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“Una scoria italiana”: di Marco Travaglio

renzi-boschi-667325(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Lo stalker che per comodità chiamiamo premier, non contento di sbucare in tutte le tv, le radio, i siti, i giornali e presto anche gli oblò delle lavatrici, sta intasando anche le nostre buche delle lettere con l’opuscolo simpaticamente intitolato “Sì cambia”. Battutona, superata soltanto da quella del sottotitolo: “Votare informati”. Ora, la sua unica speranza che vinca il Sì è proprio che milioni di italiani votino disinformati, obiettivo che condivide con la gran parte dei sottostanti giornali, dei tg e dei talk – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 2 dicembre 2016, dal titolo “Una scoria italiana. Se votassimo informati, ovviamente respingeremmo con un No oceanico il vero quesito nascosto sotto quello truffaldino stampato sulla scheda referendaria: “Rinunciate al diritto di eleggere i senatori, cioè uno dei due rami del Parlamento, per cederlo alla peggior casta politica, quella dei Consigli regionali, che riempiranno il Senato di sindaci e consiglieri perlopiù inquisiti, con l’immunità-impunità in omaggio?”. L’opuscolo ha il compito di disinformarli vieppiù, con un’antologia delle migliori balle del Sì. In questo, al netto della miseria dell’opera, Renzi tenta di bissare l’esperienza del rutilante fotoromanzo Una storia italiana, vergato con la penna intinta nella saliva dal devoto Sandro Bondi e diffuso in milioni di copie nel 2001 da B. (che ci risparmiò almeno l’elegante mossa renziana di affidare la spedizione all’azienda del cliente di suo padre).

Subito ribattezzato dalla vox populi “Una scoria italiana”, il best-seller fu subito oggetto di frizzi e lazzi popolari, raccolte differenziate di massa nei migliori cassonetti, parodie sul web, rispedizioni in grande stile a Palazzo Chigi e Arcore a carico del destinatario. Noi lo conservammo gelosamente e ne facemmo tesoro, reperto di un’epoca indecente, a futura anzi imperitura memoria. E ogni tanto lo riprendiamo in mano, per non dimenticare mai com’eravamo caduti in basso. Sono trascorsi 15 anni e speravamo di esserci un po’ ripresi. Invece rieccoci costretti a toccare il fondo, anzi a scavare, grazie a un premier che usa – in scala – gli stessi mezzucci indecenti del predecessore e padre putativo. Non manca nemmeno l’accenno strappalacrime a “i nostri figli e i nostri nipoti” che “vivranno le conseguenze della scelta che verrà fuori dalle urne”. E neppure l’appropriazione indebita della parola “Italia” (“In bocca al lupo a tutti noi, in bocca al lupo all’Italia”), come se chi vota No non fosse italiano e condannasse il suo Paese all’apocalisse. Chi scrive ha due figli, uno di 21 e una di 18. Lei vota per la prima volta. Lui ha già votato nel 2013, ma per la sola Camera.

Se domenica vince il Sì, non proveranno mai l’ebbrezza di eleggere i senatori (nemmeno per finta, come avveniva col Porcellum dei nominati, andazzo che si sperava spazzato via per sempre dalla Consulta), in compenso avranno la soddisfazione di vedere un’arm ata di consiglieri regionali e sindaci che calano su Roma ogni fine settimana anzichè svolgere bene e a tempo pieno il loro mestiere di amministratori locali, per cui sono stati eletti e sono pagati dai contribuenti. Vedranno un De Luca, un Maroni, uno qualsiasi dei consiglieri inquisiti per firme false o rimborsi rubati entrare a Palazzo Madama con lo scudo spaziale dell’immunità, utilissima per i loro processi, visto che non potranno più essere arrestati, ma neppure intercettati o perquisiti, salvo che il Senato conceda l’autorizzazione al magistrato (ipotetica del terzo tipo).

E si faranno subito l’idea che la politica non li riguarda: è una cosa sporca, anzi è “cosa loro”, della Casta. Poi magari troveranno in casa l’opuscolo “Sì cambia”e leggeranno quel che gli aveva scritto il premier-stalker: “tocca ai cittadini” (ma quando mai?), “se vince il Sì si cambia” (ma in peggio), chi vota No “difende i privilegi” (mentre è esattamente il contrario), “Province abolite, zero euro all’anno”. Poi sentiranno parlare di città metropolitane e aree vaste, enti territoriali intermedi non più eletti, ma nominati dai consiglieri comunali, proprio come il Senato, e chiederanno di cosa si tratta. “Delle vecchie Province che hanno cambiato nome”, si sentiranno rispondere. E così capiranno che per fare politica bisogna saper mentire sempre, spudoratamente. Ne ll’opuscolo troveranno anche alcuni testimonial presi tra la “gente comune”. E si concentreranno su “Luca Romano, studente”, convinto che “la riforma dà maggiori poteri di intervento ai cittadini” ( no n facendogli più scegliere i senatori e triplicando le firme per le leggi popolari, povera stella). E soprattutto sul medico “Simona Tarocchi”, nomen omen, che dice: “Voglio che i miei figli vivano in un paese più moderno”. Talmente moderno da rinunciare al diritto di voto. La poverina (massima solidarietà ai suoi pazienti) dice addirittura che “queste riforme le volevamo tutti, da decenni” ( ma parla per te), “ma ora che stiamo per approvarle, quelli della pagina accanto non ci stanno. Chiediamoci perché”.

E chi saranno mai i cattivoni della pagina accanto? I putribondi figuri della Casta del No, naturalmente, decapitati e ammucchiati in una nuvola nera: gli ex premier Monti, Dini, D’Alema e De Mita (Prodi invece è col Sì, quindi non è Casta) col contorno di Brunetta (B. e Salvini no, ma che strano), insieme a Grillo e Zagrebelsky, che con la Casta non c’entrano nulla ma hanno la grave colpa di dire due verità (“La riforma toglie il diritto di eleggere i senatori”, “È la riforma di un Parlamento illegittimo”). Ora, passi per Grillo che è un leader politico, ma mettere alla berlina un galantuomo e un uomo di diritto e cultura come Zagrebelsky è un’ignominia che ne qualifica il mandante. E tutti quelli che domenica non gli diranno Sì, ma Signorsì. Noi, No.

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