Cronaca, Interno, Roma

Scene di ordinario delirio ai cancelli di Equitalia a Roma

(Manuela Pelati per il Corriere della Sera) – Mancava un metro alla porta quando è svenuta. La signora in piedi dalle quattro del mattino fuori dai cancelli di Equitalia è crollata per la stanchezza e lo stress, dopo oltre cinque ore in coda. Doveva prendere il bigliettino abusivo che apre le porte alla sala d’ attesa «vera», nell’ edificio della riscossione tributi in via Attilio Benigni a Roma. «Sto bene, sto bene, ora mi alzo» ha detto a chi l’ ha soccorsa. Altre persone che, come lei, avevano passato ore all’ aperto sperando di arrivare a parlare delle loro cartelle esattoriali con un impiegato. Niente da fare, l’ ambulanza l’ ha portata via.

Scene dal mondo autogestito del «prenumeretto» notturno, vera chiave d’ accesso allo sportello dove si può fare chiarezza sulla propria situazione fiscale – sui tempi, sulle modalità di pagamento e sulle scadenze – dopo che a novembre è stata istituita la rottamazione con lo sconto (fino al 31 marzo con possibile proroga al 21 aprile) e la possibilità di rateizzare.

La distribuzione dei biglietti scritti a penna con la data e il numero progressivo comincia la sera, fra le nove e le undici.

Qui fuori dicono che se non si fa la coda notturna non c’ è ordine nella fila quando si aprono i cancelli. Il guardiano del parcheggio, il barista e gli intermediatori abituali sono convinti che in fondo questa autogestione dei contribuenti sia un bene, «per evitare le risse avvenute già diverse volte all’ apertura dei cancelli». Chi gestisca i biglietti, però, non è chiaro. «Sono i volontari della rottamazione» ironizza qualcuno. In realtà c’ è chi accusa: «Qui si rivendono i numeri».

Mentre i professionisti della coda – ormai davanti alle sedi Equitalia sono al lavoro anche loro – intascano 20 euro a pratica, per le decine di «clienti» che seguono ogni giorno.

Una volta dentro c’ è un desk che smista gli utenti, consegnando i biglietti che danno diritto a trovarsi al cospetto dell’ impiegato. Ma se non si arriva presto non si entra, perché ogni giorno, in questo ufficio di Roma est (ma succede anche altrove) non si riescono a smaltire che 200, quando va bene 300 pratiche.

«Non è giusto che qualcuno la sera prenda i primi numeri e poi se ne vada, tornando comodamente la mattina», protesta una mamma che è in coda con il figlio piccolo che ha saltato la scuola perché sull’ orario di rientro a casa della madre non c’ era certezza. Alle prime luci dell’ alba prevalgono la rabbia e la stanchezza.

C’ è chi prende giorni di ferie per venire qui, chi chiede permessi al lavoro, chi arriva con le famiglie e i bambini assonnati che frignano. Si accampano in macchina con le coperte, pronti a tutto: perché spesso il miraggio dello sportello si raggiunge solo al terzo tentativo.

«Uno, due, tre… trenta!». È un volontario che chiama, uno di quelli che hanno i numeri più alti. Chiama a gruppi di trenta. Ha anche lui gli occhi stanchi e arrossati dal sonno, ma è come se spingesse con la frusta le bestie nel recinto.

Tutte in fila. Una scena che si ripete regolarmente.

La pratica si può fare tranquillamente da casa, con il computer. Vero. Ma non tutti sono capaci, e poi c’ è pure chi non si fida. Per molti parlare con un addetto è necessario.

Così l’ afflusso agli sportelli continua a essere imponente.

Sono più di 10 mila al mese le persone che solo a Roma est preferiscono andare direttamente negli uffici per poter contestare o fare verifiche: cinquecento al giorno, il doppio di quanto sarebbe gestibile. Al punto che lo stesso ente di riscossione ha inserito da qualche giorno un nuovo sportello dedicato soltanto alle informazioni sulla situazione dei tributi. Non è bastato, le file del prenumeretto continuano.

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