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Peppino Caldarola: “Il Pd è morto perché è un partito non più necessario”

(Peppino Caldarola – lettera43.it) – Quando nacque il Partito democratico le ragioni di un distacco dall’egemonia liberista c’erano tutte, ma, in piena beatitudine, i due partiti confluenti, Democratici di sinistra di Piero Fassino e Margherita, decisero, sotto l’assillo di Romano Prodi, di dar vita alla Cosa nuova convinti che fosse necessaria nella Seconda Repubblica a dar vita al polo maggioritario. La fusione fu fredda, mal amalgamata, vivacchiò, tuttavia la logica di quel sistema politico ne impediva la dissoluzione perché senza un partito pigliatutto non si concorreva per la guida del Paese.

ORIGINI DA SFUMARE. Quel partito per continuare a essere tale doveva sfumare le sue origini di sinistra, simboli compresi, e aderire al pensiero unico che era prevalso negli ultimi 20 anni, o forse anche di più se si pensa che il Partito comunista italiano si sciolse dopo il secondo mandato di Ronald Reagan e i “nuovisti” accettarono lo schema culturale che dal reaganismo in poi venne fuori.

Insomma il Pd è inscritto nella storia del suo tempo, con luci e ombre. Quella storia è finita. L’hanno conclusa tre fattori. L’ha conclusa la crisi del pensiero unico con l’emergere di un pensiero critico, dappertutto di tipo socialista, parola che fa fatica ad affermarsi in Italia anche nel nuovo partito nato da una costola del Pd.

LAVORO SCHIAVISTICO. Ha contribuito prepotentemente una crisi sociale che ha rivelato la crescita delle diseguaglianze e l’emergere anche di lavori ultra-tecnologizzati, ma anche di lavoro schiavistico che l’Occidente non conosceva dalla prima rivoluzione industriale, ed era presente nei campi di cotone americani prima della guerra civile.

RIMANE SOLO IL LEADER. Infine la crisi istituzionale con la fine del maggioritario e l’avvento del proporzionale a cui si è accompagnata la più grave sconfitta che Matteo Renzi abbia potuto avere con l’enorme valanga di “No” al suo progetto di riforma istituzionale. Essendo mutate tutte queste condizioni, la ragione storica per il Pd non esiste più. Potrà resistere elettoralmente, diventare il partito del leader sulla linea di frontiera fra sinistra e un’area moderata di destra, ma il Pd, insisto, è morto.

Persino l’inesistenza di un congresso, come ha fatto nuovamente notare Piero Ignazi su la Repubblica, di una convention nazionale in cui ci si disputa sulle idee di società, rende questo partito fragile, in balia delle onde di successo del suo leader attuale.

PRIORITÀ AL SOCIALE. Altra cosa invece l’opzione di sinistra che nasce sulla base di una lettura più realistica della realtà, che vuole prendere il toro sociale per le corna della diseguaglianza, che pensa di tornare a riflettere attorno a modelli inclusivi di società (inclusivi, non compassionevoli), che accetta il mercato ma non ne fa un’icona salvifica, che ritiene che lo Stato abbia doveri ma anche diritti, che non teme l’inimicizia di gruppi sociali privilegiati o estremizzati, che immagina di raccogliere forza diverse e con queste di dar vita a un partito immerso nel sociale e contendibile sulla base di scontri politici incentrati su progetti, programmi, leadership, tutto davanti e con la partecipazione del proprio popolo non sui media.

ORA DIRIGENTI CAPACI. La differenza fra un partito non più necessario e un partito storicamente necessario non dà né l’addio al primo né accredita l’altro. In mezzo ci devono essere la politica, la cultura e la capacità dei gruppi dirigenti di essere all’altezza del tempo in cui vivono.

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