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De Magistris, i disabili e il calice di Piedirosso

(di Enzo d’Errico – http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it)Egregio sindaco de Magistris, mi rendo conto che in queste ore sarà alle prese con le conseguenze del suo guevarismo prêt-à-porter e avrà poco tempo da dedicare a problemi che non riguardano le sorti della democrazia a Napoli, minacciata come è noto dal temibile Salvini. Tuttavia — ora che ammuina è fatta e possiamo tornare a occuparci delle misere faccende che scandiscono la vita quotidiana di noi poveri cittadini, non certo di voi arditi rivoluzionari — mi permetto di scriverle in merito a una vicenda che lei ha trattato con la stessa pervicace coerenza con cui tratta da sempre la disabilità: voltando lo sguardo. O, ancor peggio, nascondendosi dietro procedure burocratiche e paraventi formali.

Insomma, lei che da buon Comandante con il basco di traverso proclama fede in un concetto di Giustizia legato all’interpretazione sostanziale della norma, si trasforma da «Che sul cavallo» in «Che sul cavillo» appena deve esplorare, suo malgrado, i territori stranieri dell’handicap. Sarà perché in quel mondo le chiacchiere stanno a zero e contano soltanto i fatti? Sarà perché la Repubblica dell’amore ha poco appeal verso chi, da mesi, si vede negare l’accompagnamento a scuola del figlio bloccato su una sedia a rotelle? Sarà perché lei, che sostiene di voler difendere la Costituzione, contribuisce ogni giorno a negare il diritto all’istruzione a centinaia di bambini feriti nel fisico e nella mente? Sarà perché quei ragazzi non sono capaci di occupare scuole, creare centri sociali, scendere in piazza, ossia di fare tutto ciò che nella «sua» Napoli da cartolina cubana rende visibili i giovani? Sinceramente spero di no. E per questo le scrivo.

Ma con una premessa necessaria, che per spirito di trasparenza devo a lei e ai nostri lettori: sono il padre di una ragazza disabile che oggi ha vent’anni e frequenta il centro La Gloriette. Sì, quello stesso centro al quale è stata scippata la possibilità di espandere e completare un progetto di recupero a vantaggio di chi è svantaggiato dalla nascita. Negli ultimi giorni abbiamo cercato di narrare questa vicenda cominciata nel 2010, quando il piano superiore dell’ex villa di Michele Zaza (il re del contrabbando) venne affidato alla cooperativa l’Orsa Maggiore come bene confiscato alla camorra. Quella dimora di ricchezza pacchiana incastonata sulla collina di Posillipo oggi è la casa di sessanta giovani disabili e il punto d’approdo per le loro famiglie, naufraghe in una città che da tempo ha mollato l’ormeggio della compassione. Ma non c’è bisogno che gliela racconti io questa storia, egregio sindaco: lei la conosce benissimo perché molte fotografie la ritraggono mentre balla nei giardini con i ragazzi e gli operatori durante alcune delle tante feste organizzate lì per raccogliere fondi e allacciare un rapporto più profondo con la cittadinanza. Peccato, però, che ballare non basti. C’è bisogno di fatti. E i fatti dicono che la sua amministrazione ha concesso il resto della villa sequestrato, più circa diecimila metri quadri di terreno agricolo annesso, alla cooperativa «Agende rosse Campania» per coltivare un vitigno e dare vita a un’impresa commerciale. Ah già, dimenticavo: nel progetto è prevista anche una zona dedicata alla «pet-therapy», attività notoriamente decisiva per chi è affetto da autismo o da sindrome down, vero? Soprattutto, poi, se gli unici animali che davvero sortiscono qualche effetto con i disabili psichici sono cavalli e asini, gli unici che mai potranno essere ospitati in quel terreno causa tassativo divieto del regolamento condominiale.

