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Renzi è Renzi, non ce n’è un altro

(http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it) – C’è un increscioso equivoco che ha segnato il dibattito attorno al Pd dopo il 4 dicembre e in particolare nelle ultime settimane: quello secondo il quale Renzi sarebbe capace di diventare qualcosa di diverso da Renzi.

È la famosa storia del leader che, dopo aver a lungo meditato sulla sua sconfitta e compreso gli errori compiuti, avrebbe deciso di «passare dall’io al noi» e di mettersi alle spalle la stagione in cui faceva il fenomeno, l’uomo solo al comando, una riforma al giorno, basta con la palude, voi siete solo gufi e rosiconi, faccio tutto io, la legge elettorale che tutto il mondo ci invidia e via spacconando senza ascoltare nessuno.

Con precisione, non ho capito bene quando Renzi avrebbe dato sintomi di autotrasformazione in quel senso, ma – nonostante questa carenza di segnali in merito – da un mese si profetizza o s’immagina l’avvento di un Renzi inclusivo, riflessivo, autocritico, capace di guardare oltre se stesso e reso saggio dall’esperienza.

Oggi, fortunatamente, è lo stesso Renzi a chiarire l’equivoco dicendolo alla Stampa senza giri di parole: «Smettiamola con questa idea metafisica di un nuovo Renzi».

Per sicurezza, conferma poi il concetto con qualche tonnellata di assertività e arroganza in tutte le successive risposte: «Basta con l’autocritica» (qualcuno si è accorto che ne abbia mai fatta?), «sarò segretario anche se non supero il 50 per cento» (con buona pace dello Statuto del suo stesso partito che dice il contrario), «se abbiamo peccato è stato di poco riformismo non di troppo» (e siamo sempre a confondere la quantità dei cambiamenti con la loro qualità), «non sono d’accordo con la separazione dei ruoli di segretario e premier» (insomma vuole fare tutto lui) fino allo statement fondamentale: «Non posso accettare un tratto di matita su di me e il mio nome»

Insomma è tutto un ego, ego ego forever.

E nemmeno una parola riflessiva sull’operato del suo governo, sulle decisioni concretamente prese – dal lavoro alle riforme istituzionali, dalla scuola alle banche. Nemmeno un dubbio che qualcuna di queste fosse sbagliata, frettolosa, che abbia prodotto qualche danno, qualche problema a quel 60 per cento di persone che gli hanno sbattuto la porta in faccia il 4 dicembre.

Il “nuovo Renzi”, lo dice lui stesso, è solo un wishful thinking di chi, dentro e fuori il Pd, continua a temerne la leadership – e a considerarla ineluttabile, ventennale. E quindi punta al massimo a mitigarne l’arroganza, o meglio spera che se la mitighi da solo.

Il che non è, evidentemente. Come allo scorpione sulla schiena della rana, non gli si può chiedere di andare contro la sua natura.

Ah, a proposito di natura – e per andare anche oltre gli aspetti psicologici. Raccomando oggi la lettura della mezza pagina di pubblicità acquistata sul Foglio dal circolo Pd Meriti e bisogni, guidato da un politico di lungo corso milanese, Massimo Ferlini. Vi è pubblicato questo appello: «L’Italia ha più bisogno che mai di una Grande Riforma istituzionale», «serve un nuovo programma di riforme che abbia al centro la progressiva disintermediazione dello Stato», «la modernizzazione», «rompere la spirale di statalismo e populismo», «valorizzare appieno il capitale umano» e (wow) «partire dal Jobs Act».

Insomma Renzi, il Renzi del 2013-2016, allo stato puro, anzi al cubo, quasi caricaturale.

Perché Renzi è questa roba qui, non ce n’è un altro.

Vedete voi, e vedano il 30 aprile i simpatizzanti del Pd che andranno ai gazebo.

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