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“Cippirimerlo”: l’editoriale di Marco Travaglio

francesco-merlo(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Voi dite pure che ci sono problemi ben più gravi, ma noi siamo seriamente preoccupati per Francesco Merlo. L’anno scorso il celebre columnist di Repubblica viene chiamato dalla Rai, come ogni deus ex machina che si rispetti, a scendere dall’empireo tra noi comuni mortali con una missione da urlo: “Mettere a punto la strategia dell’offerta informativa Rai e fare da supporto al direttore editoriale”, cioè a Carlo Verdelli. Lo stipendio è degno della pugna: 240 mila euro l’anno per due anni – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 11 gennaio 2017, dal titolo “Cippirimerlo” –. Il contratto, secondo l’Anticorruzione di Raffaele Cantone, è illegittimo perché si tratta di un esterno ingaggiato a chiamata diretta, senza il preventivo job posting (il concorso per valutare se eventualmente uno dei 3500 giornalisti interni già pagati non sia in grado di mettere a punto la strategia dell’offerta informativa e a fare da supporto eccetera). Ma, si sa: la parola di Cantone è parola di Dio quando riguarda le nomine dei 5Stelle, mentre per gli altri è parola al vento, vox clamans in deserto. Nel suo ufficio con vista Tevere e Cupolone al settimo piano di Viale Mazzini, il Merlo si vede di rado. Sarà in giro a mettere a punto la strategia informativa Rai e a fare da supporto? Così pensano i più, salvo poi scoprire che il giorno del terremoto il nostro è in giro a mettere a punto la strategia informativa per la web-tv di Repubblica, teoricamente concorrente della Rai, per cui continua a lavorare da pensionato-consulente. Fosse un 5Stelle, o un berlusconide, si parlerebbe di conflitto d’interessi: qui solo interessi e niente conflitto.

Intanto l’offerta informativa Rai lascia un tantino a desiderare: grandi eventi bucati, abbonati in bolletta costretti a sintonizzarsi su La7 o su Sky per le dirette, conduttori non allineati (Giannini, Berlinguer, Porro, Mercalli) epurati per ordine di Palazzo Chigi e rimpiazzati da sfollagente che mettono in fuga il pubblico, tg spalmati sul Sì al referendum con tanti saluti alla par condicio, balle e censure a profusione. Ma lui niente, non si accorge di nulla, sempre teso a mettere a punto e fornire supporto. Quando Politics, il geniale ronf show che ha sostituito Ballarò all’insaputa dei più, tocca percentuali da albumina, Merlo si precipita a dare consigli per la grande rimonta, non bastando otto autori, un capostruttura e altri tre cervelloni: suggerisce a Gianluca Semprini di “uscire dallo studio” e fare come le Iene, “inseguire la Raggi per strada”. I redattori basiti sgranano gli occhi: ma, se il conduttore esce, chi conduce il programma? “Ottima idea!”, esulta garrula la direttora Bignardi, altrimenti nota come Vuoto Daria.

Ma Merlo una ne fa e cento ne pensa: “Basta politica, occupatevi di Tachipirina” (testuale). I redattori, nel dubbio che non distingua un televisore da un microonde, fanno timidamente notare che il programma si chiama Politics, non Pharmacy. Vuoto Daria invece è estasiata: “Bello! La Tachipirina! Datevi da fare!”. Alla fine decidono di assecondarlo e lui li lascia in pace, felice di aver messo a punto e fatto da supporto un altro po’. Poi purtroppo, due giorni prima del referendum, con tutti i sondaggi sul No, scopre all’improvviso che in Rai comanda la politica. Un dolore lancinante, un fulmine a ciel sereno: lui, quando Campo Dall’Orto messo lì da Renzi per meriti leopoldiani conquistati sul campo e sull’orto, lo chiamò per mettere a punto e fare da supporto, mai avrebbe sospettato che c’entrasse la politica. O che a Palazzo Chigi avessero apprezzato i suoi soffietti su Repubblica a Renzi (“il garibaldino”, la sua “libertà a volte baldanzosa e a volte birichina”, “la gioia genuina”, “l’allegria del rilassamento, l’evviva del dopo-partita, la felicità della vittoria”, “l’attor giovane con il bellissimo torto di prendersi il futuro”) e i suoi insulti a Grillo (paragonato al sanguinario “capocosca Pulvirenti ‘u Malpassotu”). Pensava di essere arrivato lì con la cicogna. Poi, tutt’a un botto, realizzò. E, amareggiato, rassegnò le dimissioni, giusto in tempo per scampare al crollo generale. “Il nostro progetto è stato sabotato, cambiare la Rai è impossibile”, scuoté il capino uscendo a passo di carica da Viale Mazzini col suo stipendiuccio in saccoccia.

Poi, dopo cinque settimane di meditazione, eccolo domenica su Rai3 dall’Annunziata a tuonare contro le post-verità del Web (quelle della Rai non sono competenza sua): “Sono stato vittima di stalking corporativo”, tuona accusando il Cda, la Vigilanza, l’Usigrai e persino i tg regionali ridotti a “sedi di partito”. Vorrebbe anche specificare quale partito, ma ancora non l’ha individuato: ci sta lavorando e presto ci farà sapere. Nell’attesa, ieri fornisce su Repubblica altri dettagli strazianti: alla Rai tutti “ci trattavano come erbacce da estirpare”. Destino cinico e baro, già toccato ai suoi simili “Biagi, Barbato, Zavoli, Eco, Furio Colombo”. E ora modestamente a lui. Lui che, mettendo a punto e facendo da supporto, aveva addirittura “restituito al lavoro una splendida stanza con boiserie a suo tempo riservata a un satrapo della famigerata Struttura Delta”. Lui che voleva elevare la Rai dal “ghetto romanesco” a un livello “finalmente nazionale”, per “raccontare l’Italia con il lessico calvinista” di “Giorgio Armani e Giuliano Pisapia”, noti pastori protestanti. Lui che sognava “una coralità territoriale”, qualunque cosa voglia dire. Niente, non ci fu verso: “Mi dimisi perché capii che tutto era inutile e che la sfida di liberare la Rai dai partiti (quali, ancora non si sa, ndr) non aveva i presupposti per essere vinta”. Non lo meritavano, ecco: “Si può lasciare non solo quando ci si sente ‘al di sotto’, ma anche quando ci si sente ‘al di sopra’”. E lui, modestamente, al di sopra lo nacque. Infatti stava al settimo piano. In fondo in fondo, rimane un sentimentale.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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