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Perché i giovani voteranno No per mandare a casa Renzi il vecchio

manifestazione(di Emiliano Fittipaldi – http://espresso.repubblica.it) – Se da tre settimane gli incubi di Hillary Clinton sono popolati dagli operai bianchi del Midwest che hanno votato Donald Trump, quelli di Matteo Renzi sono gremiti di giovani precari meridionali furiosi come bisce. Il premier ha capito che sarà il voto degli under 40 a decidere chi vincerà il referendum. E che sono gli arrabbiati e i delusi, il tallone d’Achille su cui ha deciso di concentrare gli sforzi finali suoi e dei comitati del Sì. «Se non convinciamo i giovani a cambiare idea e votare per noi, il 5 dicembre andiamo tutti a casa», ripete il premier tre volte al giorno a chi gli capita davanti. Ecco spiegate le ultime mosse: Matteo che si lancia sulla copertina della rivista Rolling Stone (titolo “The young pop”, dove discetta di Fedez e Dj Ax, «almeno ha evitato di rimettere il chiodo» ironizzano gli antipatizzanti), Matteo che annuncia «una decontribuzione totale per chi assumerà giovani al Sud nel 2017», Matteo che applaude «il bonus di 500 euro per i diciottenni», che da inizio novembre possono scaricarsi la paghetta di Palazzo Chigi da una app del governo (“18App”, si chiama). Un plafond da spendersi in ebook e spettacoli teatrali, musei e concerti, pure di musica techno, che era stato approvato già un anno fa e che diventa operativo solo adesso. «Renzi sta diventando ridicolo anche nel dispensare le sue marchette», ha reagito Giorgia Meloni. «Evidentemente sa che questo referendum lo perderà».

«Non è detta l’ultima parola», pensa invece Renzi. Che sta tentando il tutto per tutto per affabulare i ragazzi d’Italia: i trend fotografati dalla categoria più sbeffeggiata dell’anno, quella dei sondaggisti, varranno anche poco, ma tutte le rilevazioni segnalano che per ora il No è in predominio schiacciante soprattutto tra chi ha meno di quarant’anni. Che votano “contro” non tanto per difendere la Costituzione del 1948, ma per mandare a casa un governo che non li ha mai rappresentati. «Tra i ragazzi c’è un sentiment antisistema, frutto anche di un’insoddisfazione che continua a essere molto violenta», ragiona Giuliano Da Empoli, uno dei consiglieri più ascoltati da Renzi, preoccupato dal fatto che i giovani elettori abbiano abbandonato il Pd in blocco, rivolgendosi all’offerta politica del Movimento 5 Stelle.

Un vero paradosso, per il governo più “young” della storia della Repubblica. Un esecutivo riempito di ministri e ministre di primo pelo, che ha fatto della rottamazione, del cambiamento, della novità a tutti i costi il perno della sua comunicazione. Il punto, probabilmente, sta proprio qui. Nello spread tra quello che è stato annunciato dallo storytelling renziano e quello che è stato davvero realizzato.

Analizzando documenti ufficiali della Banca d’Italia, dell’Istat, dell’Ocse, scartabellando le misure dei primi mille giorni dell’esecutivo, ecco che il quadro si fa più chiaro. Mostrando come l’insoddisfazione e la rabbia si basano su uno status quo che Renzi ha certamente ereditato, ma che non sembra aver affrontato con vigore sufficiente per tentare di ribaltare. Anzi: le diseguaglianze generazionali sono aumentate, e di riforme importanti per ridurre il gap di opportunità tra giovani e anziani, in questi primi tre anni dell’era di Rignano sull’Arno, non s’è vista l’ombra.

Partiamo dal lavoro, pietra miliare di ogni polemica. «I dati dell’Istat pubblicizzati dal governo raccontano che da febbraio 2014 ad oggi ci sono 656 mila posti in più», ha detto Renzi qualche giorno fa. In realtà, il tasso di disoccupazione giovanile è sì migliorato di qualche decimale, ma resta inchiodato a un mostruoso 37,1 per cento, con punte che vanno dal 60 all’80 per cento in regioni del Sud come Campania, Calabria e Sicilia. I nuovi occupati, dati alla mano, sono infatti in gran parte over 50, una crescita esponenziale dovuta alla stretta sull’età pensionabile voluta dall’ex ministro Elsa Fornero.

