Cronaca/Interno/Politica

L’Italia è da trent’anni in ostaggio degli ex Pci

Dal duello Occhetto-D’Alema agli ultimi strappi. Una storia di scontri interni e complotti nel disinteresse del Paese

partito-comunista-italiano-walter-veltroni( ilgiornale.it) – Roma – Non è la prima volta che il Paese resta a guardare e perde tempo prezioso, aspettando che le vicende interne all’ex Pci si risolvano.

Prima della direzione del Pd di lunedì, con il commissariamento di fatto del governo Gentiloni; prima delle acrobazie per trovare una soluzione per le elezioni che vada bene al segretario Matteo Renzi, la sinistra italiana aveva già fatto pagare il conto delle sue beghe interne a tutti gli italiani.

Per la precisione è dal 1989 che la politica – nel senso classico di selezione della classe dirigente e azione di governo – ogni tanto resta in stand by per le schermaglie di vertice della sinistra. Sono gli anni Novanta, il punto di svolta. Quando gli eredi del vecchio Partito comunista sostituirono il centralismo democratico e l’autoesclusione dal governo con una dicotomia permanente tra leader bizzosi che volevano sì guidare il Paese, ma che pensavano valesse molto di più vincere la battaglia dentro il partito.

È da allora che la vita politica dell’Italia è stata condizionata, nel male, dalla sinistra che si sente stato dentro lo stato. Andando alle origini, la svolta di Achille Occhetto divenne una battaglia interna con chi voleva mantenere in vita il vecchio Partito comunista. Lo stesso fondatore del Pds fece finire il governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi, con la scusa dell’autorizzazione a procedere per Bettino Craxi, respinta dal Parlamento, solo per calcoli interni al suo partito. Bisognava accontentare la sinistra interna e impedire che tornasse alla guida del Bottegone. Palazzo che nell’immaginario della sinistra ex comunista vale più di Palazzo Chigi. Al governo andò invece Berlusconi, non a caso un estraneo ai riti della politica. Seguirono gli anni degli scontri epocali tra Massimo D’Alema e Walter Veltroni. I destini del Paese sembravano legati a doppio filo alle visioni del mondo dei due esponenti di Botteghe oscure. Ulivismo contro socialdemocrazia, come categorie che spiegavano e offrivano soluzioni a tutto.

Semplificando, Veltroni rappresentava una «destra» interna, filoamericana e vagamente pro mercato. D’Alema l’anima partitista e socialdemocratica. Anni dopo si invertirono i ruoli, con Veltroni leader non ufficiale del «correntone» della sinistra interna che si opponeva al D’Alema in versione riformista. Era diventato il «destro» del Pci.

Arrivò a Palazzo Chigi a spese di Romano Prodi e senza passare per elezioni. Un errore che lui stesso riconobbe. Il non detto è che quel traguardo era più che altro una vittoria sul fronte interno e così fu vissuta dal protagonista.

Quando D’Alema provò a misurare il suo consenso con le elezioni regionali del 2000 perse clamorosamente. Aveva confuso il consenso e gli equilibri interni al suo partito con gli umori del Paese. Tornò Silvio Berlusconi. Negli anni successivi la sinistra, all’angolo, continuò nelle sue lotte interne. Marginale perché non al governo. Quando si trattò di andare alle elezioni il partito dovette richiamare Prodi. Solita parentesi di un outsider (perché tale restò Prodi) e poi arrivò Veltroni, candidato premier poi sconfitto. Si potrebbe pensare che la storia sia finita con l’uscita dalla stanza dei bottoni dei due eterni rivali. Ma il paradigma si ripete all’infinito, anche se su scala diversa. L’ascesa di Matteo Renzi e il braccio di ferro con Pierluigi Bersani, hanno tenuto in ammollo l’attività di governo per un lungo periodo. L’arrivo del Rottamatore ha stravolto il Pd, ma ha lasciato intatto il Paese. Nelle cronache di questi giorni, le schermaglie tra un D’Alema tornato difensore dei partito old style e un Renzi veltronizzato. Forse giocherà la carta statalista, utile a conquistare il partito. Poco importa che sia dannosa per il Paese.

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