduce, nell’ordine, che: a) la linea politica non deve deciderla il direttore, ma un referendum permanente tra redattori e corrispondenti; b) un giornale autorevole non scrive ciò che pensa, ma salta sul carro del vincitore; c) al referendum vince certamente il Sì; d) siccome la redazione è divisa, l’editoriale dell’Economist vale meno. In ogni caso la cosa “non preoccupa Renzi”, perché i ventriloqui di Repubblica gli han sentito pronunciare frasi del tipo: “Poteri forti Ue per il governo tecnico” e“ci vogliono deboli”(il soggetto del verbo volere non è dato saperlo: chi ci vorrebbe deboli? Il direttore dell’Economist? E, nel caso, perché mai? O i marziani, i venusiani, la Spectre?). È materiale incandescente, da maneggiare con cura, infatti il Pompiere della Sera lo affida alle sapienti manine di Massimo Franco, artificiere-capo di Via Solferino, munito di estintore. Sentite che meraviglia: “L’Economist sdrammatizza il risultato del referendum, sembra schierarsi per il No”. Ecco, sembra, ma non è affatto sicuro.

Afferrato il settimanale britannico con le pinzette, per non ustionarsi le dita, il Franco legge e rilegge il titolo “Perché l’Italia deve votare no a questo referendum”e si domanda pensoso: che vorrà mai dire l’espressione “no”? Un Sì problematico? Un Ni opinabile? Un No dubbioso? Certo che questi inglesi non vogliono proprio farsi capire. E adesso io che faccio, senza compromettermi troppo? E se poi, alla luce del loro no, io deduco che hanno detto no e quelli mi smentiscono? Pensa che ti ripensa, ore di angosciosi tormenti interiori, e poi eureka! Tutto spettinato, Franco trova la formula giusta: il no dell’Economist “sembra” un no, ma potrebbe essere tranquillamente un sì. Va’ a sapere. Comunque, sia chiaro che, posto che il no sia davvero un no, esso “non va sopravvalutato”. Certo, la parola no “sa di stroncatura”, almeno di primo acchito. Ma, se al sapore di stroncatura corrispondesse proprio una stroncatura, sarebbe comunque “singolare” che un giornale così autorevole si mettesse contro un governo qualsiasi: sono cose che non si fanno, che diamine. Sennò dove andremo a finire, signora mia.

Ma ecco La Stampa, in gramaglie per il tradimento dei cugini d’Oltremanica. Il titolo è quanto di meglio si possa fare per sputtanarli e santificare Renzi: “‘In Europa ci vogliono i tecnici’. Il premier si sente accerchiato”, povera stella. Accanto, un epico reportage di Carlo Bertini “nella war room del Sì in piazza Santi Apostoli 75” che “si potrebbe chiamare piazza delle vittorie dell’Ulivo”, quindi “la tana del giaguaro che tenta il sorpasso di corsa”. Più che un articolo, un ditirambo: “La Boschi è di casa” e ciò è già molto bello. “Renzi non ci ha ancora messo piede, ma la sua presenza qui, oltre a correre sul filo dell’etere, trasuda dai muri”. E tutti a immaginare quel filo dell’etere e soprattutto quei muri che trasudano di Renzi. Basta grattare un po’ l’intonaco, ed ecco l’inconfondibile profumo di Leopolda. Accosti l’orecchio a un mattone e ascolti l’eco carezzevole del “perno della narrazione del ‘ragazzo di provincia’”. Del resto, è “una war room molto all’americana”, brulicante di “giovani educati, ben vestiti, che parlano a voce bassa, niente piercing e dreadlock” per carità. “Non ci sono musi lunghi da sconfitta annunciata”, anzi “il mood è che ora tutti si vergognano di confessare che votano a favore del governo”, e queste sono soddisfazioni. Un certo Rudy Calvo “chiama alla pugna il costituzionalista Clementi”, mica cazzi. E “sul territorio tutti a battere sul door to door, in tasca il kit del volontario, penna Usb con materiale, spillette, bracciali e matite” il cui uso specifico viene di volta in volta suggerito dagli incolpevoli visitati e molestati a domicilio. E Simona Ercolani in Rondolino che fa? “Sfreccia da un lato all’altro”. “I guru americani non ci sono” ed è un vero peccato perché David Hunter, “socio del guru Jim Messina arruolato per la conquista del target più prelibato”, ha avuto un’idea geniale: “La vittoria si ottiene conquistando gli indecisi”. I decisi, invece, hanno già deciso di sicuro. O meglio, come direbbe Franco, “pare”.

One thought on ““Pare”: di Marco Travaglio

  1. Ma quanta sofferenza in quel del Nazareno..
    Ho letto da qualche parte che addirittura giri insistente la voce di un Renzi dimissionario il venerdì, per togliere dal gioco il, da lui stesso provocato, giudizio su di lui e sul governo e questo per influenzare il voto è indirizzarlo verso il sì, da parte di chi lo odia, togliendo ‘momentaneamente’ l’alibi.
    “Resta di stucco, è un barbatrucco!”, Fino all’ultimo, prova a gabbarci..offendendo la nostra intelligenza e abusando della nostra pazienza, Giocando in anticipo così, se vincesse il sì, poi le dimissioni sarebbero rigettate e lui cavalcherebbe le riforme andate in porto, il suo non attaccamento alla poltrona (sì.. come no..) a quel punto, una galoppata vittoriosa alle elezioni da giocarsi subito sull’onda della gloria (presumibilmente giugno). Se vincesse il no, chiuderebbe legge di bilancio, e andremmo cmq ad elezioni, se si scegliesse governo di scopo o tecnico, il secondo sarebbe da lui massacrato.. per ottenere consensi per le elezioni. Fosse vero, grandissimissima paraculata.. come neppure Silvio ha mai osato.
    Pare che Mattarella in forma ufficiosa, sia già stato preavvertito..io non credo, che questa cosa al Presidente, se è vera, sia risultata troppo gradita.. mah.. secondo me, se non passa la vaccata Boschi/Verdini, lo defenestrano dallo stesso pertugio da dove è entrato, ma con meno sorrisi. Per chi suona la Campana poi, non è dato sapere..

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