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“Tante scuse”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – L’inesorabile degradarsi della classe politica si riscontra anche nel suo scusario: il prontuario di alibi e giustificazioni da cui pescano lorsignori per assolversi quando vengono colti sul fatto. In questo, B. rimane un fantasista ineguagliato. Ruby (marocchina) nipote di Mubarak (egiziano) resterà negli annali e ci vorrà del talento per superarla. A corollario, fu notevole anche l’“utilizzatore finale”di prostitute escogitato dall’on. prof. avv. Niccolò Ghedini, senza dimenticare la scusa dello stesso B. sul tariffario milionario di Ruby per tre o quattro “cene eleganti”: “La pagavo perché non si prostituisse”. Sublime. Soltanto Claudio Scajola, con la casa al Colosseo acquistata a sua insaputa da un altro, si avvicinò a quelle vette – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 7 aprile 2017, dal titolo “Tante scuse”. Ci fu anche il comandante Schettino, la notte del naufragio della Costa Concordia al Giglio, che abbandonò la nave per primo “per senso di responsabilità” e quando De Falco lo sgamò (“Torni a bordo, cazzo!”) rispose “sono qua sotto a coordinare i soccorsi, ora vado a bordo”, invece era già all’asciutto, aggrappato a uno scoglio, e poi sulla banchina per chiamare mammà (di nome Rosa, e quale sennò) e infine il taxi per l’hotel Bahamas, e disse pure che non era colpa del suo inchino da ganassa, ma di un maledetto “sperone di roccia non segnalato, la carta nautica dice che non doveva essere lì” (il famoso complotto degli speroni spuntati a sua insaputa): però, inspiegabilmente, il genio non faceva politica.

Poi, dai professionisti, si degradò rapidamente verso i dilettanti. Matteo Orfini, collezionista di fischi da far impallidire una cantina sociale, è sempre a caccia di scuse. Memorabili quelle per Mafia Capitale, con mezzo Pd romano al servizio di Buzzi e Carminati: “Buzzi era insospettabile, un incensurato” (aveva solo un ergastolo per aver assassinato un collega bancario con 34 coltellate) e, quanto a Carminati, “chiederò al Copasir com’è possibile che i servizi segreti non si siano accorti di cosa stava facendo una persona a loro evidentemente nota e non abbiano avvertito”. Dovevano regalargli il dvd di Romanzo Criminale o un libro a scelta sulla Banda della Magliana. Poi c’è la candidata del pd a governatore di Liguria, Lella Paita, che riesce a regalare la Regione a Giovannone Toti e poi dà la colpa alla misoginia dei genovesi: “A questa città le donne non sono mai piaciute”. Ma il nuovo idolo è il sottosegretario alla Difesa, generale Domenico Rossi. Il 18 aprile 2004 Renzi disse che “i sottosegretari vanno a piedi, per loro non c’è bisogno dell’autoblu: prendano il taxi, l’autobus, la metropolitana, la propria macchina, il motorino…”.

Mancava solo il monopattino. Ma il mustacchiuto generale non se ne diede per inteso e già un anno fa fu beccato dalle I e ne con l’autoblu sotto casa per andare al ministero: “Vado sempre con la mia, ma a volte ho le interrogazioni parlamentari nella cartella e non posso prendere l’autobus. Forse ho sbagliato, ma onestamente, in buona fede”. Ecco, ci dev’essere una legge che vieta di portarsi le interrogazioni s ul l’autobus e – pare – anche sulla metro. Ora le interrogazioni fioccano su di lui, ma il governo non risponde (saranno finite sotto l’autobus o la metro). L’altra sera però le Iene lo vedono uscire dal ministero sulla solita autoblu, che lo scarrozza sulle corsie preferenziali dribblando il traffico del derby Roma-Lazio fino a piazzale Clodio, a 1 km dallo stadio. Lì lo preleva un amico con la sua vettura fino al parcheggio riservato della tribuna Vip, dove i due riemergono proprio sotto il doppio mento di Lotito a godersi la partita. All’uscita il sottosegretario fa il furbo con la iena Filippo Roma, non sospettando che l’ha pedinato: “Hai sbagliato tutto, sono venuto col mio amico”. Il gentleman al suo fianco conferma: “L’ho preso per strada, a te chettefrega dove? So’ cazzi miei, dillo pure in tv: cazzi miei”. E come ci era arrivato il sottosegretario in piazzale Clodio? “Cor carro armato”. Passa un tifoso e butta lì: “Tanto pagamo noi”. Il Vip resta muto e biascica “tranquillo, tranquillo”. Per molto meno ci si dimette pure in Burundi.

Ma qui c’è Marianna Madia, colta sul Fatto con la tesi di dottorato copiata nel 2008 all’Imt Alti Studi di Lucca. Anziché arrendersi all’evidenza e dedicarsi al giardinaggio, annuncia querele e parte in quarta: “Non sta a me giudicare la qualità del prodotto”, cosa che nessuno s’è sognato di chiederle, manco fosse la salumaia davanti al cliente che contesta la bontà del prosciutto cotto. “Sarei stata scorretta per aver omesso di aprire le virgolette su qualche frase, dopo aver citato l’autore poche righe sopra o poche righe sotto. Insomma non solo sarei stata scorretta, ma persino un po’ tonta”. Veda un po’ lei, però riportare interi brani altrui senza aprire le virgolette non si chiama “citare”, ma “copiare”. “Addirittura, mi si contesta di aver copiato le formule matematiche che ho utilizzato per arrivare alle conclusioni: come se utilizzando il teorema di Pitagora, mi si accusi di plagiare Pitagora!”. In effetti, se uno spaccia il teorema di Pitagora per il teorema di Madia, si chiama plagio. Ma sentite Pietro Pietrini, direttore dell’Imt: “Parlare di plagio non ha alcun senso. Nella peggiore delle ipotesi, possiamo parlare di un’ingenuità dovuta alla giovane età”. In effetti Marianna è sempre stata molto precoce: nel 2008 aveva appena 28 anni, ed è noto che le tesi di dottorato non si presentano mai prima degli 88 anni. La povera Alessia Morani, addetta alla teledifesa delle cause renziane perse quando Rondolino e Romano riposano, sfodera un argomento poderoso, definitivo: “E allora uno come Di Maio, fuori corso da un po’di anni?”. Con la stessa logica poteva aggiungere: “E allora Oslo, capitale della Norvegia da sempre?”.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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