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Marco Damilano: “Referendum, quattro volti per il dopo Renzi”

Grasso. Padoan. Delrio. Oppure Boldrini. Per un governo breve. E per riscrivere la legge elettorale. Ecco gli scenari se al referendum del 4 dicembre vincesse il No

dopo-renzi(di Marco Damilano – http://espresso.repubblica.it) – Un fantasma si aggirava qualche sera fa per i corridoi ottocenteschi del palazzo di via XX Settembre, sede del ministero dell’Economia. Il fantasma del Dopo. Una commemorazione solenne, il ricordo di Carlo Azeglio Ciampi, il rinfresco, lo scalone di marmo lucido. Tre ex presidenti del Consiglio, un plotone di ex ministri, banchieri, finanzieri, imprenditori, sindacalisti. Mario Draghi e Mario Monti, Giorgio Napolitano e Giuliano Amato, Romano Prodi e Luca Cordero di Montezemolo e il governatore Ignazio Visco. E Gianni Letta, Cesare Geronzi, Mauro Masi, sfiorati dal passaggio del presidente Sergio Mattarella.

L’Establishment, al gran completo. Un brusìo. Un mormorare. L’evocazione di uno strumento legislativo sconosciuto alle giovani generazioni, fu utilizzato per l’ultima volta nel 1987, quasi trent’anni fa: l’esercizio provvisorio del bilancio dello Stato. Scatta quando il Parlamento non riesce ad approvare entro il 31 dicembre la manovra finanziaria, i provvedimento più importante dell’anno, la legge di bilancio. Fu il governo presieduto dal giovane democristiano Giovanni Goria, bersagliato dai franchi tiratoti della maggioranza, a ricorrere all’esercizio provvisorio che arrivò fino al 31 marzo. Un disastro mai ripetuto nel trentennio successivo, neppure nel crepuscolo della Prima Repubblica, nel 1992-93. «Se si arriva all’ esercizio provvisorio, per quanto si andrà avanti? Sarebbe un atto grave, inutile e scriteriato. Mi sembrano eserciti che sparano al turacciolo», ringhiava Bettino Craxi.

Argomenti tornati all’improvviso attuali. Il Palazzo romano aspetta il 4 dicembre in uno stato di sospensione. Cosa succederà se il No dovesse vincere al referendum e Matteo Renzi decidesse di dimettersi? Approvata in tutta fretta la legge di bilancio alla Camera per la prima lettura, chi si occuperebbe di farla votare in via definitiva al Senato prima della fine dell’anno se il governo dovesse cadere con l’apertura formale della crisi? Con l’aggravante che trent’anni fa, ai tempi del pentapartito, non c’erano le istituzioni europee a vigilare sui bilanci nazionali, né le consultazioni elettorali di un singolo paese erano vissute dalle altre cancellerie continentali con lo stesso pathos di un match domestico.

Nel 2010 l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano arrivò a congelare per un mese la decisione di Gianfranco Fini di lasciare il governo e far cadere Silvio Berlusconi: «Prima l’approvazione della legge di stabilità». Trenta giorni decisivi che consentirono al Cavaliere di sfilare al fronte avversario un pugno di deputati decisivi per ribaltare il risultato: tra loro la coppia Razzi e Scilipoti.

Nel 2016 la rimonta del premier in carica non si gioca nelle aule parlamentari, ma nel corpo elettorale. La corsa impazzita di Renzi per abbattere il muro del cinquanta per cento, la vittoria dei Sì al referendum che sarebbe un risultato tutto suo, da non spartire con nessuno. A dispetto di sondaggi sfavorevoli, correnti del Pd attendiste (aspettano di vedere da che parte buttarsi), minoranze disfattiste, alleati irrilevanti.

Assieme all’esercizio provvisorio del bilancio dello Stato, è il momento di altri tuffi nella nostalgia della politica italiana degli anni Settanta-Ottanta. Due grandi ritorni. La crisi di governo al buio: si diceva così quando un esecutivo si dimetteva senza avere pronta un’alternativa. E la legge elettorale proporzionale: all’ombra dello scontro epocale del referendum si prepara la riscrittura dell’Italicum senza neppure un giro di prova, avallata da Renzi che ne parlava come la legge elettorale che l’Europa ci avrebbe invidiato («Alla fine ci chiederanno di copiare l’Italicum, scommettete?») e da Maria Elena Boschi («Con l’Italicum passeremo dalle riforme che l’Europa ci chiede alle riforme che l’Europa ci copia», affermava convinta un anno fa).

In caso di vittoria del No tutto tornerà nelle mani di Mattarella, ha ammesso in pubblico il ministro della Difesa Roberta Pinotti. In privato lo ripete il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio: «Non potremmo fare finta di nulla». È Renzi in persona, soprattutto, a ribadire quotidianamente la sua indisponibilità a partecipare a governicchi o a tentativi di palazzo. Restare alla guida del governo da sconfitto significherebbe perdere per sempre l’immagine del politico coraggioso che ama il rischio e si gioca tutto fino in fondo.

