Cronaca/Editoriali/Interno

La casa una e trina

(Marcello Veneziani) – Dove stiamo andando? Sempre verso casa, scriveva Novalis. L’Italia è il paese che ha la più alta percentuale al mondo di proprietari di case. Gli altri popoli non vogliono immobilizzare i loro capitali e la loro vita in quella Grande Cuccia o grembo materno.

Quando ci dicono che stiamo peggio degli altri paesi europei pensiamo a questo primato mondiale. È il nostro matriottismo. Non house, ma home; calore domestico. Nella Casa c’è tutto il mammismo, il gusto per la cucina, l’individualismo e il familismo nazionali. Nella casa c’è il ricordo, il rifugio, la ricompensa, la vita vera.

La casa è la proiezione di un corpo umano. Il suo corridoio è il suo sistema circolatorio, con le sue arterie e le sue vene, dove scorre il sangue e poi affluisce in ogni singolo organo vitale. Il suo cuore è il focolare che poi riscalda e irrora ogni ambiente. La sua testa è il soggiorno, le finestre sono i suoi occhi, i balconi sono i suoi polmoni.

L’intestino della famiglia si chiama cucina e il retto si chiama bagno dove si posano anche le natiche; le arti superiori e inferiori riposano nelle camere da letto dove dimorano anche i genitali. La casa è la proiezione delle membra e dei loro abbandoni. Nel suo insieme ogni casa ha un suo carattere speciale: quell’impronta d’unicità è l’anima della casa.

Viviamo con la mente in tre case: la casa natale – o delle origini – la casa vivente – o del presente – e la casa ideale – o dei sogni. Raramente le tre case confluiscono in una sola, a volte si accorpano due di esse, in formazione variabile.

I ponti collegano due sponde, non tre. In rari casi infatti la casa natale è la casa presente, in altri casi accade che la casa ideale coincida con la casa delle origini, ma è quasi impensabile che la casa vivente coincida con la casa ideale. L’ideale ispira il reale, ma è arduo pensare che vi coincida, cesserebbe di essere ideale.

In una sequenza puramente temporale, la casa natale s’identifica col passato, la casa vivente col presente e la casa ideale con un utopico futuro. In una dimensione spirituale, le case dell’anima sono quella natale e quella ideale; case trascendenti, soprannaturali. Ma può accadere che dimora spirituale sia anche la casa presente, se i suoi abitanti hanno un legame non occasionale, convenzionale o solo corporale.

Quando una casa si percepisce come unità e quando la sua coesione è affidata alla sorte e non al patrimonio, all’essere e non al suo farsi e disfarsi, allora la casa abitata coincide con la casa dell’anima.

La casa del destino ha visto nascere e morire al suo interno, ha ospitato le più grandi gioie e i più gravi dolori. Il tempo più significativo si è raccolto in quello spazio, in cima allo scorrere quotidiano della vita ordinaria.

La casa natale può anche non essere la casa ove si nacque, o può essere la casa dei propri antenati, dei nonni, o la casa di villeggiatura o dell’infanzia, comunque è la casa in cui ha avuto luogo più che altrove la formazione della propria identità e il proprio incanto; è la casa mitica del passato perenne, che ti resta dentro anche se muti abitazione, città, universo.

È la casa che ci portiamo dentro come un incancellabile codice genetico; la casa abitata da care e vocianti presenze e da una sovrabbondanza di segni, di oggetti, di simboli, di altari domestici, di piccoli totem e altrettanti tabù che raccontano la vita più di quanto possano raccontarla gli stessi protagonisti.

Le figure dei santi e dei nonni sul comodino, vegliati da un lumino perpetuo che di notte allunga le ombre, il salone da aprire nelle grandi occasioni, l’angolo dello studio da non visitare perché in un sogno infantile apparve dietro la tenda uno strano animale, lo stanzino delle meraviglie, l’anfratto recondito da visitare al buio, dove erano riposti gli arnesi e i feticci del passato…

La casa ideale può essere un mito di fondazione a cui vorresti conformare le tue dimore postume o provvisorie, di cui la casa reale ne è solo la pallida copia o il vago annuncio. La casa sognata è il frutto della congiunzione tra l’archetipo e l’idealtipo, cioè tra la casa delle origini e la casa della destinazione ideale; il ricordo dell’una assume i tratti della casa ideale e le fattezze immaginarie dell’altra trasfigurano la casa d’infanzia.

I mattoni della casa ideale sono fatti di sogni e ricordi, utopie e nostalgie, che si mescolano fino a rendere quasi impossibile distinguerli. (Vi è poi a latere, distaccata, una quarta casa assai diversa dalle altre, denominata estrema dimora che presso gli egizi si chiamava Casa Eterna, opposta agli asili/esili mondani).

L’anima viandante ha bisogno di un luogo che sente come casa. Concorrono ad animare la casa non solo coloro che l’abitano o l’hanno abitata ma anche presenze allusive, lari e penati in forma di autori, opere e libri, ritratti e paesaggi, oggetti simbolici legati a esperienze spirituali, luoghi, anfratti e finestre, eventi e passaggi.

A volte le cose parlano all’anima più delle persone. E non solo le cose che recano o captano segni e segnali e riversano messaggi, parole, musiche, voci, immagini. Ma anche oggetti plasmati da chi li visse o da chi li creò, scatole nere di esistenze personali e comunitarie che raccontano la loro presenza e se le porti all’orecchio spirituale come conchiglie ti fanno sentire il muggito della vita, le onde dei ricordi.

La casa dell’anima è il luogo degli oggetti parlanti. Quante tende animate dal vento hanno velato e svelato intimità quasi respirando come i suoi abitatori, quanti bicchieri hanno baciato bocche assetate trattenendo l’orma di parole, sospiri e pensieri, quanti secretaire hanno custodito memorie, spasimi e vestigia, quanti letti hanno accolto gli eventi più significativi nella vita di un uomo, di una donna e anche le loro capitolazioni; al sonno, ai sogni, all’eros, ai lattanti, all’ozio, alla malattia, agli sconforti.

Il letto è il luogo della resa.

Ogni casa dell’anima ha una cripta dove custodisce le sue radici segrete, ha le sue nicchie inviolate e i suoi punti di accoglienza e ritrovo, gli angoli reconditi o perfino proibiti, le soffitte e le cantine dove è depositato il passato in cassapanca e il futuro in forma di provviste; una costellazione di luoghi e di atti sacri, di riti e di liturgie, e perfino un odore suo inconfondibile e un intreccio tutto suo di zone d’ombre e punti di luce.

A coglierlo a volte è solo uno dei suoi abitatori, gli altri li vivono e li respirano inconsapevolmente, o ne sono ignari.

La soglia di una casa del destino separa il luogo sacro dal mondo profano, modula e distingue due tipi diversi di presenza e di esistenza, ha una sua atmosfera irriproducibile che ne costituisce il suo fiato e la sua magia. Entrando, avverti il passaggio, percepisci la differenza.

La vera casa ci mette ad agio, in assoluta intimità, ci fa sentire interamente, teneramente e profondamente noi stessi. È il luogo in cui siamo disarmati, offriamo inermi la vita e il corpo senza maschere né precauzioni.

L’avvertiamo come luogo dell’autenticità più genuina, in cui siamo noi stessi e ritroviamo la continuità con ciò che fummo e ciò che saremo. Dove stiamo andando? Sempre verso casa.

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