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L’Italia di provincia (e di paese) dimenticata dalla sinistra farà trionfare i populisti

(di Francesco Cancellato – linkiesta.it) – «Dobbiamo tornare sui territori». Se siete elettori di centro-sinistra e avete alle spalle un po’ di timbri sulla tessera elettorale avrete sentito questa frase almeno una decina di volte, in prossimità di ogni sconfitta, soprattutto di quelle inattese. In quelle quattro parole di auto-fustigazione c’è tutta la frustrazione di una nomenclatura che puntualmente si dimentica che il mondo non finisce a Roma, Milano, Torino, Napoli e che esistono stazioni da cui non passano Freccia Rossa e Freccia Bianca. E che puntualmente piange lacrime amare per essersi dimenticata, ogni volta, di territori e piccoli comuni, di averne lasciato rabbie e paure alla mercé degli altri. La prossima volta sarà diverso, giurano. Salvo poi ricascarci, puntualmente.

Siamo daccapo? Forse sì, se diamo retta ai sondaggi più arditi, come quelli di Euromedia Research di Alessandra Ghisleri, una che spesso ci prende, e che racconta di un Movimento Cinque Stelle stabilmente sopra il 30%, di una Lega Nord che lambisce il 15% e soprattutto di un Partito Democratico che arranca attorno al 23%. Uno scenario da brivido, dalle parti del Nazareno e nei dintorni delle cancellerie europee. Uno scenario che ha origini ben precise.

Lo spiegano bene, se non bastasse l’esperienza, un paio di studi presentati nei giorni scorsi all’Università Bocconi, secondo cui l’emergere dei populismi e dei radicalismi di destra, in Europa, ha due origini ben precise. Secondo il paper dei ricercatori Colantone e Stanig, il massiccio afflusso di prodotti cinesi sui mercati di consumo del Vecchio Continente a cavallo del cambio di millenni. Secondo quello di Chris Dustmann dell’University College of London, il massiccio afflusso di profughi e migranti degli ultimi anni. Due fenomeni distanti tra loro nel tempo e nel significato che hanno tuttavia eroso ricchezza e certezze soprattutto nelle aree ad alta intensità manifatturiera e in nelle comunità più piccole e identitarie.

Ora: l’Italia è un Paese ad altissima densità manifatturiera, soprattutto – ed è nostra esclusiva peculiarità – nei territori non metropolitani. È lì che si sono sviluppati i nostri distretti, molti dei quali sbriciolati dalla concorrenza cinese, molti – quelli sopravvissuti – messi in ginocchio dalla crisi del 2008.
È lì che chiudono le aziende e non ne nascono di nuove, nonostante nel complesso l’economia stia andando meglio di prima: a Sovignana, in Toscana, dove la Cartotecnica Maestrelli lascia a casa 33 persone. A Valguarnera, vicino a Enna, dove il fallimento dell’Abival produrrà una cinquantina di nuovi disoccupati. In provincia di Pavia, dove la Marvell lascia a terra 78 ricercatori. A Castelfranco Modenese, dove sono venti i lavoratori che perderanno il lavoro a causa della chiusura della Broc Metal. A Cigole, in provincia di Brescia, dove il fallimento della Top Working causerà 14 licenziamenti. Tutti casi degli ultimi dieci giorni.

Ancora: è lì che stanno cadendo una a una, come pere mature, le banche che avevano nel rapporto privilegiato con i territori la loro cifra identitaria e il loro modello di business. È lì che sono arrivati buona parte degli stranieri a lavorare, chiamati per abbassare il costo del lavoro e per rendere competitive le nostre produzioni, fossero esse manufatti, prodotti agricoli, case. È lì che la disoccupazione ha morso più cattiva, costringendo i giovani a migrare nelle città e poi fuori dall’Italia, uomini e donne, italiani e stranieri, a reinventarsi in qualche modo, in un alveo di economia sommersa e irregolare che ha generato ulteriori tensioni competitive.
È lì che i comuni non hanno più una lira da spendere per provare a tamponare le ferite. È lì che montano rabbia e paura, disillusione e voglia di tornare indietro, a quando le cose erano comunque dure, ma più semplici.

A queste domande, a queste paure, piaccia o meno, rispondono solo Salvini e Grillo. Che spargano sale sulle ferite, anziché disinfettarle è un altro discorso. Quel che importa è che non le ignorano, che sono riuscite a far diventare le aree interne, la rust belt della nostra penisola, il cuore del loro storytelling. Che tutto questo valga più di riforme e trattative per scongiurare crisi aziendali può essere sbagliato e ingiusto, e probabilmente lo è. Ma siamo nell’era della comunicazione, bellezza. E che questo sia sfuggito a un comunicatore, per di più proveniente dalla provincia, non certo dall’establishment metropolitano, rischia di essere un errore da matita blu.

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