Cronaca/Interno/Politica

Renzi non tratta (per ora): le primarie si fanno ad aprile

FRANCESCHINI, GUERINI E ORLANDO PROVANO A MEDIARE CON LA MINORANZA. MA L’EX PREMIER INIZIA LA CAMPAGNA CONGRESSUALE

 

renzi-martella-228740(di Wanda Marra – il fatto quotidiano) – Matteo Renzi a mediare sulla data del congresso non ci pensa proprio. Nel frattempo, Lorenzo Guerini e Dario Franceschini cercano di imbastire una trattativa quasi impossibile e i Giovani Turchi di Andrea Orlando e Matteo Orfini evitano la rottura interna per un soffio. L’ex premier fa arrivare un’apertura agli aspiranti scissionisti tramite Maurizio Martina e Piero Fassino, che propongono una “Convenzione programmatica” (termine astruso per dire che dopo il voto nei circoli si aprirebbe una fase di riflessione sui contenuti).

Una variazionein tono molto minore della “Conferenza programmatica” proposta in Direzione da Andrea Orlando. Offerte che – comunque – non sono abbastanza per Bersani, D’Alema & C. Il Guardasigilli potrebbe essere l’ago della bilancia: è oggetto del pressing sia di buona parte della minoranza, che della maggioranza, per candidarsi. Lui finora ha sempre detto che l’opzione non è in campo: una decisione che – se c’è la scissione – non ha motivo di mettere in discussione. La sua candidatura, poi, sarebbe possibile solo se appoggiata da tutta la minoranza (escluderebbe, per dire, la discesa in campo di Michele Emiliano).

Sempre ieri la riunione della corrente che Orlando condivide con Matteo Orfini, i Giovani Turchi, dopo 3 ore di confronto serrato “si è conclusa con un documento unitario”. I due hanno marcato una distanza anche spaziale: Orlando non s’è seduto al tavolo della presidenza. Ad ogni modo, come spiega Orfini, dopo l’avvio formale del congresso (domenica), e prima di presentare ufficialmente le candidature, si propone una Conferenza programmatica. Nel documento, poi, si parla di fine della legislatura nel 2018. L’unità dei “turchi”, però, potrebbe durare poco: Orfini (con il quale ieri si sono schierati solo in 12) ormai è uno dei più vicini a Renzi; Orlando (che di parlamentari ne ha contati 40) è già all’opposizione interna.

Il quasi ex segretario, intanto, va diritto per la sua strada. “È inspiegabile far parte di un partito che si chiama democratico e aver paura della democrazia”, scrive nella e-news. Come dire: nessuna trattativa sui tempi del Congresso. Tanto è vero che – anticipando pure il passaggio in Assemblea di domenica – dà il via alla campagna congressuale: l’appuntamento coi sostenitori della sua mozione è a Torino dal 10 al 12 marzo al Lingotto, in omaggio a Veltroni che nel 2007 da lì lanciò la sua candidatura alla guida del Pd (tra i parlamentari già si parla di “Lingolda”). Nel pomeriggio, poi, se ne va a Milano, in visita alla sede Pd, a parlare con i militanti.

L’ultima data disponibile per le primarie, per Renzi, è il 7 maggio. Anche se il suo inner circle ieri si spingeva a parlare di 7 aprile: uno schiaffo a Bersani & C. L’ex premier ha in testa un punto fermo: il congresso deve finire almeno un mese prima delle Amministrative. La sconfitta è data per scontata al Nazareno: non sarebbe un bel biglietto da visita per un leader in cerca di legittimazione popolare. Non solo. Renzi non sembra aver molta voglia di fermare gli “scissionisti”. L’uscita di Bersani e D’Alema l’ha messa in conto da mesi. Quella di Emiliano e degli altri potrebbe dargli più fastidio, ma non abbastanza da fermarlo. “Ma Renzi ce l’ha la stoffa dello statista? Se ce l’ha, come può far finta di nulla rispetto a una sconfitta alle amministrative? L’ha già fatto l’ultima volta e non gli ha portato bene… Perché non ripartire da una piattaforma unitaria e fare il congresso a fine giugno?”. Così ragionava ieri un deputato della maggioranza renziana. Pure il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, parla di “un manifesto” per “restare uniti”. Guerini e l’altro “azionista forte”, Franceschini, cercano di portare “il capo” a concedere più tempo possibile. Il vicesegretario parla con tutti, li invita a “un congresso vero”.

Il ministro, già martedì, ha tentato di spingere Renzi a una mediazione. Lui ha risposto picche. Il timore di Franceschini (e non solo suo) è che, se l’ex premier va diritto per questa strada, le Politiche saranno un disastro e questo significa pure non poter garantire a tutti un nuovo seggio in Parlamento. Al di là delle trattative, ogni occasione è buona per litigare: ieri sera in un’Assemblea dei deputati Pd sulla legge elettorale, i bersaniani si sono scagliati contro i capilista bloccati, con Franceschini che mediava. Nel frattempo c’è chi racconta che Renzi abbia cominciato un giochino che suona più o meno così: “Questo lo candido, questo lo caccio”.

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