Nell’ultima settimana di campagna referendaria, l’ex sindaco di Firenze tornerà all’antico: si toglierà l’abito blu ministeriale per riprendere le vesti del rottamatore. E se perderà andrà a casa. Che poi succeda davvero, è un altro discorso. Consegnate a Mattarella le dimissioni da capo del governo, Renzi dovrebbe immediatamente affrontare un altro problema. Da segretario del Pd dovrebbe decidere se appoggiare un nuovo governo non più presieduto da lui, e come. Il vice-segretario Lorenzo Guerini, prudentissimo, si è fatto scappare che il Pd appoggerebbe un governo di pochi mesi per fare una nuova legge elettorale per la Camera e per il risorto Senato e poi andare a votare in tempi brevi, nella primavera 2017.

Nello stesso periodo Renzi aprirebbe la resa dei conti interna al Pd: congresso, nuove primarie, una probabile scissione, dalla prova di forza sul referendum il premier passerebbe alla sfida dentro il suo partito. Non è un’impresa nuova: nel 2012 Renzi perse le primarie contro Pier Luigi Bersani per la premiership, nel 2013 fu eletto segretario del Pd e poi da premier trionfò alle elezioni europee. Tre campagne elettorali nazionali in diciotto mesi: l’uomo di Rignano sull’Arno è una macchina acchiappa-voti, su questo concordano tutti gli avversari.

Chi sarebbe l’inquilino di Palazzo Chigi mentre Renzi prepara le sue rivincite? Il premier uscente immagina una figura politicamente sbiadita, incapace di rappresentare un competitore o di fargli ombra, lontano da lui quel tanto che basta per comunicare all’opinione pubblica che lui, il segretario del Pd, in quel governo c’entra poco o nulla, è solo una parentesi da chiudere in fretta. Sembra l’identikit del presidente del Senato Piero Grasso, la seconda carica dello Stato, in antichi rapporti di amicizia con Mattarella. Grasso fu protagonista di una violenta polemica nelle prime settimane del governo Renzi («è un arbitro, non può mettersi a giocare», lo attaccò il premier), poi la convivenza è stata pacifica, ma un governo guidato dall’attuale presidente del Senato sarebbe considerato da largo del Nazareno una soluzione accettata per stato di necessità e non una scelta politica. Governo istituzionale con una maggioranza larga che potrebbe arrivare ai confini del Movimento 5 Stelle.

La variante, non solo di genere, è la presidente della Camera Laura Boldrini: per agganciare quel pezzo di sinistra fuori da Pd che non ha partecipato alla campagna del No, da Giuliano Pisapia al sindaco di Cagliari Massimo Zedda. «E poi», dicono gli esperti delle crisi, «chi ha una poltrona prestigiosa da lasciare come quella di una delle Camere parte avvantaggiato».

Non è l’unico schema a disposizione di Mattarella, però. Anzi, l’esperienza consiglia di sperimentare un nome che segnali la continuità con il governo dimissionario. Se non è disponibile Renzi in persona a succedere a se stesso, almeno si può provare con uno dei ministri del suo esecutivo. In cima alle preferenze del Quirinale, in questo caso, c’è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: il più qualificato per rassicurare i mercati, di casa a Bruxelles, garantirebbe la stabilità dell’Italia nonostante il cambio di governo. Non conosceva Renzi e all’inizio ci fu una diffidenza reciproca. Ma dopo il lungo viaggio che nel febbraio 2014 lo portò dall’Australia al Quirinale per il giuramento da ministro ha appoggiato lealmente tutte le scelte dell’uomo di Palazzo Chigi, dagli 80 euro all’ultima manovra finanziaria. Assicura continuità e profilo tecnico, in passato si arrivò a una soluzione simile, anche se il cambio tra Berlusconi e il suo ministro del Tesoro Lamberto Dini nel 1995 finì malissimo.

Ma Mattarella non ha nessuna intenzione di trasformarsi nel regista di un ribaltone, come successe all’epoca a Oscar Luigi Scalfaro: l’interesse del Quirinale è tenere legato il destino di Renzi a quello di un governo nato per fare una nuova legge elettorale. Per questo, in caso di governo politico, potrebbero essere chiamati all’incarico altri ministri. In ribasso le quotazioni di Dario Franceschini, salgono quelle di Graziano Delrio, il più vicino all’attuale premier, l’unico ad averne davvero condiviso tutti i gradini della scalata al potere, da quando Matteo era sindaco di Firenze e Graziano sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani. Il suo sarebbe un governo Renzi-bis, ma senza Renzi. Guidato da un super-renziano ma dal volto umano: uno che ricostruisce e non divide, l’uomo della tregua dopo la guerra referendaria. Ma forse sarebbe considerato troppo vicino a Renzi.

Negli stessi mesi dovrà essere riscritta la legge elettorale: per il Senato e per la Camera. E l’intero sistema politico senza distinzioni, da M5S a Silvio Berlusconi a Matteo Salvini, spinge per tornare alla proporzionale. Mani libere in campagna elettorale e governi che si fanno e si disfano in Parlamento. Renzi sembra già aver accettato questo modello dichiarandosi pronto a cambiare l’Italicum prima ancora che si sia votato per il referendum. In caso di sconfitta la modifica diventerebbe inevitabile. Sono gli scenari di cui si parla a una settimana dal voto. La fotografia del Palazzo sospeso. In cui il Sì sembra sempre di più la partita strettamente personale di Matteo Renzi. Perché tutti gli altri parlano già del Dopo.

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