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Renzi sotto tiro dell’Economist, ma il guappo vogliamo abbatterlo noi

Le ragioni di questi mutamenti di prospettiva che si sono manifestati all’improvviso, ma si preparavano sotterraneamente ormai da tempo non risiedono in un particolare effetto delle elezioni americane, quanto nella constatazione che l’intestardimento di Renzi e del Pd nell’aggredire la Costituzione pur in un periodo di sonore disfatte economiche e di promesse mancate, stava facendo rinascere un’opposizione dura nei confronti del guappo e dei poteri che lo sorreggono. Un’opposizione che si sperava di aver imbrigliato e sedato nella rete di ambiguità parlamentari, di twitter acchiappacitrulli, di una narrazione mediatica senza scampo. Paradossalmente con una vittoria del Sì tutto sarebbe ritornato in gioco mettendo a rischio l’arco incostituzionale che in definitiva si occupa di mantenere l’ordine finanziario costituito e cura i suoi interessi. Renzi è stato una manna dopo il feroce automa Monti e lo scialbo Letta, poteva fare le stesse cose proponendosì però come nuovo, ma è stato tradito dalla sua stessa arroganza compulsiva e da una furbizia che non raggiunge mai intelligenza: ha creduto davvero in una ripresa che lo incollasse definitivamente al potere, ha forzato i tempi per poterla afferrare in combutta con Napolitano, ma poi si è ritrovato in compagnia della nullità propria e della sua corte dei miracoli, incapace di cambiare registro e strategia di comunicazione. Ha imparato una parte a memoria, ma no ha saputo cambiare ruolo.

Certo un cambiamento in senso autoritario delle istituzioni è una manna per l’Europa  oligarchica e per i suoi sponsor, per Confindustria, per le banche, per la Nato, insomma per tutte le articolazioni in cui si incarna il pensiero unico, ma non se questo rischia di riattivare la politica anche presso le “fasce assenti” dell’elettorato e dei corpi sociali  mettendo in forse gli assetti su cui il tutto si regge: visto che la credibilità di Renzi è stata scioccamente dilapidata  nel tentativo di garantire solo se tesso e il ceto dirigente che rappresenta rischiando di minare il muro maestro, che per di più il personaggio è servile, ma inaffidabile, capace di mordere la mano che lo ha sollevato, meglio riconfondere la gente con un altro cambio di cavallo che renda le illusioni più credibili e recuperi lo scetticismo nascente. In una realtà dove la politica è stata ridotta a semplice funzione di altri interessi, riducendosi a populismo di palazzo, l’intercambiabilità dei personaggi sulla giostra che gira sempre attorno allo stesso asse, è una costante, un modo per pulire i panni sporchi. Una sconfitta al referendum sarebbe un’ occasione d’oro per procedere a un’operazione in aria da tempo.

Se di effetto Trump si può parlare  è solo nel senso che le elezioni americane, così come il Brexit, hanno mostrato il limite del potere di persuasione dei media e dei trucchi informativi di ogni genere, dei ricatti a mezzo stampa e tv, rendendo perciò più pericolose le azioni che mentre creano di rafforzare il potere istituzionale creano ostilità verso di esso, aggregano le proteste, risvegliano il can che dorme. Specie in un periodo nel quale si annunciano grandi cambiamenti e nel quale le certezze degli assetti europei sono entrati in una fase critica. A noi naturalmente di tutto questo importa poco: il punto fondamentale è quello di conservare la lettera e lo spirito della Costituzione che è la base delle libertà civili e anche lo zoccolo di legalità e legittimità sulla quale fondare la ricostruzione di un Paese massacrato da un quarto di secolo proprio grazie a quelli che “consigliano ” tutto e il contrario di tutto a seconda degli input che arrivano. Il No che adesso essi consigliano dopo aver detto che sarebbe stato un disastro è un No anche per loro: Renzi e il renzismo vogliamo abbatterlo noi e farla finita con i governatori.

Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/27/renzi-sotto-tiro-delleconomist-ma-il-guappo-vogliamo-abbatterlo-noi/

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