Poco conta che, invece, l’Orsa Maggiore avesse richiesto l’affidamento del terreno per realizzare un piccolo agriturismo, con la partnership di Slowfood e Legambiente, capace di completare il ciclo delle attività e di avviare al lavoro ragazzi che, probabilmente, un lavoro non l’avranno finché camperanno. Logica avrebbe voluto che la villa di Zaza fosse interamente affidata a chi, ormai da sette anni, porta avanti in quella struttura un’attività sociale d’eccellenza. Non è andata così. Ma sono convinto, egregio sindaco, che lei (o qualcuno a lei vicino) sia stato costretto a sovvertire la logica da motivazioni fondate. Quali? Interpellato in merito dal Corriere del Mezzogiorno , non ha voluto fornire risposte, nonostante sia sua la delega ai beni confiscati e sua, quindi, sia la responsabilità politica di ogni decisione. Sono certo, tuttavia, che sulla decisione finale non abbia in alcun modo pesato la vicinanza politica con un’associazione nata in memoria di Paolo Borsellino (un uomo, prima ancora che un magistrato, che mai avrebbe intralciato il futuro di 60 ragazzi disabili per produrre qualche bottiglia di Piedirosso). Perché la meschina cosmogonia delle alleanze, le amicizie pubbliche e private, gli interessi elettorali di una forza appena nata, contano niente — vero, signor sindaco? — di fronte al destino di chi morde ogni giorno la vita per strapparne faticosamente un brandello. Perché il fatto che i disabili non votino, che le loro famiglie siano ripiegate in un inferno quotidiano dove manca lo spazio per un mutuo scambio di favori, che non vengano bene nelle foto e non organizzino cortei, sono elementi ininfluenti negli indirizzi della sua amministrazione: giusto, sindaco? E allora cosa l’ha spinta a scegliere una bottiglia di vino invece di offrire un bicchiere di speranza a quei 60 ragazzi? Non le sembra di aver già tolto abbastanza alle loro vite con i tagli inferti al welfare?

Le racconto di mia figlia: non va più a scuola e frequenta la Gloriette perché quest’anno sono scomparsi gli assistenti materiali e gli insegnanti di sostegno rappresentano una lotteria. La nostra famiglia, grazie al cielo, può permettersi di sopperire privatamente a tutto ciò che il Comune ha soppresso: istruzione, integrazione, trasporto scolastico, assistenza domiciliare, supporto psicologico e via di seguito. Parliamo di circa mille euro al mese, cui va aggiunto lo stipendio di una badante giorno e notte per concedere un po’ di respiro anche a noi genitori. Come diamine pensa che una famiglia media possa sopportare spese del genere? Come può venirle in mente di sottrarre altri margini di speranza a chi non sa più dove sbattere la testa? Mia figlia mi ha insegnato un altro alfabeto della vita e non potrò mai restituirle quanto mi ha donato. Ma per quanti sforzi faccia, signor sindaco, il suo alfabeto invece mi risulta incomprensibile. Sostiene di essere al fianco degli «ultimi» e sbatte la porta in faccia a chi è «ultimo» nella carne e nello spirito. Si proclama paladino dei diritti civili e calpesta i diritti di chi è malato e solo. Mi creda, per la prima volta in quarant’anni di giornalismo, spero che i fatti mi smentiscano e lei possa esercitare l’autorità politica che le deriva dal mandato ricevuto per ribaltare la decisione assunta. Mi illudo? Forse. Ma noi che guardiamo crescere i nostri figli senza sapere cosa accadrà loro quando non ci saremo più e ogni parola strappata a quelle labbra ci sembra un miracolo, noi che siamo madri e padri disabili perché essere genitori così è tutta un’altra faccenda, noi che siamo stati condannati dal caso a un dolore che dura una vita, dobbiamo per forza aggrapparci alle illusioni per andare avanti. Allontani, allora, quell’inutile calice di Piedirosso e venga a brindare con noi al futuro di questi 60 ragazzi. Non c’è vino che valga un loro sorriso, gliel’assicuro.

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