Le nuovi assunzioni a tempo indeterminato sono state pagate in larga parte dallo Stato, e hanno riguardato soprattutto lavoratori maturi: nel 2015 grazie al Jobs Act le imprese hanno potuto assumere ottenendo sgravi fiscali da favola, foraggiati di fatto dai contribuenti, e la bolla è scoppiata appena il governo ha chiuso i rubinetti degli incentivi. «Questo Paese ha speso ad oggi circa 18 miliardi per poter permettere al presidente del Consiglio di dire che ha qualche centinaio di migliaia di occupati in più. Una spesa straordinaria, con un risultato minimo», ha attaccato Susanna Camusso, leader di un sindacato, la Cgil, che non si è recentemente distinto come campione dei diritti dei giovani. «Un risultato che peraltro, con tutto il rispetto per le persone, riguarda prevalentemente la fascia over 50».

Il refrain è sempre lo stesso. Renzi, Maria Elena Boschi, Marianna Madia, Luca Lotti, i “ragazzini” di Palazzo Chigi non hanno cambiato una tendenza che dura da tre lustri: quella dell’impoverimento strutturale delle nuove generazioni, che la Banca d’Italia ha individuato come i soggetti più colpiti dalla crisi iniziata nel 2008. Non solo. Nell’ultimo rapporto annuale dell’Istat si dice che un ragazzo su tre sotto i 34 anni è «sovraistruito», cioè troppo qualificato per il lavoro che svolge. Significa che lui e la sua famiglia hanno investito tempo e denaro per una formazione che l’ha portato, come primo lavoro, a fare «il commesso, il cameriere, il barista, l’addetto personale, il cuoco, il parrucchiere, l’estetista», scrivono nel maggio 2016, sconfortati, gli esperti dell’istituto.

Ovvio che il sentimento dominante, anche per coloro che un lavoro ce l’hanno, sia quello della frustrazione. E della consapevolezza che l’istruzione non è più la chiave di volta per la mobilità sociale: se Almalaurea racconta che gli stipendi dei neolaureati italiani sono i peggiori del continente, a tre anni dal titolo di studio e dalla bicchierata fuori l’ateneo con nonne e parenti solo la metà dei rampolli italiani ha trovato un contratto standard e un posto degno corrispondente agli studi fatti.

«La vecchiaia non è così male se considerate le alternative», diceva Maurice Chevalier. Mai aforisma fu più azzeccato, almeno sotto le Alpi: è un fatto che la Generazione X e quella successiva dei Millennial abbiano ormai la certezza che le loro condizioni economiche e il loro stile di vita saranno peggiori di quello dei loro padri. È la prima volta, dal Dopoguerra, che si registra un fenomeno di questo tipo: l’ascensore sociale, quello che consentiva di migliorare attraverso lo studio, il merito, l’iniziativa individuale, è bloccato da anni. E quando si muove lo fa in un’unica direzione: il basso.

La Boschi, ministro per le Riforme e architetto del referendum, invita i giovani a votare Sì «per non farsi rubare il futuro». Il rischio è che votino No perché Renzi non ha saputo rispondere alle emergenze del presente. Oltre che sul Jobs Act, il governo ha puntato sul progetto europeo “Garanzia giovani”, un programma nato per aiutare gli under 30 a trovare un posto decente. È un flop clamoroso: secondo l’Isfol, ente pubblico del ministero del Lavoro guidato da Giuliano Poletti, su quasi un milione di italiani iscritti al programma solo 32 mila (quindi il 3,7 per cento) hanno trovato un’occupazione vera e un contratto decente. Gran parte dei denari investiti, 1,5 miliardi di euro arrivati dalla Ue, è scomparsa nei rivoli della burocrazia. Molti iscritti non hanno mai ricevuto una risposta dai centri per l’impiego, che si sono affannati a smistare qualche migliaio di ragazzi in tirocini, corsi professionali e perfino nel servizio civile. «Che un milione di giovani si siano attivati e registrati a Garanzia giovani è un dato di grande rilievo», aveva detto Poletti qualche giorno prima che il suo Isfol mettesse una pietra tombale sull’esperienza, costringendo Renzi ad ammettere che i risultati sono «così così, poteva andare meglio».

