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“Lotti puo restare se…”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Chi l’ha detto che Luca Lotti deve lasciare il governo? Lo so che, a furia di dipingerci per “giustizialisti”, tutti danno per scontato che il Fatto sia per le dimissioni di qualunque inquisito, così come i presunti “garantisti” difendono la poltrona di tutti gli indagati, a prescindere. Ma chi ci legge con attenzione sa che non è così. Noi abbiamo sempre sostenuto un’altra posizione: un partito, quando un suo dirigente, rappresentante o amministratore viene coinvolto in un’indagine, deve leggersi le carte, ascoltare la versione dell’interessato, renderla pubblica e poi assumersi la responsabilità di decidere e di tutte le conseguenze del caso. Poi, nell’iter giudiziario, quella scelta potrà rivelarsi giusta, ma anche sbagliata, nel qual caso chi l’ha presa paga pegno – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 14 marzo 2017, dal titolo “Lotti puo restare se…” –.

Per ridurre i rischi, bisogna valutare la gravità del reato contestato e del provvedimento giudiziario (un conto è l’iscrizione sul registro degli indagati o l’avviso di garanzia, un altro l’arresto o il rinvio a giudizio o la sentenza di condanna), e soprattutto la solidità degli elementi raccolti dagl’inquirenti. Se il tizio è indagato per reati di mafia o corruzione, in base non ai “sentito dire” ma a fatti concreti e documentati, può bastare l’iscrizione o l’avviso per espellerlo dal partito e dalla carica. Anzi, se quei fatti emergono da dati inoppugnabili (testimonianze o confessioni credibili, documenti incontestabili, intercettazioni o filmati), non occorre neppure attendere l’iscrizione o l’avviso.

Se invece si tratta di reati meno infamanti o di fatti controversi (ad accusare tizio c’è solo la parola di caio contro la sua, magari in seguito a una denuncia che impone ai pm di accertare chi ha ragione tra denunciante e denunciato), si attende che il processo faccia chiarezza. Se infine i fatti sono del tutto trascurabili per l’etica pubblica (diffamazione per opinioni critiche, e non solo), niente dimissioni neanche in caso di condanna definitiva. Insomma la scelta si fa sulle carte, caso per caso, e se ne spiegano i motivi. Evitando possibilmente le solite giaculatorie sulla presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva (principio costituzionale sacrosanto, che però vale solo nel processo e non nel rapporto fiduciario fra personaggi pubblici e cittadini), sulla fiducia nei magistrati (ci mancherebbe che non ci fosse, da chi rappresenta gli altri poteri dello Stato), su baggianate tipo l’“autosospensione” (Tiziano Renzi dal Pd di Rignano e Roberto Napoletano da direttore del Sole 24 Ore) o sugli scandali altrui. Dare la solidarietà a Virginia Raggi per fingersi coerenti nella difesa di babbo Tiziano e Lotti non ha senso, trattandosi di casi non sovrapponibili.

La sindaca di Roma è indagata per abuso e falso sulle nomine di due dirigenti comunali delle quali si sa già tutto. Lotti e Tiziano sono accusati l’uno di rivelazione di segreti e favoreggiamento, l’altro di traffico d’influenze illecite in un’indagine per corruzione sul più grande appalto d’Europa, in base a intercettazioni imbarazzanti e a testimonianze di vari amici.

Ma veniamo al dunque. Lotti, appena saputo di essere indagato, s’è fatto interrogare per 40 minuti dai pm. Ha detto di non aver mai saputo nulla dell’inchiesta Consip, dunque di non averne potuto avvisare i vertici della società pubblica, come invece l’accusano di aver fatto gli amici Marroni (Ad di Consip) e Vannoni (presidente di Publiacqua Firenze). Ha aggiunto di aver viaggiato sullo stesso treno da Firenze a Roma con Vannoni, che quel giorno si recava a Napoli per testimoniare contro di lui in Procura, ma che l’amico non gli disse né dove andava né cosa stava per dire sul suo conto; poi però, nel pomeriggio, se lo ritrovò a Palazzo Chigi tutto mogio, perché voleva scusarsi di essere stato costretto dai pm a calunniarlo, e lui lo mise alla porta con parole minacciose: “Non ti do una testata per il rispetto di questo luogo”.

Se Renzi vuole che Lotti resti al governo, blaterare di presunzione di innocenza e fiducia nei pm (ma anche in Lotti) non ha alcun senso: il leader Pd deve parlare col ministro, farsi raccontare tutto (anche l’sms, mai spiegato dal ministro, con cui suggerì al governatore pugliese Michele Emiliano di ricevere Carlo Russo, il faccendiere di Scandicci che fa coppia fissa con babbo Tiziano in vari affari) e poi illustrarci perché crede ciecamente alla versione di Lotti e non a quella degli altri due amici Marroni e Vannoni. I quali, dunque, sarebbero due volgari calunniatori, oltreché due masochisti con tendenze suicide, visto che lanciano davanti ai pm, sotto giuramento, accuse tanto gravi quanto false al braccio destro dell’amico che li ha nominati. Dunque, se Lotti resta, Marroni e Vannoni devono andarsene su due piedi: Renzi faccia presentare dai parlamentari Pd una mozione che vincoli Gentiloni e Nardella a rimuoverli dai loro incarichi pubblici. Se invece i due restano al loro posto, è perché Renzi crede alle loro accuse contro Lotti, ma anche – nel caso di Marroni – contro i generali Del Sette e Saltalamacchia, che il governo deve licenziare in tronco restituendo credibilità all’Arma (tuttora impegnata in un’indagine già costellata di fughe di notizie).

Noi, alla luce degli atti e della logica, pensiamo che le parole di Marroni e Vannoni, corroborate da una mole di indizi, siano molto più attendibili di quelle di Lotti e babbo Tiziano. Ma non pretendiamo che Renzi sia d’accordo con noi. Se domani vuole salvare Lotti e anche la faccia, deve pronunciarsi contro i suoi accusatori. Poi, è ovvio, se Marroni e Vannoni risultassero credibili e Lotti bugiardo, le conseguenze non dovrebbe pagarle solo Lotti, ma anche Renzi. L’unica cosa che non può fare impunemente è prendere in giro gli italiani: ci ha già provato il 4 dicembre e sa com’è finita.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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