Cronaca, Interno, Politica

Per 3 volte Italia penultima nella Ue. Due grazie a Renzi

(di Franco Bechis – limbeccata.it) – Chissà chi dei 27 ha pensato a quella parola inserita nella dichiarazione finale firmata sabato 25 marzo 2017 dai leader dei paesi membri dell’Unione Europea: “resiliente”. I Capi di Stato auto-definitisi in maniera grottesca appartenenti a quell’Unione “indivisa e indivisibile” proprio nel momento in cui la Gran Bretagna l’aveva appena divisa, si sono lanciati a promettere per i prossimi 10 anni “un’Europa più forte e più resiliente”. La parola va molto di moda oggi, anche se non è di uso comune e popolare, e indica la capacità di assorbire qualsiasi trauma adattandovisi e non rompendosi. Un’Europa che si piega, ma non si spezza. Che si curva sotto il peso degli eventi negativi, così assorbendoli senza esserne travolta. Come augurio non è un granché, e se c’è un paese che conosce bene quello stato è proprio l’Italia: solo che la tempesta a cui si è piegata curvandosi sempre più e non spezzandosi è proprio quella dell’Unione europea con la sua moneta unica. E’ da più di tre lustri che infatti l’Italia è sempre più curva, come mai le era accaduta in precedenza. Avrà pure assorbito i traumi, ma non è più tornata in piedi come invece le era accaduto ancora dopo le brutte botte di inizio anni Novanta.

Da quando è entrata in quella macchina infernale che per lei si è rivelata essere l’area dell’euro, è solo curva, sempre più piegata da un colpo che non riesce ad assorbire. L’unica speranza è che quei malauguri contenuti nella dichiarazione comune siano campati in aria come spesso accade nelle previsioni europee. Di solito non ne azzeccano una, né nel bene né nel male. Cercando alcuni dati macro-economici per raffrontare il tasso di crescita dei vari paesi europei prima e dopo l’adozione della moneta unica, ho trovato in archivio un documento del 22 aprile 1998 firmato dalla task force sull’Unione Economica e Monetaria che valutava la possibilità dell’ingresso dell’Italia nel gruppo di testa dell’euro moneta. I fondamentali italiani non erano un granchè, e il debito pubblico che aveva raggiunto il suo record nel 1994 (125% del Pil), era sceso a fine 1997 al 121,6%, il doppio di quel 60% massimo consentito dai parametri di Maastricht.

In quegli anni Romano Prodi era alla guida del governo italiano e ahimè faceva di tutto per entrare subito nell’euro. Così scrisse nel documento di programmazione economica 1998-2000 che il rapporto fra debito e pil sarebbe sceso inesorabilmente arrivando nel 2009 a quell’agognato 60%. La sparò grossa, evidentemente. E i tecnici europei lo corressero severi, con lunghi calcoli matematici ed economici. Sentenziarono: il rapporto debito/Pil in Italia scenderà al 60% solo alla fine del 2016. Grandi economisti pure loro: il debito/Pil a quella data è intorno al 133%.

Se auguri e previsioni sono tutti farlocchi, i dati macroeconomici a consuntivo sono tutti certi. Così se si prende la variazione del Pil dell’Italia e dei paesi che attualmente compongono l’ Unione europea e si confronta quel che accadeva negli anni Novanta con quel che è accaduto dopo l’adozione dell’euro, si scoprono due paesi diversi. Nel primo caso l’Italia è sempre stata con le sue performance nel gruppo di testa del vecchio continente. E anche quando è scivolata, come nel drammatico biennio 1992-1993, è riuscita a rialzare la testa: nel 1995 la crescita italiana fu superiore e non di poco a quella media dei paesi dell’Unione europea. Dal 2002 ad oggi invece è stata sempre al fondo della classifica, sia che il ciclo economico fosse recessivo, sia che fosse di crescita.

Solo per un miracolo non ha mai toccato l’ultimo posto della classifica (il 28°, finché c’è ancora la Gran Bretagna, sarà il 27°), perchè in tre occasioni in cui l’Italia ha rischiato di essere maglia nera d’Europa è stata salvata dalla vergogna da un solo paese che ha fatto peggio di lei: una volta il Portogallo, una volta Cipro e una volta la Grecia. Sono 3 gli anni nell’era dell’euro in cui il dato del Pil italiano è stato il penultimo d’Europa. Una volta (2005) il peggio risultato economico è toccato a Silvio Berlusconi, e ben due volte (2014 e 2016) è toccato a Matteo Renzi. Ma se quell’anno di Berlusconi e quei due anni di Renzi hanno messo a segno i peggiori risultati della storia di Italia a confronto con tutto il resto d’Europa, non è che negli altri anni sia andata molto meglio. Terzultimi su 28 nel 2002, 2006, 2007, 2012 e 2013. Quartultimi nel 2003, 2004 e 2008. Sole eccezioni nel biennio 2009-2010, gli anni della grande crisi finanziaria dove strutturalmente l’Italia è riuscita a reggere meglio della maggioranza degli altri paesi: era un paese più industriale e meno di carta di tanti altri, e pure con il Pil che scendeva del 5,5% (2009), era riuscita a limitare i danni perfino meglio della Germania.

Pil Ue nel 2016: solo la Grecia peggio dell’Italia

Questi dati offrono una certezza: l’economia italiana nell’era dell’euro ha avuto addosso una sorta di camicia di forza, che l’ha sempre frenata. Un po’ è accaduta una cosa simile al sistema bancario italiano (e indirettamente a quello industriale che ne veniva finanziato), man mano che si aderiva alle varie regole di Basilea. Con la camicia di forza qualsiasi provvedimento di politica economica sia stato adottato, non ha funzionato. E tra il 2001 e il 2016 non si può dire che i vari Giulio Tremonti, Vincenzo Visco, Prodi, Mario Monti, Renzi non ne abbiano provate. L’unica cosa certa è che nulla di quello che hanno fatto ha avuto effetto sull’economia italiana, restata sempre fra i fanalini di coda di Europa, senza mai un sussulto di cambiamento.

I dati raccontano questo: è solo una coincidenza che questa discesa agli inferi di Europa per l’Italia abbia coinciso con l’adozione dell’euro e delle sue regole? A questa domanda dovrebbe rispondere, prima di dire e fare qualsiasi cosa, chiunque voglia candidarsi a governare l’Italia. Anche mettendo intorno a un tavolo i migliori economisti e chiedendo loro perché nessuna scelta di politica economica degli ultimi 15 anni ha mai funzionato. E’ da quella risposta che dipende la possibilità di non essere condannati alla resilienza, e di potere rialzare la testa smettendo di essere curvi ad assorbire colpi.

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