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“Funeral Party”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – La scena della Capitale d’Italia deserta, con gli elicotteri delle forze dell’ordine che sorvolano il nulla e i mastodontici blindati dell’Esercito che presidiano il vuoto per proteggere capi di stato e di governo che firmano risme di fogli bianchi citando indegnamente statisti passati che per decenza non dovrebbero neppure nominare, contrariamente agli annunci-auspici dei politicuzzi e dei telegiornaloni, giornaloni e giornalini al seguito sul nuovo certissimo sacco di Roma a opera dei black bloc “populisti”, è il miglior funerale per quest’Europa ridotta a un gigantesco bancomat per soliti noti – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 26 marzo 2017, dal titolo “Funeral Party” –. I tanto sperati scontri, incidenti, devastazioni e contestazioni dovevano garantire un minimo di attenzione a queste istituzioni vuote e ignote ai più, a questi noti frequentatori di se stessi in cerca di legittimazione, se non dagli amici, almeno dai nemici. E invece, se si eccettuano poche migliaia di manifestanti pacifici di destra e di sinistra che presenziavano alle esequie chiedendo invano un’altra Europa, hanno avuto dal popolo che dovrebbero rappresentare quello che si meritavano: l’assenza e l’indifferenza. Intanto, a Milano, andava in scena un altro paradosso, speculare al primo: Papa Francesco, cioè l’ultimo monarca assoluto d’Europa eletto a vita (salvo dimissioni) da un conclave segreto di cardinali con procedure medievali, faceva il bagno di folla dicendo con la consueta semplicità a milioni di persone quello che tutti pensano e sanno ma nessuno sa come tradurlo in pratica: invece di menarla contro i populismi come se fossero funghi nati per caso qua e là da una misteriosa epidemia di rancori, paure e fake news, le classi dirigenti provino a rileggersi ciò che dicevano i padri fondatori dell’Europa, che non parlavano di alta finanza, ma di democrazia, solidarietà, eguaglianza, partecipazione e libertà dei popoli.Sublime ironia della storia: il continente che ha inventato la democrazia (e proprio nella nazione che ne è appena uscita) è costretto a prendere lezioni (addirittura di “laicità”) dal sovrano assoluto di uno staterello confessionale. E, almeno stavolta, le oligarchie non hanno nemmeno qualche barbaro a portata di mano per giustificare la propria esistenza in vita. Lo scriveva l’altro giorno, sul Fatto, Barbara Spinelli partendo da un piccolo fatterello di ordinaria impunità all’italiana, il salvataggio di Minzolini: “La mia impressione è che in tutta Europa la classe dirigente politica faccia quadrato attorno alla propria impunità, con la scusa di dover arginare la cosiddetta ondata di populismo da cui si sente minacciata”.

E ancora: “L’accusa di populismo giustifica ogni sorta di malefatta, e in primis la sospensione della democrazia costituzionale e della rule of law. La disinvoltura dei politici che infrangono non solo le leggi ma anche le regole della decenza penalmente non perseguibili –in Francia, in Italia, in Romania– si comprende solo in questo quadro. Se arrivano i barbari tutto è permesso, e ‘questa roba fa impressione ai barbari’. Nella poesia di Kavafis gli antichi senatori romani scoprono alla fine che le orde non sono affatto arrivate e si chiedono, tutti sgomenti: ‘E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?’…”.

Naturalmente la lezione di ieri non insegnerà niente a nessuno: le élite tecnopolitiche, sempre più cieche, sorde e autistiche, continueranno a pensare di legittimarsi non allargando gli spazi di democrazia e partecipazione, ma restringendoli e soffocandoli, senz’accorgersi di ingrossare così le file dei barbari populisti che dicono di combattere. Eppure, se non vogliono dar retta al Papa, potrebbero almeno dare un’occhiata a quel che accade negli Stati Uniti. Lì il barbaro populista per eccellenza, Donald Trump, è andato al potere con gli strumenti della democrazia rappresentativa e la forza d’inerzia della guerra che gli muovevano tutti gli establishment tradizionali. E ora quella democrazia, fondata su una Costituzione vecchia anzi giovane di quasi 230 anni, si sta rivelando il miglior antidoto a un presidente che si crede padrone e vorrebbe comandare anziché governare. The Donald vieta per decreto l’ingresso negli Usa ai cittadini di alcuni paesi islamici, e un giudice gli boccia la legge in nome della Costituzione. Allora lui ripresenta il decreto riveduto e corrotto, e altri due giudici glielo mandano in fumo, sempre facendosi scudo della Costituzione. Lui attacca la stampa, rea di fare il cane da guardia sul (suo) potere, e il watchdog reagisce azzannandogli le caviglie e i polpacci e sbugiardando le sue menzogne (che peraltro non sono una sua invenzione, anche se adesso si chiamano post-verità o fake news). Lui continua a mentire, sostenendo che Obama l’ha fatto spiare, e l’Fbi (tacciata di parzialità filo-Trump in campagna elettorale per le indagini sulle email private di Hillary Clinton, e ora di partigianeria anti-Trump) lo sbugiarda.

