Cronaca/Inchieste/Interno

Poveri, italiani e dimenticati

Il timore di sprechi e abusi ha fin qui frenato l’introduzione di una misura universale di lotta alla povertà. Che è presente in tutta Europa. E a regime costerà 7,6 miliardi. L’approfondimento di pagina99.

poverta(SAMUELE CAFASSO – lettera43.it) – Una specie di “studio di settore” sulle condizioni di vita dei poveri che fissi i redditi “presunti” dei potenziali beneficiari dei contributi: è questo lo strumento che il governo potrebbe utilizzare per evitare che l’introduzione in Italia del reddito di inclusione naufraghi tra gli abusi e l’evasione.

UN INTERVENTO ESSENZIALE. Dal 2017 l’Italia è l’unico Paese che non ha una misura universale di lotta alla povertà invece presente in tutto il resto d’Europa, un contributo economico per chi non ha accesso ad altri ammortizzatori sociali e che viene assegnato solo se il cittadino si impegna a cercare lavoro e solo finché non viene superata la soglia della povertà. Non il reddito di cittadinanza, ma qualcosa di più minimale eppure essenziale per un Paese che ha visto schizzare la povertà a livelli mai visti prima durante gli anni della crisi e che è tra quelli dove le disparità di reddito sono più forti, come mostrano i grafici qui sopra.

AL VOTO SULLA LEGGE DELEGA. «Uno dei motivi che spiegano il ritardo italiano è sicuramente il timore di abusi, la riedizione degli scandali di cui a volte si legge riguardo le pensioni di invalidità», dice a pagina99 Massimo Baldini, economista, componente del board scientifico che ha disegnato la proposta poi appoggiata dal governo e che porta la firma dell’Alleanza contro la povertà, sigla che raccoglie le maggiori Onlus del nostro Paese. Il parlamento dovrebbe votare nei prossimi mesi la legge delega del governo – a meno che non si voglia invece intraprendere la strada del decreto.

DISUGUAGLIANZA

Ad ogni modo, si parte con numeri molto piccoli, circa 1 miliardo di euro l’anno assegnati a famiglie particolarmente bisognose tra le molte che si trovano in povertà assoluta. Ma a regime il reddito di inclusione sociale – che prevede di portare ogni famiglia sopra la soglia dei 400 euro di reddito mensili per persona (opportunamente modulati) che oggi definiscono la povertà assoluta – costerebbe oltre 7 miliardi. Il conto è presto fatto: le famiglie povere sono 1.582.000, dato del 2015. Supponendo per ciascuna di esse un assegno di 400 euro per 12 mesi, si arriva a un fabbisogno di circa 7,6 miliardi. Con questi numeri, se i soldi andassero a chi non ne ha veramente diritto, sarebbe un disastro.

IL MODELLO DI TRENTO. «La nostra proposta, che ad oggi però non compare ancora nel disegno di legge delega, è fare come fanno a Trento», spiega Baldini. «Il reddito effettivo della famiglia non può essere inferiore a un livello presunto dei consumi, stimato in base alle caratteristiche della singola famiglia». Ovvero dove abita, in che zona, quanto grande è la casa, se possiede o meno un’automobile. Se il livello di reddito presunto è superiore a quello dichiarato, sarà la famiglia a dover dimostrare agli assistenti sociali di essere realmente in condizioni di necessità. «Poi va sottolineato che la verifica della situazione economica viene fatta attraverso l’Isee, che in buona parte è ora, dopo la sua riforma, compilato direttamente dalle amministrazioni interessate (Inps, ministero dell’Economia per i redditi imponibili Irpef, banche per il patrimonio mobiliare)».

PIÙ STRUMENTI DI CONTROLLO. Un altro strumento di controllo è l’intervento degli assistenti sociali e l’introduzione graduale (si parte quest’anno con circa 1 miliardo) che dovrebbe permettere di verificare gli errori passo dopo passo. Basterà a non far gridare allo spreco? Le truppe liberiste già affilano i coltelli. «Io personalmente non sono contraria a strumenti di welfare che, invece di erogare servizi, distribuiscano aiuti in forma monetaria. Anzi, per certi versi questo potrebbe ridurre gli sprechi. Certo però che lo strumento non si può aggiungere a un welfare già ipertrofico come quello italiano», spiega Serena Sileoni, vicedirettrice dell’istituto Bruno Leoni.

«O si sceglie l’assegno, oppure il welfare di servizi», sottolinea Sileoni a riprova del fascino che il reddito di base ha nei settori più liberisti. Ma, rispetto al dibattito in corso nel resto d’Europa e in America sul reddito di cittadinanza, lo strumento italiano ha obiettivi molto più modesti, anche con costi non proprio irrilevanti. «Il reddito di inclusione previsto dalla legge delega non sostituirà i grandi strumenti già esistenti, ma razionalizzerà solo alcuni strumenti introdotti recentemente contro la povertà: la carta acquisti che risale al 2008, l’Aspi e il Sia, il sostegno per l’inclusione attiva entrato in vigore in tutta Italia lo scorso primo settembre», spiega Baldini.

RIVOLUZIONE RINVIATA. Poi, continua, «forse l’assegno per le famiglie con almeno tre figli minori e alcuni sussidi dei comuni. Tutti gli altri strumenti rimarranno in vigore. Il reddito di inclusione va pensato come uno strumento con una finalità ben precisa, il contrasto alle forme più gravi di povertà, cioè la povertà assoluta, mentre molti altri strumenti del nostro sistema di welfare hanno obiettivi molto diversi». La rivoluzione, almeno da noi, è rinviata. Ma proteggere tutti i poveri sarebbe comunque un importante passo in avanti. «Per anni abbiamo eluso la questione anche perché abbiamo creduto che quello dei poveri senza copertura da parte del welfare fosse un problema essenzialmente giovanile che potesse essere “coperto” dalle famiglie. Oggi non è più così».

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