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Buzzi (Mafia Capitale): “Ero costretto a pagare il pizzo alla politica per lavorare”

(Giovanni Bianconi per il Corriere della Sera) – Prima che Salvatore Buzzi cominci la terza puntata del suo fluviale interrogatorio, il suo avvocato Alessandro Diddi consegna ai giudici un prospetto con il riassunto dei pagamenti palesi e occulti a esponenti politici, tratti dai bilanci e dal «libro nero» con la contabilità segreta della cooperativa. Una lista piena di nomi già noti, da Nicola Zingaretti a Ignazio Marino passando per Gianni Alemanno e altri candidati alle elezioni locali ed europee, fino ai finanziamenti di imprecisate feste dell’ Unità.

Gran parte di queste voci sono già state vagliate e archiviate dagli inquirenti, ma il presunto cassiere di Mafia Capitale le riesuma per sostenere la tesi difensiva: quella in cui è rimasto impigliato non è una storia di criminalità organizzata né di condizionamenti, intimidazioni e omertà, bensì una banale vicenda di corruzione alimentata da un imprenditore che per ottenere lavori e appalti era costretto a foraggiare la politica.

«Alcune richieste non erano nemmeno tangenti per farmi vincere le gare – racconta l’ imputato in videoconferenza dal carcere del Friuli dov’ è rinchiuso -, ma estorsioni pretese su gare già vinte. Una tassa imposta, come quando Franco Panzironi (potente amministratore dell’ azienda municipalizzata dei rifiuti quando era sindaco Alemanno, ndr) voleva 100.000 euro».

Il capo delle cooperative di sinistra a Roma, insomma, si definisce vittima del «pizzo» al tempo della giunta di destra, ma quando si presentò al pubblico ministero Paolo Ielo nel 2010 per denunciare i patti violati dall’ amministrazione comunale evitò di parlarne: «Se avessi denunciato Panzironi e gli altri politici avrei chiuso, non avrei più lavorato, guardate quello che è successo all’ epoca di Mario Chiesa e Tangentopoli. Ho sbagliato, magari se avessi parlato allora non mi avrebbero arrestato».

In effetti, quattro anni più tardi, proprio il pm Ielo è stato tra quelli che ha chiesto e ottenuto la cattura di Buzzi, Carminati e degli altri imputati del «mondo di mezzo». E oggi la controstoria di Mafia Capitale narrata da Buzzi non può prescindere dall’ ammissione dei rapporti malati con la politica.

Nel suo racconto perfino l’ ingresso in affari con l’ ex estremista nero Massimo Carminati fu un’ imposizione da parte dell’ allora capo dell’ Ente Eur Riccardo Mancini, che di Carminati era stato un «camerata» nelle file del neofascismo romano alla fine degli anni Settanta: «Mancini mi propose di farlo entrare in società nell’ appalto per il servizio giardini all’ Eur, io lo interpretai come un “consiglio per gli acquisti”, cioè una richiesta per farmi vincere la gara, e accettai di buon grado. Massimo l’ avevo conosciuto in carcere nei primi anni Ottanta, mi stava simpatico allora e poi siamo diventati amici. È una persona di grande cultura e generosità».

Anche attraverso Carminati, nella versione di Buzzi, si arriva alla politica corrotta: «Mi diceva di aver portato moltissimi soldi a esponenti politici nazionali per conto di Finmeccanica, che partecipava all’ appalto più grande d’ Italia, con Caltagirone e la Legacoop: roba da 3,5 miliardi di euro, quelle di Mafia Capitale, in confronto, so’ du’ fetecchie ». Ma sono quelle che l’ hanno trascinato in un processo nel quale Buzzi ha cominciato a difendersi attaccando. In attesa del controesame dei pubblici ministeri.

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