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Domenico De Masi: “Tassare le tecnologie per finanziare la redistribuzione”

domenico-de-masi(Domenico De Masi – inpiu.net) – Già decenni orsono, Anna Hartendt si chiedeva: “Cosa succede in una società basata sul lavoro se il lavoro viene a mancare?”. La Svizzera prima, la Finlandia dopo, poi l’India, ora il candidato socialista francese alla presidenza Hamon, si pongono il problema del reddito di cittadinanza e di come finanziarlo. La causa di questa preoccupazione è evidente: abbiamo imparato a produrre più beni e servizi con meno lavoro umano. Poiché le macchine sono sempre più potenti, non si demotivano, non vanno al bagno, non scioperano, non chiedono la pausa pranzo né le ferie, ormai sono capaci di sfornare più prodotti di quanti ne sfornino i lavoratori. Quando le macchine erano meccaniche o elettromeccaniche, finivano per creare più posti di lavoro di quanti ne distruggevano: l’automobile sostituì i cavalli e creò lavoro per i gommisti. Poi le macchine divennero digitali e si cominciò a capire che i rapporti erano cambiati: il bancomat, ad esempio, ha soppiantato 3.500 cassieri solo in Italia. Si pensò di tamponare il problema con la flessibilità e ne venne fuori il Jobs act che (forse) ha creato 400.000 posti con un investimento di 20 miliardi. Ma la disoccupazione è rimasta al 12% e quella giovanile al 40% perché, intanto, le macchine hanno continuato a raddoppiare la loro potenza ogni 18 mesi, secondo la legge di Moore. Ora abbiamo a che fare con le piattaforme e con l’intelligenza artificiale che presto soppianteranno milioni di lavoratori: non solo operai e impiegati, ma persino manager e professionisti.

Tutto questo era stato lucidamente previsto già nel 1930 da Maynard Keynes che ci mise in guardia: per i suoi nipoti, cioè per i nostri figli, il problema non sarebbe stato più come produrre beni ma come distribuire equamente il lavoro che diminuisce e come impiegare con intelligenza il tempo libero che cresce. Il capitalismo è capace di produrre sempre più ricchezza e, per ridurre i costi, affida la produzione alle macchine. Fin che possono, gli uomini s’ inventano nuovi lavori, ma poi le macchine rubano anche quelli. Non resta, dunque, che da intraprendere un’imponente opera di ridistribuzione non solo del lavoro, ma anche di tutto ciò che al lavoro è collegato: la ricchezza, il potere, il sapere, le opportunità e le tutele.Poiché occorrerà del tempo per convincere i lavoratori occupati a cedere una parte del loro lavoro ai disoccupati, nel frattempo è urgente assicurare a questi ultimi il minimo vitale con un reddito di cittadinanza. Altrettanto ovvio è dove trovare i soldi per finanziare questa operazione di welfare: dal momento che la disoccupazione è causata dai robot, non resta che tassare questi ultimi. Oggi i disoccupati sono 3,1 milioni in Italia, 26 milioni in Europa, 197 milioni nel mondo. Per ora reagiscono con la depressione e il suicidio. Prima o poi potrebbero cambiare bersaglio.

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