Non stupisce, dunque, che nell’anno di grazia 2016 sette milioni di under 35 siano costretti a vivere ancora con i genitori: si tratta di studenti e disoccupati, dei cosiddetti Neet (oltre due milioni di giovani che non studiano e non lavorano: in Sicilia e Calabria restano nel limbo della loro vecchia cameretta 4 ragazzi su 10), ma anche di persone che hanno lavori saltuari o malpagati, che non permettono loro di emanciparsi dalla famiglia d’origine, fare a meno del welfare elargito da papà, affittarsi o comprarsi una casa propria, sposarsi e fare figli. Anche Eurostat spiega che nel 2015, «i giovani adulti» entro i 34 anni che vivono con almeno un genitore sono il 67 per cento, un esercito di “bamboccioni per forza” in netta crescita rispetto alla rilevazione precedente. Siamo i peggiori in Europa, di gran lunga.

Il 7 novembre Giorgio Alleva, presidente dell’Istat, in un’audizione alla Camera sulla legge di Bilancio 2017, lo ha ribadito: «I giovani sono oggi una delle categorie più svantaggiate: si tratta di generazioni che, dopo anni di istruzione e formazione, faticano a trovare lavoro, con ricadute che interessano i comportamenti, le condizioni economiche, le scelte riproduttive e di vita».

La risposta di Renzi e del governo “young” è stata quella di allargare a un altro milione di pensionati la “quattordicesima”, un assegno supplementare dell’Inps pagato ai pensionati con redditi sotto i 10.290 euro l’anno. Chi già la prende, inoltre, vedrà accresciuto l’assegno. Una mossa che di certo dà una mano a chi se la vede male, ma che per l’ennesima volta dimostra che, se ha fiches da investire, Renzi preferisce puntarle sugli anziani e i dipendenti pubblici. Non a caso base elettorale del Pd, e – secondo i sondaggi – più propensa a votare Sì.

Perfino il presidente dell’Inps voluto da Renzi, Tito Boeri, si sta smarcando da mesi dalle scelte di Palazzo Chigi, evidenziando che l’Italia «non può investire solo su chi ha smesso di lavorare», e che la manovra finanziaria che verrà è, ancora una volta, tutta squilibrata: «Per i giovani si fa poco, e un paese che smette di investire su di loro è un paese che non ha grandi prospettive di crescita». Il problema vero è quello dell’equità: «Ci sono delle persone che oggi hanno dei trattamenti pensionistici, o dei vitalizi, come nel caso dei politici, che sono del tutto ingiustificati alla luce dei contributi versati in passato. Abbiamo concesso per tanti anni questo trattamento privilegiato a queste persone». Ora, propone Boeri, bisogna che chi ha prestazioni elevate contribuisca a alleggerire i conti previdenziali, e permettere una redistribuzione alle persone che, la pensione, rischiano di non averla mai. O decurtata, come indicano tutte le analisi, del 50-60 per cento rispetto all’ultimo stipendio.

Il governo, però, non è d’accordo. Tanto che Tommaso Nannicini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e consigliere economico di Renzi, ha risposto secco che le pensioni ricche e i vitalizi «non si toccano». Motivo: «Il rischio di mettere le mani nelle tasche sbagliate è troppo grosso».

È un punto centrale, che dà il segno profondo delle politiche renziane, non disposte a tagliare l’enorme fetta di spesa pubblica (il 32 per cento del totale, secondo dati Ocse del 2014, in media la percentuale è tre volte più alta di Svezia, Norvegia, Regno Unito e Olanda) destinata ai pensionati. «La conseguenza», ragiona la sociologa Chiara Saraceno, «è che abbiamo pochi soldi per altre spese sociali fondamentali, e pochissimo per i giovani: per l’istruzione in Europa spendiamo meno di tutti, per la ricerca idem».

