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“Fumus paraculonis”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – I senatori del Pd che hanno salvato Minzolini votando contro la sua decadenza imposta dalla legge Severino e dall’interdizione dai pubblici uffici o dandosi alla macchia per abbassare il quorum avevano tre opzioni per sfuggire alla furia degli eventuali elettori.

  • 1) Darsi malati o afoni per non rilasciare dichiarazioni.
  • 2) Raccontare di essersi sbagliati a votare.
  • 3) Iscriversi ufficialmente a Forza Italia, Ala o Ncd.

Invece le volpi hanno peggiorato la loro già imbarazzante condizione vantandosi del salvataggio dell’ex Direttorissimo condannato a 2 anni e mezzo per peculato: la classica toppa peggiore del voto – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 19 marzo 2017, dal titolo “Fumus paraculonis” –.

Luigi Zanda. “Abbiamo lasciato libertà di coscienza. È offensivo che chi ha votato per Minzolini sia additato come colpevole di voto di scambio dopo Lotti”. La coscienza non c’entra nulla: nel luglio scorso, in Giunta per le immunità, il gruppo Pd di cui Zanda è il capo stabilì unanime che Minzolini doveva decadere e “il tema del fumus persecutionis” sollevato da FI è “ultroneo” perché “la procedura è finalizzata ad accertare la sussistenza di una causa di incandidabilità”, cioè la presa d’atto della decadenza del senatore condannato a più di 2 anni. Giovedì in aula i senatori del Pd necessari a salvare Minzolini hanno cambiato idea all’indomani del salvataggio di Lotti con i voti decisivi di Ala e, per sicurezza, di FI. Scherzi della coscienza.

Rosaria Capacchione. “Ieri abbiamo votato il ddl Penale che modifica le modalità dell’appello. Con quella modifica la Cassazione avrebbe avuto l’obbligo di annullare la sentenza di condanna per Minzolini, assolto in primo grado e condannato in appello, perché non c’è stato un rinnovato dibattimento”. Balla sesquipedale: la riforma penale non è ancora in vigore e, anche se e quando lo sarà, non varrà per i processi passati. Dunque la Cassazione non dovrà annullare un bel niente: sennò andrebbero scarcerati e riprocessati da capo migliaia di condannati per mafia e altri reati in secondo e terzo grado dopo l’assoluzione in primo. Un bel controesodo dalle patrie galere.

Luigi Manconi/1. “Stimo Sinisi perché ho collaborato proficuamente con lui quando è stato sottosegretario all’Interno dal 1996-‘99. Ma ritengo sbagliato che, dopo una lunga carriera politica nelle file del centrosinistra, non si sia astenuto quando si è ritrovato a far parte della Corte d’Appello chiamata a giudicare uno dello schieramento avversario”. Il giudice Giannicola Sinisi, ex deputato Ppi, è uno dei 3 giudici d’appello che hanno condannato Minzolini con una sentenza poi confermata da 5 giudici di Cassazione. In quel collegio d’appello non era né presidente né relatore della sentenza (scritta da un altro giudice). Il processo non era al senatore Minzolini, ma al direttore del Tg1 Minzolini per un banale scandalo di spese private (65 mila euro) pagate con la carta di credito della Rai. Se Minzolini e il suo avvocato Franco Coppi avessero dubitato dell’imparzialità di Sinisi gli avrebbero chiesto di astenersi o l’avrebbero ricusato: non l’hanno fatto. E la sentenza che ha fatto scattare la Severino non è quella d’appello, ma di Cassazione, che nessuno ha mai contestato.

Luigi Manconi/2. “Lo so, l’umore popolare lo vede come un quarto grado di giudizio. Ma la politica non può essere subalterna al sentito dire: altrimenti forse dovremmo reintrodurre la pena di morte domattina”. Quindi una sentenza definitiva è un “sentito dire”? E 2 anni e mezzo per peculato sono come la pena di morte? Urge antidoping.

Andrea Marcucci. “Minzolini ha avuto un iter giudiziario complicato. La giustizia penale l’ha condannato senza attenuanti nonostante avesse restituito il maltolto… L’odore di fumus persecutionis c’è… Mi domando se non l’abbiano condannato perché era in politica: il giudice era un suo avversario politico che fu sottosegretario di Prodi”. Ecco, bravo, ora domandati se non era in politica perché stavano per condannarlo. Poi informati meglio: Sinisi non è mai stato avversario politico di Minzolini, perché quand’era in politica l’altro era giornalista; Sinisi non ha scritto la sentenza e la condanna è stata firmata da 8 giudici; chi ruba 65 mila euro e, appena scoperto, li restituisce, non ha alcun diritto alle attenuanti; la legge non fa alcun cenno a “fumus persecutionis”, “iter giudiziario complicato”, “restituzione del maltolto”(sic) come impedimenti alla decadenza: i parlamentari condannati a più di 2 anni decadono. Punto.

