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Gianluigi Paragone: “Quanti rosiconi sul raduno M5S”

(G.Paragone – Libero Quotidiano) – Mi fa un po’ sorridere la spocchia culturale con cui alcuni soliti ambienti guardano alla giornata di studi che la fondazione dedicata a Gianroberto Casaleggio ha organizzato a Ivrea. Mentana che deve spiegare, magistrati che devono giustificarsi, professori che devono presentare un attestato di terzietà accademica: perché questo esame del sangue?, perché organizza una fondazione che ha in Casaleggio il suo ispiratore? È troppo facile ricordare che situazioni analoghe sono state organizzate sotto le insegne di partiti di sinistra o che la sinistra ha formato e indottrinato coorti di magistrati, di giornalisti e di professori; e bene ha fatto, aggiungo. Fintanto che la formazione era una priorità della politica, queste occasioni di incontro erano il pane quotidiano, talvolta persino un fiore all’occhiello. Poi è successo che la sinistra ha smarrito il senso politico preferendo la scorciatoia del «cotto e mangiato».

Dal tema del lavoro a quello più in generale di un modello economico alternativo, passando per la definizione di un modello sociale, la formazione era ciò che dava densità all’esperienza politica. Nelle sezioni si chiamavano esperti d’area, lasciando ai seminari il dibattito con chi – da altre punti di vista – poteva in qualche modo garantire un confronto formativo. Era un altro mondo, direbbero alcuni. Invece no. Il mondo è lo stesso. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, è proprio adesso che la crisi sta scombinando la società che occorre riflettere su quale bussola politica.

La fondazione Gianroberto Casaleggio sta dando prova di spazzare via quella definizione di antipolitica maliziosamente appicciata ad arte dai suoi detrattori. Si tratta di un confronto, di una giornata di studio, insomma di uno di quegli appuntamenti che dovrebbero tornare ad essere centrali nei partiti e nele fondazioni politiche, spesso sterilizzate dal solito ristretto circolo di relazioni. L’idea di etichettare coloro che vi prenderanno parte (io tra essi) nasconde un vizio velato di malafede oltre che un errore di presunzione. È malafede laddove non si vuole riconoscere il salto di qualità di un’area politica che rappresenta una fetta considerevole di cittadini italiani; riconoscerlo, significherebbe infatti non «emarginare» i pentastellati nel perimetro dei freak politici (come i tanti fanno di proposito). In altre parole, ciò che potrebbe consumarsi sabato a Ivrea è una evoluzione sostanziale di un movimento che trae nella rete la propria linfa vitale ma che spesso lì anche si intossica.

La politica ha bisogno di tornare a pensare, a non chiudersi nella superficialità degli slogan o della comunicazione mordi e fuggi. Il vecchio comizio era formazione oltre che appartenenza. Oggi tutto viene ristretto e respinto da finti ricatti tipo «ce lo chiede l’Europa», «ce lo impone il pareggio di bilancio»: insomma c’è sempre un babau che sterilizza l’idea di pensare una politica oltre il neoliberismo. L’idea di ampliare questo perimetro è un passo avanti verso la politica, non verso l’antipolitica o il populismo. L’intensa campagna referendaria mise al centro del dibattito la Costituzione, quale punto di equilibrio da difendere: quel filo politico va ripreso proprio perché il 4 dicembre non fu il giorno del giudizio universale contro Renzi. Fu battuto il suo disegno politico, ma l’oggetto del dibattito non si esauriva su di lui. La politica si alza sulle punte solo quando rimette il pensiero prima dell’azione: una bussola che non indica i punti cardinali è inutile.

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