Campania, Cronaca, Inchieste, Interno, Politica

Il Fatto: “A Benevento un voto costa 50 euro”

Tariffario – Indagine sulle preferenze “raccolte” da una lista Udc che sosteneva Mastella

(di Vincenzo Iurillo – Il Fatto Quotidiano) – Ben 1.500 euro per un pacchetto di 30 voti, 7.500 euro per un servizio completo: 30 voti di altrettanti rappresentanti di lista, assoldati non solo per esprimere la preferenza ma anche per presidiare il seggio elettorale. Sarebbe stato questo il “tariffario” a Benevento durante la campagna elettorale per le amministrative del maggio e giugno 2016 vinte da Clemente Mastella.

È proprio una lista che ha appoggiato l’ex Guardasigilli – estraneo a questa vicenda – a trovarsi implicata in un’indagine di voto di scambio. Si tratta dell’Udc, una delle quattro liste di centrodestra che ha contribuito alla vittoria di Mastella, raggranellando il 4% e 1.551 voti. È presente in giunta con l’assessore alla Cultura Oberdan Picucci, tirato in ballo in questa storia. Nei giorni scorsi la Procura ha notificato un avviso di richiesta di proroga delle indagini ad Armando Salierno, il presentatore dell’Udc, delegato dal commissario regionale, il parlamentare Giuseppe De Mita (anche lui estraneo all’inchiesta). L’atto consegnato a Salierno rende pubblica l’esistenza di un’inchiesta nata da un esposto-querela alla Digos di una candidata non eletta dello scudocrociato, l’avvocato Donatella Parente. Il pm Francesca Saccone ha iscritto due persone nel registro degli indagati e ha delegato ulteriori accertamenti alla Squadra Mobile, che già lavora su altri filoni di voto di scambio, uno dei quali riguarda il consigliere comunale di Forza Italia Giovanni Russo.

Il 21 giugno 2016 la signora Parente varca gli uffici della Digos e racconta al vice questore una storia da accertare. Prima spiega come è nata la sua candidatura (“fu chiesta esplicitamente dal consigliere comunale uscente e capolista Udc, Oberdan Picucci e da De Mita”). Poi arriva al nocciolo. Ovvero alle tre richieste di denaro fattele da Salierno presso il suo studio legale. L’ultima in compagnia di Picucci.

Parente dice di aver acconsentito solo alla prima, di 750 euro, nell’aprile 2016, “per le spese del partito”. “Gli chiesi un Iban, mi rispose che voleva i contanti”. Glieli consegna. Servirebbero per la sede Udc, che alloggia nel Caf di Salierno, in via Gaspare del Bufalo. “Mi disse che tramite il Caf, Italia Lavoro e la gestione di Garanzia Giovani poteva disporre di molti voti”. Nelle altre due occasioni, il 23 e il 24 maggio, una settimana prima delle elezioni, la Parente – che cita come testimone una collega che avrebbe ascoltato i colloqui – afferma che Salierno “unitamente a Picucci aveva ‘individuato’ una numerosa famiglia che disponeva di 30 voti e pronta a votare me e Picucci per 1.500 euro. Dissi di no e lo accompagnai educatamente alla porta, ma il giorno dopo si ripresentò, stavolta con Picucci, alzando il tiro: 7.500 euro per 30 rappresentanti di lista che avrebbero votato me e Picucci. Sconvolta, risposi che ci saremmo aggiornati”.

La signora si confida col marito, Arturo Mongillo. Da quel momento in poi terrà lui i rapporti per le cose “inerenti alle elezioni”. La Parente è stata risentita a settembre. La Mobile ha poi ascoltato diversi testimoni. Salierno conferma la proroga indagini: “Ma non ho nulla da dire, non so nulla”. Picucci precisa: “Io non ho ricevuto notifiche”. L’inchiesta va avanti.
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