Giorgio Tonini/1. “La sentenza d’appello è stata particolarmente pesante. Non solo ha ribaltato l’assoluzione in primo grado e quella della Corte dei Conti, ma ha addirittura comminato una pena superiore a quella chiesta dall’accusa. Guarda caso, proprio in virtù di quell’inasprimento, è potuta scattare la Severino”. Che peraltro non è scattata grazie anche al voto di Tonini. Ma seguiamo il suo sragionamento: la Severino fissa un generoso tetto minimo di 2 anni, sotto cui il parlamentare pregiudicato resta al suo posto. Poi, se una Corte infligge una pena superiore ai 2 anni, salta su tal Tonini a dire che l’ha fatto apposta per far scattare la Severino. Ergo la Severino non scatta nemmeno sopra i 2 anni. E, di grazia, quanti giorni sarebbero congrui, secondo Tonini, per chi ruba 65 mila euro alla sua azienda?

Giorgio Tonini/2. “Il percorso giudiziario che ha portato alla condanna di Minzolini non è scevro da dubbi di un uso politico della giustizia. Noi ci siamo limitati a riscontrare la presenza di fumus persecutionis. Il fumus non è arrostus. Basta il ragionevole dubbio di distorsione politica di una sentenza. Lo dicevano i Romani: in dubio pro reo”. Ma qui c’è un uso giudiziario della politica. La Severino non parla né di fumus persecutionis né di distorsione politica delle sentenze (altrimenti FI, che ritiene persecutorie e politicamente distorte tutte le condanne dei suoi, rimanderebbe in Parlamento Cuffaro, Dell’Utri, Previti, Matacena, Cosentino, Brancher, Galan e ovviamente B.). I Romani dicevano “in dubio pro reo” per gli imputati da giudicare, non per i pregiudicati con sentenza definitiva: quelli sono rei senza dubio.

Ugo Sposetti. “Quando c’è un conflitto tra politica e magistratura io sto sempre dalla parte della politica”. Ma qui non c’è alcun conflitto. C’è una sentenza definitiva, che in base a una legge dello Stato produce un’inevitabile conseguenza, e c’è un Parlamento sedizioso che si ribella alla legge da esso approvata.

Massimo Mucchetti. “Quella sentenza non sta né in cielo né in terra. È smodata, sia per l’entità della somma che sarebbe stata sottratta alla Rai – peraltro restituita – sia per le modalità con cui l’intera vicenda è stata sovraccaricata. Problemi del genere si risolvono in un processo amministrativo, non penale. Ho abbracciato Minzolini e lo farei anche con altri”. Se ne deduce che: il peculato, cioè il delitto del pubblico ufficiale che deruba l’azienda pubblica che lo stipendia, va depenalizzato (così i ladri di Stato se la caveranno con una multa); se un rapinatore svaligia casa Mucchetti portando via 65 mila euro e, quando lo arrestano, restituisce la refurtiva, non va processato ma abbracciato.

Pietro Ichino.“Se, di fronte a un iter processuale anomalo come quello di Minzolini, il Parlamento chiudesse gli occhi, tanto varrebbe che la legge prevedesse la decadenza automatica del parlamentare. E di fronte a questa prospettiva, sarebbe bene ricordare cosa sta accadendo in Turchia”. Il senatore Ichino non lo sa (altrimenti non farebbe il senatore Pd), ma proprio questo stabilisce la Severino, da lui stesso approvata nel 2012: la decadenza automatica del parlamentare condannato a più di 2 anni. Quanto alla Turchia, in effetti il dittatore Erdogan ha fatto arrestare centinaia di giudici che non gli obbedivano: in Italia, per ora, i senatori si limitano a riscrivere le sentenze dei giudici che non obbediscono ai politici. Siamo ancora fortunati. Matteo Renzi. “Non è stata una mia scelta”. Ma certo, come no: dei 19 senatori Pd che hanno votato per salvare Minzo, 8 sono renziani (De Biasi, Di Giorgi, Fattorini, Giannini, Ichino, Maran, Margiotta e Tonini), ma lui non ne sapeva niente. Nessuno gli dice più nulla, povera stella.

 

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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