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Ecco “il Lampadina”, uno show da duro pieno di avvertimenti

Il braccio destro dell’ex premier si auto-assolve e prepara la vendetta: “Solo calunnie. Vi aspetto in tribunale”

(di Antonello Caporale – Il Fatto Quotidiano) – Anzitutto la voce. Di Luca Lotti si conosceva ogni cosa tranne la voce. Ieri anche a lui è toccato parlare. Dodici minuti e quattro cartelle per riassumere i suoi primi quattro anni da potente, da Mister Wolf (risolvo problemi!) di Renzi. “Mio figlio è nato all’inizio della legislatura, e in questo tempo ha imparato a camminare e a parlare”. Proprio come il suo babbo.

Timbro netto, ben intonato, e linguaggio crudo, ammonitore e vendicativo soprattutto. “A chi oggi sputa sentenze io dico: vi aspetto in tribunale”. Poi: “Non ci facciamo dare lezioni da un movimento fondato da un pregiudicato. E non accetto che quest’aula diventi la sede di una gogna mediatica senza prove”. È una carezza per Grillo ma ce n’è per Bersani e gli ex compagni del Pd: “Siete culturalmente subalterni e politicamente scorretti”.

Contro Marroni una mezza roncolata: “La verità arriva e porta con sé la responsabilità di chi ha mentito per paura o per altri motivi che non tocca a me indagare”.

Il grande accusato, o il grande calunniato che però ancora non querela, è vestito di blu, camicia bianca, i capelli di un giallo camomilla che a Renzi parvero, appena lo conobbe in quel di Montelupo, dove Lotti faceva il consigliere comunale, più vicini a una lampadina fluorescente. L’ha iniziato a chiamare così, “il lampadina” appunto, e il resto è venuto da sé. Tutti a vedere stasera come il lampadina si accenderà, come funzionerà, se prenderà fuoco o resterà spento. Lotti ha il posto d’onore nel banco del governo. È tutta per lui la seduta del Senato. Si sa come andrà a finire, mozione di sfiducia respinta, incuriosisce invece come l’ombra del Capo, suo portaordini e portasilenzio, si farà corpo. Cosa dirà e come lo dirà. Chi gli batterà le mani e chi lo eviterà. Il presidente del Consiglio non c’è. Paolo Gentiloni, guarda un po’, è assente per via di una tappa in Toscana, in quel di Pistoia insieme a Dario Franceschini, ministro plenipotenziario, alleato ma non sodale con la truppa renziana. Lotti ha alla sua destra la sedia vuota del premier, alla sinistra c’è Claudio De Vincenti, vecchia guardia del Pci. In fondo Pier Carlo Padoan, all’estremo opposto la ministra Pinotti. Gli sorride Marianna Madia. Si daranno il cambio, per una presenza che il cerimoniale della politica ritiene indispensabile, Andrea Orlando e Marco Minniti.

Conta invece di più chi non c’è. Mancano all’appello i due toscani di gran nome del pontificato renziano: Maria Elena Boschi e Denis Verdini. Ambedue coinvolti – seppure con ruoli e responsabilità differenti – nel grande reticolo familiare che ha alimentato diversi filoni giudiziari e altrettanti guai pubblici. Maria Elena sarebbe dovuta sedere, da sottosegretaria alla presidenza, al centro del secondo banco governativo. Invece niente. Ha dovuto rinunciare per un concomitante convegno newyorkese all’Onu sulle pari opportunità. L’ assenza, ancorchè giustificata, fa clamore. Vuoto fisico ma sicuramente spirito presente. E Denis – che malgrado l’amicizia con Renzi e malgrado la recente condanna (di primo grado) a nove anni con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici – è ancora senatore. Sarebbe il suo mestiere dare i voti. Invece anche di Verdini solo lo spirito. Aleggia l’ombra che conferma il senso di questa vicenda: un grumo di rapporti amicali e familiari che poi assurgono a relazioni istituzionali, a promozioni di campo, a ruoli di responsabilità.

Tutto sembra così vicino, nel quadrilatero che cuce Rignano con Firenze, Empoli con Laterina. Paesi di provincia ma potere capitale. Dirà Miguel Gotor, a nome di Bersani e del movimento dei fuoriusciti: “Troppo potere in pochissimi chilometri”. Poi affilerà ancora di più il coltello: “Il potere a chilometro zero. Esiste anche un suo compagno di classe, l’avvocato Marco Pucci che è stato chiamato a palazzo Chigi come esperto di anniversari”. Lotti lo guarda ma non dà segni di impazienza. Più significativo il volto di Graziano Delrio che ascolta – con qualche imbarazzo – la sfilza di nomi che compongono la grande famiglia renziana che in poco tempo ha scalato prima il Pd e poi il governo.

Il Pd chiede a un altro toscano, come se dovesse chiudersi il cerchio, il senatore Andrea Marcucci (socio sostenitore della Fondazione Open di Renzi con un versamento di 17.800 euro) di tenere la relazione difensiva. I banchi del centrodestra sono invece piuttosto vuoti e parecchio disinteressati al test. Non voterà contro Lotti e questo basta. Con perfidia Maurizio Gasparri lo accoglie però “nell’Italia del vizio”, e sembra che dica: benvenuto a casa.

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