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“Bob a due”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Corriere della sera: “La sfida di Renzi: basta paure”.  Repubblica: “Renzi riparte dal Lingotto: ‘No alla sinistra della paura’”.  Messaggero: “Renzi: basta paura”.  Stampa: “La fida di Renzi: ‘basta aver paura’” – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 12 marzo 2017, dal titolo “Bob a due” –.
Abbiamo letto con devozione e un filo di apprensione il titolo unico del giornalone unico e ci siamo domandati: di che avrà mai paura questo benedetto ragazzo? La risposta era nelle pagine interne che davano ampio risalto alla presenza alle assise del Lingotto di Tommaso Nugnes, figlio dell’assessore Giorgio, morto suicida 9 anni fa dopo l’arresto e la scarcerazione per complicità nelle violente manifestazioni contro la discarica di Pianura e un mese prima che si scoprisse che era pure indagato nell’inchiesta Global Service su Alfredo Romeo e gli assessori napoletani al suo servizio. In base a un meccanismo spiegabilissimo in psichiatria, Renzi empatizza con tutti i figli di indagati, essendo a sua volta figlio Tiziano, inquisito per traffico d’influenze nell’inchiesta Consip sullo stesso Romeo e vari personaggi al suo servizio.
Illuminante anche il nome scelto per il blog del Pd, lanciato con appena 12 anni di ritardo su Grillo per passare “dall’io al noi”: “Bob” che, più che a Robert Kennedy, fa pensare al bob a due (Matteo e Tiziano: noi).

Ieri abbiamo spiegato come andarono le cose nel caso Nugnes: il suo suicidio avvenne prima che si sapesse dell’inchiesta Romeo, approdata a condanne in primo e secondo grado poi annullate in Cassazione. Quindi il tragico gesto era legato all’altra indagine, quella per le devastazioni di Pianura, che ha prodotto una raffica di pesanti condanne in Tribunale e s’è rivelata più che fondata. Dunque l’uso del figlio del morto, esibito come un trofeo e portato in processione al Lingotto come la teca di padre Pio per screditare i pm vivi e riabilitare i vivissimi inquisiti è un vomitevole abuso basato su un falso storico. Doppiamente stomachevole perché a praticarlo sono politici e giornaloni che ogni giorno la menano contro le fake news (degli altri). E ora fanno la gara a chi la spara più grossa.
Il Giornale, in prima fila a difendere i Renzi’s dall’“inchiesta taroccata”, attribuisce quella del 2007 su Romeo e Nugnes a LDe Magistris (che non era nemmeno pm, ma membro del Riesame che confermò l’arresto del solo Romeo). Altri tirano in ballo Woodcock, allora a Potenza. Ma il meglio lo dà Repubblica, che ripete paro paro le minchiate di Renzi: “Nugnes si tolse la vita a causa di due inchieste… Fu arrestato in un’indagine che coinvolgeva Romeo” che poi “fu assolto. Ma Nugnes si era già suicidato”.
TUTTO FALSO.

Falso che le inchieste al momento del suicidio fossero due (c’era solo quella su Pianura). Falso che l’arresto di Nugnes riguardasse Romeo. Francesco Merlo rincara la dose: Nugnes “era accusato anche di complicità con la camorra” (balla sesquipedale). Il Messaggero non è da meno: Nugnes jr. “incarna le ferite e i dolori che il giustizialismo infligge alle persone”, visto che Nugnes sr. “si impiccò da innocente e fu scagionato post-mortem con gli altri indagati (giustizialismo, innocente e scagionato un par di palle: gli imputati dell’inchiesta per cui fu arrestato sono stati condannati).
Ma riecco Repubblica, che ormai pare il Giornale, il Foglio, Libero, il Tg4 e Studio Aperto degli anni d’oro: si scaglia contro il “rapporto troppo stretto tra inchieste e notizie giornalistiche” (quell’obbrobrio unico al mondo chiamato cronaca giudiziaria) e il “cortocircuito delle inchieste che finiscono sui giornali. Troppo presto e con troppa enfasi”. “Malagiustizia” e “malogiornalismo”, tuona il Merlo. Ora provate digitare su Google le parole Repubblica, Nugnes e Romeo: vi apparirà un’ampia rassegna dei pezzi di Repubblica sull’arresto di Romeo nel 2008 e le sue telefonate con Nugnes che gli passava notizie segrete. Alcuni, in prima pagina, erano firmati dal compianto (anche da chi, come noi, ha avuto a che ridire con lui) Giuseppe D’Avanzo. Che faceva benissimo il suo mestiere raccontando i fatti emersi dalle indagini, anche un mese dopo il suicidio dell’assessore. Bei tempi, quando i giornalisti facevano i giornalisti perchè sapevano cos’è il giornalismo, lasciando ai trombettieri di B. i gargarismi sulla “gogna” e il “cortocircuito mediatico-giudiziario”. Ora che quelle boiate contagiano Pd e stampa al seguito, tocca a noi difenderne la storia e il buon nome.

Otto anni fa Repubblica, con altri giornali, la Fnsi e gli editori, lanciava la campagna dei post-it gialli e sfilava in piazza contro la legge-bavaglio di B.&Alfano che secretava le intercettazioni fino al rinvio a giudizio. Ora invece sposa l’ultima trovata del Pd, infinitamente peggiore di quella, infatti subito applaudita dal sottosegretario Migliore: la proposta del presidente campano del partito, Stefano Graziano, indagato per camorra, sospeso dallo stesso Pd e poi archiviato dal gup, di segretare pure gli avvisi di garanzia fino al rinvio a giudizio. Un ritorno al Codice Rocco con la comunicazione giudiziaria top secret. E’ infatti dal 1990, cioè dal Codice Vassalli, che gli atti d’indagine noti all’indagato (tra cui l’avviso di garanzia) non sono più segreti perchè già a conoscenza del destinatario, degli avvocati,dei pm e della polizia giudiziaria.
Un segreto di Pulcinella che questi impuniti vorrebbero nascondere (con un post-it giallo?) solo ai cittadini elettori, che così andrebbero alle urne e voterebbero per un candidato sindaco o governatore o parlamentare che credono intonso da guai giudiziari, salvo scoprire quando è troppo tardi di aver eletto un inquisito per mafia, o corruzione, o pedofilia. Splendida idea per combattere l’antipolitica, il populismo, il giustizialismo e l’astensionismo: al cittadino non far sapere quanto è ladro il candidato del potere.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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