Non solo, ma il capo dell’Fbi annuncia al Parlamento che sta indagando sugli appoggi elettorali che gli avrebbe fornito una potenza straniera tutt’altro che raccomandabile, la Russia del suo amico e compare Putin: accusa che, se confermata, potrebbe condurlo all’impeachment. Lui marcia a tappe forzate con la controriforma sanitaria per smantellare, come promesso in campagna elettorale, l’Obamacare. Ma qui entra in scena, dopo la magistratura, l’informazione e l’Fbi, un altro potere di controllo sulla Casa Bianca: il Congresso. I parlamentari dello stesso partito repubblicano (il suo) impongono l’altolà al presidente, costringendolo a battere in ritirata per evitare una trumpata sul naso. Cose che càpitano dove lo Stato liberale di diritto, fondato su una netta divisione dei poteri, è una cosa seria e non uno slogan propagandistico. Nemmeno l’uomo più potente del mondo può fare tutto quel che gli pare, anche se è stato appena eletto dal popolo, perché c’è qualcosa di più importante dell’investitura dal basso e dei capricci di chi sta in alto: la legge. A noi, abituati a sentir sproloquiare lorsignori di “primato della politica” e di lavacro delle urne non appena la Corte costituzionale o la magistratura intervengono a sanzionare leggi illegittime o condotte illegali, sembrerà strano. Ma il primato della politica non esiste, e neppure l’ordalia elettorale. Esiste un solo primato, a cui tutti devono inchinarsi: il primato della legge. È quello, nelle democrazie vere e funzionanti, l’unico argine a tutti gli arbitrii, soprattutto a quelli che piovono dall’alto e non incontrano altri ostacoli. A protezione dei ceti più deboli, cioè del popolo. Il quale popolo, se non vede sanzionati i soprusi dei potenti da una legge uguale per tutti, imbocca le scorciatoie che le oligarchie terrorizzate tentano di esorcizzare agitando il “populismo” e altri spauracchi che non spaventano nessuno.

Per questo, il 4 dicembre, l’abbiamo scampata bella. Rischiavamo, ubriacati dalla propaganda mainstream, di approvare una controriforma costituzionale fatta su misura delle oligarchie morenti per concentrare tutti i poteri in pochissime mani, perlopiù straniere e mai elette da nessuno. Ci dicevano che, così, “chi vince decide”, a mani libere dagli intralci e dagli impacci (i poteri di controllo: la Costituzione, il Parlamento, la Consulta, i territori, i magistrati, la stampa e – tramite questi – il popolo). Cioè comanda. Noi – almeno il 60% dei votanti che ha detto No – non ci siamo lasciati abbindolare. E proprio il caso americano dimostra quanto avessimo ragione: chi vince deve governare, ma non può comandare. Sopra di lui c’è sempre la legge e, se la calpesta, c’è sempre qualcuno che gliene impone il rispetto. In Italia non è purtroppo così (altrimenti, per dire, il pregiudicato interdetto Minzolini non siederebbe in Senato abusivamente da 15 mesi), e lo sarebbe ancor meno se fosse passata la controriforma. Se una riforma urge, è proprio quella opposta alla boiata che abbiamo respinto il 4 dicembre: una riforma che rafforzi i poteri di controllo e allarghi gli spazi di partecipazione popolare. Anche perché, l’abbiamo visto col referendum e rivisto ieri, il popolo ha mille difetti. Ma è sempre un po’ più maturo di chi vorrebbe comandarlo.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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