Cronaca/Interno/Politica

La favola renziana dei buoni e dei cattivi

(di Angelo Cannatà – il fatto quotidiano) – C’era stata in quei giorni la contestazione all’Università di Roma del segretario della Cgil Luciano Lama e sul quotidiano fondato da Gramsci, l’Unità – quand’era ancora un giornale serio – Asor Rosa scrisse un articolo importante, lucido: Le due società (11 febbraio 1977). Il partito comunista difende un tipo di società in trasformazione “al cui centro sta la classe operaia organizzata”; la seconda società – “emarginazione, disoccupazione giovanile, disgregazione” – attacca la prima per distruggerla e “soddisfare i bisogni senza aspettare il domani”, la costruzione del comunismo (il riferimento ai bisogni nasceva da un dibattito aperto da qualche anno, Agnes Heller aveva pubblicato La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli, 1974).

Era una lettura interessante del movimento studentesco e della contestazione – molto forte allora – del ruolo istituzionale del Pci. Sappiamo come andò a finire. Le schegge impazzite del movimento, il terrorismo, gli anni di piombo. Asor Rosa forse schematizzava, ma coglieva un punto: lo scontro a sinistra e la necessità di confrontarsi col movimento e la “seconda società”. Bene. Il vecchio schema è sostituito, oggi, dal concetto di società liquida (Bauman), tutto è più complicato e frammentario; non ci sono più due società, ma molte e variegate e fluide frammentazioni sociali rappresentate in gran parte, con effetti di contenimento della rabbia sociale, dai pentastellati. E tuttavia c’è il tentativo d’affermare – ancora, e in modo manicheo – che dentro il Parlamento ci sono due forze (espressione di due società): una istituzionale e l’altra antisistema. È lo storytelling di Renzi: la buona politica – riformista e moderna – è incarnata dal suo governo e dal clone-Gentiloni; il resto è disgregazione, populismo, distruzione.

Due società e due modi di vedere la politica, dove – ci mancherebbe! – il renzismo è il bene e tutto il resto (dai 5Stelle ai democratico-progressisti) l’incarnazione del male. Le favole però si scontrano con la realtà. È un disastro, per la narrazione Pd, che un processo in corso mostri – con le dichiarazioni di Buzzi e Carminati – di cos’è fatta certa politica. Nella favola renziana la dicotomia è netta: l’universo pulito – il suo – è in conflitto con l’inganno. Poi scopri che non è così: Poletti che fa il figo lo trovi a cena con Buzzi; Madia, a scopiazzare la tesi; Lotti, impelagato – così dicono i magistrati – in affari di cui deve rispondere in tribunale.

Per non dire di Papà Renzi. Fine della favola: renziano/antirenziano; pulito/corrotto; istituzionale/antisistema. I vari Lotti, Poletti, Madia si mostrano per quello che sono: inganno e ipocrisia. E allora, altro che aristocrazia politica. Il mondo di sotto – per dirla con Carminati – “ha i suoi tre comandamenti e li rispetta”; quello di sopra, non ne rispetta nessuno. Cosa aspetta la ministra Madia – furbetta che plagia la tesi di dottorato – a dimettersi? Cosa aspetta Poletti a vergognarsi dell’uso (continuo) di metafore offensive? Parmenide evidenzia il nesso tra “pensiero ed essere”. Cosa dicono i pensieri di Poletti del suo essere? Delle due società – per usare ancora quest’immagine – quella che incarna le istituzioni è maleodorante. Negli anni Settanta c’era Berlinguer a rappresentarla: “Il Pci come istituzione” (Asor Rosa), barriera d’ogni deriva antidemocratica. Oggi, tra i politici al governo, solo difese corporative: ultimo il caso Minzolini. E qualcuno si meraviglia (Sebastiano Messina, Repubblica, 30 marzo) che i leader 5Stelle non si facciano intervistare in Tv con questa genia di politici. Fanno bene.

Marcano una differenza. La nuova politica passa per la distruzione di quella castale, definitivamente marcia. Una domanda a Sebastiano Messina: Repubblica ha scoperto il caso Consip con due mesi di ritardo; quando scoprirà che Madia ha copiato la tesi di dottorato? Quando informerà i suoi lettori? Non so se esistano ancora le due società di Asor Rosa. Esistono – eccome! – due “società” giornalistiche: una nasconde e occulta; l’altra mostra e denuncia. Nel primo decennio (gli anni dell’assoluta indipendenza) nessun ministro sarebbe stato “coperto” da Repubblica in modo così palese e ostentato.

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