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“Gli autosospesi”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Se scrivete le parole autosospeso o autosospensione, il correttore automatico del pc ve le sottolinea in rosso, perché non esistono. Se chiedete lumi a un giurista, quello strabuzza gli occhi: non esistono neppure in diritto. Eppure, pur di non pronunciare mai una parola di uso corrente in tutto il mondo fuorché in Italia – “dimissioni” – i nostri lorsignori nei guai si “autosospendono”. Cioè si congelano da soli, si infilano nel freezer e restano lì, ibernati come i sofficini Findus, in attesa di tempi migliori. Che arrivano prestissimo, visto che la memoria collettiva è ormai più breve di quella dei pesci rossi. La prima volta che questa supercazzola balza alle cronache è, se non andiamo errati, nel 1994, quando il presidente della Bnl Giampiero Cantoni viene arrestato per corruzione e bancarotta: anziché togliere il disturbo, si “autosospende” senza che a nessuno scappi da ridere. Nel 2002 l’italica ibernazione contagia pure il Vaticano: si autosospende da cardinale, ma solo per qualche mese, l’australiano George Pell, sospettato di insabbiare casi di pedofilia. Nel 2005 l’Italia si riprende il primato. Maurizio Gasparri, per protesta contro un articolo dell’Unità, si autosospende dall’Ordine dei Giornalisti, gettando nella costernazione la categoria: per la scoperta che ne faceva parte anche lui e per le irreparabili conseguenze di un’eventuale revoca dell’autosospensione, poi tragicamente avvenuta – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 15 marzo 2017, dal titolo “Gli autosospesi” –.

Qualche mese dopo la Margherita chiede timidamente l’autosospensione a Mimmo Crea, assessore calabrese subentrato a Francesco Fortugno morto ammazzato: gli indiziati del delitto risultano in contatto con lui. Crea non fa una piega: “Un’eventuale ‘autosospensione’ appartiene etimologicamente, in via esclusiva, al soggetto che deve determinarsi o meno ad una segnata scelta”. Poi passa alla DcA di Rotondi. In ottobre è la volta di Fabrizio Del Noce, direttore di Rai1: siccome, dopo mesi di rinvii, parte Rockpolitik di Adriano Celentano, cui il dg della Rai Flavio Cattaneo ha garantito per contratto “totale autonomia editoriale” su argomenti e ospiti, e l’artista ha invitato Biagi, Santoro, Luttazzi, Grillo e altri epurati per ribaltare l’editto bulgaro, Noisette annuncia dolente: “Mi autosospenderò dai miei poteri e doveri editoriali per quello che riguarda questa trasmissione”: cioè non sarà direttore di Rai1 per la sola durata della puntata, dalle 21 alle 24. Alla fine partecipa Santoro e il programma sfiora il 50% di share, record per Rai1. Ma Del Noce, con l’unico trionfo della sua rete in otto anni di direzione, ha tenuto a precisare che lui non c’entra nulla.

Nel 2010 il senatore Totò Cuffaro viene condannato in appello a 7 anni per favoreggiamento alla mafia e compie un estremo gesto inconsulto: si autosospende “dall’attività politica nell’Udc” (ma non dal Senato, mica è fesso). Per la sospensione definitiva, con trasloco a Rebibbia, bisognerà attendere la Cassazione. Nel 2011 si autosospende dal Pd (ma non dalla Regione Lombardia e dal relativo stipendio) Filippo Penati, indagato per tangenti a Sesto San Giovanni (verrà in parte assolto, in parte prescritto). Nel 2013, per la par condicio, tocca a Silvio B.: condannato in Cassazione per frode fiscale, decade da senatore e dovrebbe perdere pure i gradi di Cavaliere, ma scrive una “lettera di autosospensione” alla Federazione Cavalieri del Lavoro. Che prende atto, ma poi lo espelle. Nel 2014 Renzi rimpiazza due senatori Pd – Chiti e Mineo – che in commissione si oppongono alla controriforma Boschi con due soldatini obbedienti: per protesta 14 senatori si autosospendono dal partito, salvo poi rientrare alla chetichella.

Poco dopo la Camera autorizza l’arresto del deputato Pd Francantonio Genovese: lui si autosospende dal partito e, appena esce di galera, passa a Forza Italia. A fine anno, prima retata di Mafia Capitale: il presidente-commissario Orfini twitta trionfalmente che tre compagni citati negli atti, “Ozzimo, Coratti e Patanè si sono autosospesi dal Pd”. Wow. Nel 2015 si autosospende il governatore siciliano Rosario Crocetta, ingiustamente tirato in ballo per una presunta telefonata intercettata col suo medico che offende Paolo Borsellino: la giunta, dice lui, passa sotto la guida dell’assessore alla Sanità, ma l’atto è nullo. Intanto, a Brindisi, viene arrestato per tangenti il sindaco Pd Cosimo Consales, indagato da anni: ma il Pd fa sapere che non c’entra, perché Consales si era “autosospeso”, anche se il partito continuava a sostenerlo. Nel 2016 Giuseppe Sala, indagato per due falsi nel più grande appalto di Expo, si autosospende da sindaco di Milano in attesa di imprecisate “notizie” dai pm: i quali non gliele possono dare, ma da allora finiscono sotto pressione. Sala-Findus viene implorato di autoscongelarsi da Renzi, da Gentiloni, da 140 sindaci e dai mejo giornaloni del bigoncio. Così, dopo tre giorni di macerazione nel freezer, autosospende l’autosospensione, con un annuncio sensazionale urbi et orbi alla cittadinanza in ambasce: “Torno a fare il Sindaco, certo della mia innocenza. Ho solo dovuto assentarmi per qualche giorno dal lavoro”: doveva scriversi la sentenza-

Il 2017 non ha ancora tre mesi e già ha collezionato due indagati autosospesi illustri: Tiziano Renzi dal Pd di Rignano sull’Arno e Roberto Napoletano da direttore del Sole 24 Ore. Ma, a dar retta agli scissionisti ex Pd, potrebbe presto aggiungersi Luca Lotti. Mdp non gli vota la sfiducia, ma suggerisce a Gentiloni una versione 2.0 dell’autosospensione, cioè la revoca di due deleghe su tre: il Cipe e l’editoria, ma non lo Sport, altrimenti avremmo un ministro del Nulla. Con una delega su tre, invece, Lotti resterebbe ministro, ma su un piede solo. Lo famo strano.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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