«Giovani e precari: dobbiamo prendere i loro Sì. Al Nord, almeno: il Sud ormai è andato», ripete Renzi ai suoi. Ma se è vero (come è vero) che il referendum del 4 dicembre è diventato, a causa di errori strategici del premier, innanzitutto un voto politico sull’operato del governo, è difficile che chi viene pagato con i voucher non sfoghi nelle urne la sua rabbia su una leadership che ha permesso l’esplosione dei buoni lavoro, usati dalle aziende per pagare gli ex co.co.co. Il piddino Cesare Damiano spiega che alla fine del 2016, se il trend rimarrà costante, «potremmo arrivare a 150 milioni di voucher venduti. Un vero record rispetto ai 500 mila del 2008, un numero 300 volte più basso». Una follia, dicono i sindacati dei precari, visto che i buoni sono stati inventati nel 2003 per far uscire dal nero i lavoretti una tantum, come quelli degli studenti che arrotondano al bar e il babysitteraggio occasionale. Nell’era Renzi, invece, i blocchetti vengono usati a piene mani da commercianti, professionisti, ristoratori per camuffare lavoro nero, contratti stagionali, e stipendi da fame dei dipendenti: secondo l’Inps quest’anno la paga “tipo” di chi viene retribuito con i buoni si aggira in media sui 500 euro. L’anno.

Naturale che la promessa di un reddito di cittadinanza (anche se la copertura economica resta operazione difficilissima) attragga milioni di ragazzi verso il M5S. Stanchi dell’immobilismo di una classe dirigente che sembra incapace di affrontare i costi politici e i prezzi elettorali di una necessaria redistribuzione generazionale del reddito e della ricchezza.

Mentre aspettano una rivoluzione che non arriva mai, i giovani restano esclusi dai gangli del potere pubblico (abbiamo i dirigenti pubblici più vecchi d’Europa), dalle imprese private, dai quadri sindacali (la metà degli iscritti sono pensionati), dalle università (nel 2014, su 13239 professori ordinari nemmeno uno ha meno di 35 anni, e solo 15 – spesso figli di baroni e potenti – sono sotto i 40. «Se va avanti così, con il turn over che ci lascia prendere un giovane ogni due docenti che vanno in pensione, rischiamo nel 2020 di non avere più giovani che possano concorrere ai programmi europei», commenta l’ex capo della Conferenza nazionale dei rettori Stefano Paleari.

Non è un caso, infine, che lo Svimez segnali come pure nel 2016 sia proseguita «la desertificazione del capitale umano meridionale»: in cerca di migliori condizioni di vita, in vent’anni i flussi migratori hanno portato via dal Sud oltre un milione di persone, facendo scomparire in pratica una metropoli grande come Napoli. In pochi hanno notato che per il 2015 l’Istat ha segnalato come il numero delle nascite al Sud abbia raggiunto il livello più basso dai tempi dell’unità d’Italia. La Fondazione Migrantes, della Conferenza episcopale italiana, ha poi messo il carico da novanta, raccontando che in valore assoluto vanno via (con destinazioni privilegiate Regno Unito, Germania, Francia e Svizzera) soprattutto giovani under 35 non dal Sud, ma dalla Lombardia, da Veneto, Lazio e Piemonte. Centosettemila persone nel 2015, il 6,2 per cento in più rispetto al 2014.

Se la Commissione Ue ha detto che la fuga di cervelli dall’Italia «può provocare una perdita netta permanente di capitale umano qualificato a danno della competitività del paese» e che «non si può parlare di scambio di cervelli» perché se molte teste lasciano il paese pochissimi laureati stranieri scelgono di venire a lavorare qui, il giovane-vecchio, Matteo, ha replicato annoiato che la questione «è ormai trita e ritrita: agli scienziati dico di tornare a casa, ma se tornate dovete sapere di tornare in un paese dove la ricerca è fondamentale. Sono orgoglioso di voi. Il mio indirizzo è matteo@governo.it, restiamo in contatto». Il 4 dicembre, però, per Renzi sarà fondamentale riuscire a restare in contatto con i giovani incazzati che non sono ancora partiti.

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