Cronaca/Economia/Interno/Politica

E intanto Bruxelles commissaria il governo

ASPETTANDO L’AUTUNNO – MANOVRA BLINDATA O SARANNO GUAI

(di Marco Palombi – il fatto quotidiano) – La Commissione europea non fa neanche più la fatica di nasconderlo: il governo italiano deve obbedire e farlo nei tempi stabiliti per evitare che le preoccupazioni di consenso dei partiti – rectius il normale corso della democrazia – faccia premio sulle esigenze della tecnocrazia Ue. Ieri, ad esempio, i tecnici dell’Ecofin (che riunisce i ministri economici degli Stati Ue) hanno approvato il rapporto della Commissione sui conti pubblici italiani pubblicato a febbraio.

Un passaggio tecnico che ha due conseguenze politiche: l’Italia è costretta a fare entro aprile una manovra di rientro del deficit da 3,4 miliardi (lo 0,2% del Pil); se non la fa subirà una procedura di infrazione. Segue minaccia: se Gentiloni non obbedisce nei tempi stabiliti, verranno rimessi in discussione anche i margini di maggiore spesa concessi nel 2015 e 2016 sugli investimenti. Motivo: secondo i tecnici – e pure secondo i numeri ufficiali – l’Italia ha ottenuto “flessibilità” sul disavanzo per fare investimenti che poi non ha fatto: quelli pubblici, infatti, sono continuati a calare negli ultimi due anni. Per effetto di questa minaccia, come ha raccontato Repubblica, la manovra chiesta all’Italia potrebbe raddoppiare fino a quasi 7 miliardi.

Farsi obbedire, questa è l’ossessione di chi sta a Bruxelles. Basti citare il potente vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis: “Dobbiamo rafforzare l’aspetto preventivo del quadro della governance, introdotto col Fiscal Compact”, ha detto ieri. Tradotto: Bruxelles vuole comandare sugli Stati prima che realizzino le loro manovre economiche, non censurare le eventuali violazioni dei Patti in un secondo momento.

Il caso italiano – nell’anno in cui si vota in Olanda, Francia e Germania – è particolarmente delicato. Il governo Gentiloni ha promesso di fare la manovra correttiva (tagli e/o tasse) contestualmente alla presentazione del Documento di economia e finanza (Def), che per legge va presentato alle Camere entro il 10 aprile. Problema: il Pd ha fissato le sue Primarie il 30 aprile e, dunque, si ritroverebbe a convocare gli elettori ai seggi mentre tenta di far passare in Parlamento misure poco piacevoli. Per questo Matteo Renzi continua a chiedere a Paolo Gentiloni di rinviare la manovra e per questo le minacce di Bruxelles si fanno via via più esplicite.

Spaventare l’Italia, cioè l’attuale compito dei tecnocrati Ue, non è troppo difficile visto che, al momento, siamo un vaso di coccio in Europa: il motivo non sono tanto i conti pubblici, quanto il sistema bancario. Come si sa, tre istituti non piccoli (Mps, Popolare Vicenza e Veneto Banca) – il 10% del nostro sistema del credito – navigano in acque agitate e per salvarsi hanno bisogno dell’assenso a nuove manovre di salvataggio della Direzione Concorrenza di Bruxelles e della Vigilanza Bce.

Nei giorni scorsi però, ci informava ieri Il Messaggero, dalla Banca centrale di Francoforte sono arrivate le ennesime letterine alle due venete: vogliono fondersi e ritengono di avere bisogno di 5 miliardi per raggiungere i requisiti di capitale necessari, ma la Vigilanza Bce vuole invece sapere quanti soldi riuscirebbero a raccogliere singolarmente sul mercato per realizzare progetti di rilancio in proprio che non hanno intenzione di perseguire. La contorsione burocratica è ormai ai massimi livelli: Monte dei Paschi, il cui salvataggio (pubblico) era stato annunciato mesi fa, è ancora in mezzo ai veti in crociati di Bce e Commissione (spettatore il ministro Paoan). Gentiloni, e il suo dante causa Renzi, si ritrovano nel vecchio dilemma coraggiosamente esplicitato dall’attuale presidente della Commissione Jean Claude Juncker: “Noi sappiamo cosa fare, ma non sappiamo come essere rieletti dopo averlo fatto”. Parlava di austerità ed è utile ricordare che questa manovrina è solo l’antipasto di quella da quasi 40 miliardi in due anni che Gentiloni dovrà varare in autunno.

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