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“Babbo Geppetto”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – L’altra sera, a Dimartedì, Tiziano Renzi detto babbo Geppetto perché è il padre di Pinocchio dichiarava che la “T.” sui due pizzini di Alfredo Romeo con accanto la cifra di “30.000 al mese” potrebbe non essere la sigla del suo nome, ma del mio cognome: Travaglio – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 10 marzo 2017, dal titolo “Babbo Geppetto” –. Ipotesi affascinante, se Romeo avesse incontrato il sottoscritto anziché lui (come dice l’imprenditore in un’intercettazione e come testimoniano il suo commercialista Mazzeo e il sindaco di Rignano sull’Arno); se Carlo Russo che vedeva e sentiva continuamente Romeo e contrattava le modalità di pagamento all’estero dei suoi 5 mila euro bimestrali fosse uso a pellegrinare a Medjugorie con me e non con Tiziano e avesse scelto me e non Tiziano come padrino di battesimo del figlio; e se Romeo avesse finanziato con 60 mila euro il Fatto Quotidiano anziché la fondazione Open che fa la questua per Matteo. Ieri poi babbo Tiziano ha parlato con La Nazione per dirsi vittima della solita macchinazione e, parlando, annunciare che ora non parla, ma lo farà presto: “Venite il 16 marzo al tribunale di Firenze. C’è la prima udienza contro Travaglio e il Fatto. Credo sia pubblica… Una richiesta di risarcimento danni di 300 mila euro… Parlerò. Ormai manca poco”.

Spiace deluderlo, ma il 16 marzo non si terrà alcuna udienza che riguardi noi e lui, né a Firenze né altrove. Lo diciamo per risparmiargli un viaggio inutile. La prima udienza della causa civile intentata da babbo Renzi al Fatto sarà l’11 aprile; non c’entra nulla con la vicenda Consip (si riferisce ad articoli sui suoi affari nel ramo outlet e al fallimento di una sua società, definito “bancarotta” perché all’epoca Tiziano era indagato per bancarotta e nessuno ha mai dubitato che sia fallita); e soprattutto non sarà un’udienza pubblica e nessuno parlerà, perché nel processo civile gli avvocati si limitano a depositare carte e controcarte, poi il giudice decide. La causa T. contro T. sarà però interessante: oltreché su alcuni articoli del nostro giornale e del nostro sito, verterà sui “messaggi subliminali” e le “foto maliziose” contestati dall’“attore” (che poi è sempre T. nel senso di Tiziano). Messaggi subliminali volti a far credere che il nostro eroe, “agente di commercio”, non faccia affari anche grazie al cognome che porta, ma solo perché è sempre stato un genio del business, una versione vernacola di The Wolf of Wall Street, dotato – lo dice lui – di “una straordinaria capacità professionale ed una vulcanica energia intellettiva”.

E non da oggi, ma da quando “l’attuale premier non era neppure nato”. Ergo va risarcito per i “danni patrimoniali e non” subiti per le cose (vere) scritte dal Fatto, con una somma “non inferiore a 250 mila euro” (non si sa se al mese o all’anno o una tantum), considerando anche “il patema d’animo sofferto in relazione al contesto sociale” eccetera. In fondo è un peccato che abbia scelto il processo civile: nel penale, avrebbe potuto spiegarci come mai la sua straordinaria capacità professionale e la sua vulcanica energia intellettiva abbiano dato l’impressione all’ad di Consip Luigi Marroni di un “ricatto” suo e del suo Sancho Panza, Carlo Russo, per truccare l’appalto più grande d’Europa a favore degli amici Romeo e Verdini. E perché quella straordinaria capacità professionale e quella vulcanica energia intellettiva fossero così neglette anche in Puglia, al punto da costringere lui e Russo a chiedere un incontro al governatore Emiliano per spingere un altro affare che la loro straordinaria capacità professionale e la loro vulcanica energia intellettiva non riuscivano a concludere senza l’aiutino del presidente della Regione (che purtroppo, malgrado l’intervento di Luca Lotti, non arrivò).

Ma, visto che parliamo di denunce e tribunali, attendiamo a pie’ fermo che babbo Tiziano intenti una bella causa a Russo per aver abusato del suo cognome con Romeo e Marroni a sua insaputa, mentre lui Romeo non lo conosceva e Marroni lo incontrava solo per piazzare una statua della Madonna di Medjugorje all’ospedale pediatrico di Firenze (con gran risparmio per lo scultore, visto che secondo la Santa Sede a Medjugorje non è mai apparsa alcuna Madonna: praticamente una statua invisibile). Dopodiché, se mai Romeo confermasse che il “T.” dei 30 mila euro al mese era proprio lui, denuncerà pure lui. E intanto querelerà Marroni per aver detto che lo ricattava. Poi querelerà Daniele Lorenzini, sindaco Pd di Rignano e suo medico curante, che ha raccontato ai pm come babbo Renzi a ottobre fosse terrorizzato da un’inchiesta a Napoli “su una persona che avrò visto una volta” (Romeo, quello che non ha mai visto); gli confidasse di essere “controllato”; e avesse saputo tutto dall’amico comandante dei carabinieri toscani, generale Saltalamacchia, durante una grigliata o “bisteccata” a casa sua (Lorenzini sentì l’ufficiale dire a Tiziano: “Stai lontano da quella persona di Napoli”, cioè Romeo, quello che babbo Renzi non ha mai visto). Poi, volendo, spiegherà perché mai Saltalamacchia dovrebbe avvertire proprio lui dell’indagine su Romeo se lui non sapeva chi fosse; perché si allarmò al punto da parlare con gli amici solo nel bosco e senza cellulare; e perché, quando Lorenzini andò a trovarlo in ufficio, gli fece lasciare l’iPhone sulla scrivania e gli parlò solo nel piazzale; e perché fece dire a Carlo Russo da Billy Bargilli, ex autista del camper di Matteo, di non chiamarlo e non inviargli più sms. Altrimenti – Medjugorje non voglia – dovremmo concludere che, nella riedizione 2.0 della fiaba di Collodi, babbo Geppetto porta il pizzetto alla J-Ax. E mente più di Pinocchio.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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