Cronaca/Interno/Politica

Proposta di legge: Web, vietate le notizie esagerate. Ma stampa e tv possono mentire

BIPARTISAN – LA PROPOSTA IN SENATO. LE FAKE NEWS SONO UNA SCUSA: ARRIVA LA LEGGE LIBERTICIDA

controllo-internet-205686(di Virginia Della Sala – Il Fatto Quotidiano) – Presentata da Ala, multe e carcere per “notizie esagerate” e “campagne politiche che minano il processo democratico”

Sulla carta è un disegno di legge contro le fake news, nella pratica è il tentativo di controllare la libertà di espressione, soprattutto quella anti-governativa. È stata definita “una proposta bipartisan”: tra i firmatari ci sono Pd, Forza Italia, Lega e altri, compreso un M5S, Gianni Girotto. L’ha presentata ieri la senatrice di Ala – Scelta Civica Adele Gambaro, una delle prime fuoriuscite dal Movimento Cinque Stelle. Ma è il suo collega di partito Riccardo Mazzoni a sottolinearne uno degli obiettivi in un passaggio della conferenza stampa: “Ci sono le notizie completamente false, come la negazione dell’Olocausto, il Papa che appoggia la candidatura di Trump o i Clinton che comprano una villa da 200milioni di dollari ai Caraibi. E poi c’è un’area grigia: ad esempio, l’idea del Movimento Cinque Stelle che la riforma costituzionale fosse stata scritta direttamente dalla banca Jp Morgan”. La conseguenza, è un testo caotico, disomogeneo, vago che rischia di compromettere la libertà di espressione sul web. “La relazione che accompagna la legge mette ovviamente in evidenza tutti i problemi che si dibattono da anni – spiega Caterina Malavenda, avvocato esperto in diritto dell’informazione -. Il fine è nobile, il mezzo un po’ meno”.

Notizie esagerate.
Nell’articolo 1, ad esempio, si vieta la pubblicazione “attraverso piattaforme informatiche” di “notizie false, esagerate o tendenziose”. Il rischio è un’ammenda fino a 5mila euro. Ma cos’è una notizia esagerata? E quella tendenziosa? Come si dimostrano? Il cortocircuito sta nel rapporto con l’articolo 656 del codice penale che punisce sì “notizie false, esagerate o tendenziose” ma con una precisazione: devono essere “atte a turbare l’ordine pubblico”. Una specifica non da poco.

Disfattismo politico.
Articolo 2, che istituisce il 265 bis del codice penale: reclusione non inferiore a un anno e ammenda fino a 5mila euro per notizie ancora una volta “false, esagerate e tendenziose”, che “possono destare pubblico allarme o che svolgano comunque un’attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica anche attraverso campagne con l’utilizzo di piattaforme online”. Una scelta quanto meno fuori contesto: l’articolo 265 recita più o meno le stesse cose, a esclusione del riferimento al “fuorviare l’opinione pubblica”. Ma con un dettaglio importante: si riferisce, infatti, a “chiunque, in tempo di guerra, diffonde o comunica voci o notizie false, esagerate o tendenziose, che possano destare pubblico allarme o deprimere lo spirito pubblico o altrimenti menomare la resistenza della nazione di fronte al nemico”.

Odio e politica.
Tolta la guerra, resta la “campagna d’odio”: prevista la reclusione fino a due anni e fino a 10mila euro per chi è responsabile sul web di “campagne d’odio”. Fin qui, seppur con i dubbi su cosa si intenda per “campagne”, il concetto è chiaro. Molto meno quello invece legato alle “campagne volte a minare il processo democratico, anche a fini politici”. Premesso che nel 2016 è stato depenalizzato il cosiddetto ‘abuso di credulità popolare’, ritorna il discorso introduttivo di Mazzoni sulla “zona grigia” delle fake news. Assieme all’eccesso di vaghezza della norma. E dove c’è vaghezza, c’è discrezionalità.

Anonimato.
L’articolo 3 prevede invece che gli amministratori di qualsiasi piattaforma – sito o blog che sia – debbano comunicare al tribunale le proprie informazioni personali, come sono tenute a fare per legge le testate giornalistiche. “Oltre all’assurdità di dover informare di ogni singolo blog che viene aperto – spiega l’avvocato specializzato in web e media, Fulvio Sarzana – c’è poi quella di voler di annullare l’anonimato sul web, in molti casi garanzia di libertà di espressione”. Senza contare che, per aggirare la legge italiana, basterebbe registrarsi su una piattaforma estera.

Oblio.
Si prova a re-introdurre il cosiddetto “diritto all’oblio” (già respinto nel 2015 nella proposta di legge sulla diffamazione), ovvero la possibilità di chiedere la rimozione di articoli e informazioni che non siano più attuali o di pubblico interesse. “È una norma che resuscitano ciclicamente – spiega Sarzana – . Questo ddl racchiude 15 anni di proposte normative rigettate”.

Le piattaforme.
Saltando l’unica parte sensata, che prevede il potenziamento dell’alfabetizzazione mediatica dei ragazzi, si arriva all’ultimo punto: la pretesa che i gestori delle piattaforme informatiche effettuino un “costante monitoraggio dei contenuti” con particolare riguardo a quelli verso i quali gli utenti manifestino “un’attenzione diffusa e improvvisa”. Insomma, viralità sotto controllo e Grande Fratello del web. “È contrario alla normativa Ue – spiega Malavenda – i provider non possono rispondere dei contenuti degli utenti. Né effettuare un controllo preventivo”. Anche perché, in quel caso, si chiama censura.

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