Cronaca/Interno/Politica

Articolo 18, dalla Consulta un regalo a Gentiloni e al “Partito del 2018”

La Corte Costituzionale non ammette il quesito sull’abrogazione della norma sui licenziamenti contenuta nel Jobs Act. Per Renzi, un occasione in meno per far cadere il governo e spingere verso le elezioni anticipate. Per tutti quelli che non vogliono votare, un sospiro di sollievo

mattarella(di – linkiesta.it) – Diciamolo sottovoce, ma diciamolo.Il merito della questione – il ripristino e l’estensione dell’articolo 18 – perlomeno tra gli addetti ai lavori con il fiato sospeso in vista della sentenza della Corte Costituzionale sull’ammissibilità o meno del referendum, interessava a pochi. Quel che interessava, semmai, era capire il riflesso che tale decisione avrebbe avuto sulla legislatura.

Avesse deciso per l’ammissibilità del quesito, infatti, la Consulta avrebbe di fatto offerto a Renzi il più comodo assist per far cadere il governo Gentiloni e riportare il Paese alle urne un anno prima della fine della legislatura. La road map era stata indicata proprio dal ministro del lavoro Poletti: subito elezioni politiche e slittamento del referendum all’anno seguente. In mezzo, una campagna elettorale in stile “Matteo contro le forze della conservazione e della restaurazione”.

Di converso, la decisione di oggi è un assist al partito della continuità della legislatura. Non decisivo, né tantomeno sufficiente a sminare il terreno dalle velleità elettorali di Renzi (e Salvini e Grillo). Sicuramente, però, un toccasana per tutti quelli che spingono affinché questo governo duri il più possibile, magari sino alla sua scadenza naturale.

Tra loro ci sono i nemici interni di Renzi – le minoranze del Pd, per comodità – che vorrebbero togliergli dalle mani anche la segreteria, magari coalizzandosi attorno al governatore pugliese Michele Emiliano. E poi gli “amici-tra-virgolette” come Dario Franceschini, capofila di AreaDem, la corrente più numerosa tra i parlamentari Pd e altro potenziale leader di un Partito Democratico post-renziano. E ancora, il presidente Sergio Mattarella e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Il primo, spaventato dalla prospettiva dell’ingovernabilità e di una vittoria del Movimento Cinque Stelle. Il secondo, dagli assalti a Mediaset dei francesi di Vivendi. In cuor suo, probabilmente, pure a Gentiloni (auguri di pronta guarigione!) non dispiacerebbe abituarsi all’idea di essere l’inquilino di Palazzo Chigi e di fare gli onori di casa alle celebrazioni dei settant’anni dal Trattato di Roma e al G7 di Taormina.

La partita è asimmetrica. Renzi per vincerla deve forzare la mano, creare le condizioni per intese istantanee e al momento improbabili, e incidenti ad hoc per rendere ancor più instabile il governo. Ai suoi avversari basta tirare a campare. Oggi hanno vinto loro. Domani chissà.

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