Cronaca/Interno/Politica

Se dopo il referendum si voterà, questi 32 Pd sono a fine corsa

pd-650x401(di Franco Bechis – limbeccata.it) – C’è un gruppetto di parlamentari più nervoso degli altri alla vigilia del referendum di domenica. Un gruppetto cui poco importa in sé di quel che accadrà alla Costituzione italiana (ognuno di loro la pensa assai diversamente dall’altro), molto però delle conseguenze che quel voto potrebbe avere sul proseguimento di questa legislatura. Il gruppetto vive ore sudando freddo, mentre legge i vari retroscena sulle pagine politiche, e quelle ipotesi di ricorso immediato alle urne che secondo alcuni Matteo Renzi vorrebbe tentare in caso di vittoria del no, e secondo altri cercherebbe anche in caso di vittoria del sì.

Sudano freddo, perché i 32 del gruppetto sono tutti parlamentari Pd che hanno varcato la fatidica soglia di almeno 15 anni da deputato e da senatore, e che quindi a norma dell’articolo 21, comma 3 dello statuto Pd, non potrebbero più essere ricandidati. A guidare il gruppo di quelli che dovrebbero dire addio allo scranno parlamentare c’è un pezzo da Novanta del partito, che ha nel suo curriculum ogni carica interna ed oggi è ministro dei Beni culturali: Dario Franceschini.

I 15 anni di parlamentare li ha compiuti nella primavera scorsa, e dovrebbe dire addio al Palazzo della politica, perché quel comma 3 dell’articolo 21 recita esattamente così: “Non è ricandidabile da parte del Partito Democratico per la carica di componente del Parlamento nazionale ed europeo chi ha ricoperto detta carica per la durata di tre mandati”. Ironia della sorte proprio Franceschini giocò un ruolo di primo piano nella interpretazione di quel comma. Perché sulle prime quella barriera avrebbe rischiato di rendere incandidabile mezzo partito, visto che una legislatura recente, quella iniziata nel 2006 con la vittoria elettorale di Romano Prodi, era durata appena due anni.

Fu l’attuale ministro dei Beni culturali a salvare molti colleghi di partito da quella mannaia favorendo con lunghe trattative una interpretazione estensiva di quel limite massimo: non tre legislature qualsiasi, ma 15 anni, pari a tre legislature integrali. Per questo tornò in Parlamento anche chi aveva alle spalle quattro legislature, con cui però non aveva raggiunto i tre lustri su quegli scranni. Ma il favore che all’epoca Franceschini fece ai colleghi più anziani di curriculum, difficilmente oggi potrebbe essere restituito. Anche perché i più fieri avversari delle deroghe a questa regola sono sempre stati i renziani della prima ora.

E quando alle scorse elezioni si dovette chiudere un occhio per non lasciare a casa le figure più importanti del partito, fu Sandro Gozi a presentare un ordine del giorno per limitare al minimo le deroghe, limitandole solo al segretario del partito. Non vinse quella battaglia, ma ora sarebbe difficile fare l’opposto. Anche se non sarà facile, perché nel gruppetto guidato da Franceschini ci sono anche alcuni dei personaggi più rilevanti del partito. Il primo che ha già superato i 15 anni è l’ex segretario e oggi leader della minoranza, Pier Luigi Bersani. Oltre lui però sono all’ultima legislatura entrambi i capigruppo, quello del Senato Luigi Zanda e quello della Camera, Ettore Rosato.

Nella stessa condizione due ministri in carica come Paolo Gentiloni (Esteri) e Roberta Pinotti (Difesa). E ben quattro sottosegretari in carica: Sesa Amici, Gianclaudio Bressa, Antonello Giacomelli e Marco Minniti. Ci sono tre vicepresidenti delle istituzioni: Vannino Chiti (Senato), Roberto Giachetti e Marina Sereni (Camera), con il problema che questi due sono renziani doc della prima ora, non facili da sacrificare. Ci sono pure sette presidenti di commissione parlamentare come Rosy Bindi, Anna Finocchiaro, Giuseppe Fioroni, Nicola Latorre, Michele Pompeo Meta,. Ermete Realacci e Giorgio Tonini.

E anche qui tre di loro sono fedelissimi da tempo del premier in carica, che è anche segretario del loro partito con il potere di proporre deroghe alla regola. Comprensibile il tremore con cui tutti loro e i semplici deputati e senatori nella stessa identica situazione stanno attendendo la mannaia delle urne di domenica prossima. Non sarà difficile trovare molti di questo elenco pronti a resistere e magari favorire il proseguimento della legislatura anche di fronte ad ipotesi di governo tecnico. Proprio loro potrebbero essere determinanti dopo il 5 dicembre prossimo…

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