Cronaca, Interno, Politica

Frittura di pesce anche alle primarie

(Alessandro De Angelis – huffingtonpost.it) – In Campania, feudo di Vincenzo De Luca, fritture di pesce anche alle primarie, senza tante chiacchiere e discussioni. A guidare la lista che sostiene Matteo Renzi alle primarie del Pd, c’è Franco Alfieri, l’uomo delle clientele organizzate “come Cristo comanda”: “Franco – disse De Luca nella famosa riunione con 300 amministratori – vedi tu come madonna devi fare. Offri una frittura di pesce, portali sugli yacht, fai come cazzo vuoi tu! Ma non venire qui con un voto in meno di quello che hai promesso!”. A Salerno, come capolista della lista per Renzi, invece c’è Piero De Luca, il primogenito del governatore.

È il “sistema” De Luca – familismo e voto organizzato – che Luca Lotti ha protetto e benedetto sin da quando piombò a Salerno prima del 4 dicembre: “Piero è un amico”. Per il primogenito, il posto da capolista oggi prepara quello alla Camera nel 2018, mentre il cursus di suo fratello Roberto prevede che quando avrà finito di farsi le ossa come assessore a Bilancio di Salerno, gli si spalancheranno le porte del consiglio regionale, sempre grazie ai voti di papà. E al suo sistema. Che resiste alle tegole giudiziarie.

Piero De Luca è imputato per bancarotta fraudolenta, nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento della Ifil, società satellite del pastificio Amato che secondo gli inquirenti faceva affari sia con il pastificio sia con il comune di Salerno. Alfieri, diventato nel corso della campagna per il referendum uno dei simboli di un sud eternamente uguale a se stesso, clientele e capibastone, voto organizzato e potere ostentato, è indagato pure lui. Un’inchiesta lo vede coinvolto in abuso e peculato, assieme ad alcuni fedelissimi e al fratello della giovane deputata del Pd Sabrina Capozzolo, fino a poco tempo fa in segreteria nazionale del Pd come responsabile politiche agricole del Pd. Alfieri non fu candidato come consigliere regionale proprio perché coinvolto nell’inchiesta Due Torri, dove si avvalso della prescrizione, ma fu poi nominato da De Luca “consigliere politico” in Regione. Ora, da capolista, può nutrire anche lui il sogno di De Luca jr, di entrare nel Palazzo più importante dalla porta principale.

Perché è chiaro che quando si parla di liste, nessuno si scanna per far parte dell’assemblea nazionale del Pd, ma per far parte del Parlamento della Repubblica. A questo serve pesarsi. E se in Campania è tutto “razionale”, “scientifico”, nel resto d’Italia è una faida di bande. In Sicilia, ad esempio, ne ha fatto le spese il sindaco Enzo Bianco, che è fuori dalle liste a Catania. Dove il potente sottosegretario Davide Faraone si è impuntato, per mettere la lista in mano alle figure di spicco del famoso Articolo 4, il movimento regionale molto legato al sistema di potere di Totò Cuffaro. A partire da Valeria Sudano, eletta nel centrodestra e nipote del famoso macinapreferenze Mimmo Sudano. La trasmissione Presa diretta di Riccardo Iacona si soffermò proprio sui coi rapporti tra i Sudano e i Proto, il gruppo titolare dell’azienda Oikos che gestisce la discarica di Motta Sant’Anastasia, oggi commissariata dopo che Mimmo Proto è stato arrestato a seguito di un’indagine per corruzione. Alle telecamere di Iacona il patriarca della famiglia Proto, padre di Mimmo, disse candidamente: “Qui tutti vengono a chiedere soldi e posti di lavoro. Che ne sa lei?”

Il sistema di potere di Sudano e Proto, anche in quel caso “come Cristo comanda” per diversi lustri è stato il bersaglio della sinistra pre-Renzi. Assieme alla Sudano, Luca Sammartino, eletto nell’Udc, che Faraone avrebbe voluto capogruppo del Pd all’assemblea regionale siciliana. E Pippo Nicotra, sindaco democristiano di un comune, Aci Catena, poi sciolto per mafia, poi Nuovo Psi, Udc (con Cuffaro), Movimento delle autonomie nel 2006, poi Pdl, indagato per falso e tentata truffa: “Il nuovo si costruisce con l’esperienza” era il suo slogan ai tempi del cuffarismo trionfante, quando il suo faccione era sui manifesti dell’Udc. Anche loro sono destinati a entrare nell’assemblea del Pd di Renzi.

Catania e Salerno, il volto più retrivo del sud. Arezzo, simbolo della faida di potere tutta interna al renzismo. Raccontano i ben informati che l’altra sera il deputato del Pd Marco Donati, molto legato alla Boschi, ha perso i nervi. E se ne è andato da una riunione portandosi via le liste, tranne poi tornare dopo una quarantina di minuti: “Arezzo e la Toscana – dice una fonte molto interna – stanno esplodendo”. Maria Elena Boschi si candiderà lontano, molto lontano dalla città della Banca Etruria, dove le sarebbe difficile una campagna elettorale senza contestazioni. È la numero uno della lista a Roma Eur, dove l’altra volta era candidato Stefano Fassina, da sempre residente a Roma. Tornando alla riunione, pare che Donati sia sbottato quando gli hanno chiesto, da Roma, di mettere nelle liste la portavoce di Martina. Tentativo poi fallito. Il grande regista della renzizzazione totale del partito, attraverso i suoi uomini, è Luca Lotti. A Firenze non è stato candidato il segretario cittadino, a Livorno non è stato candidato il segretario provinciale: “Lotti – dice una fonte al Nazareno – ne ha chiesti trecento, Franceschini 160, per intenderci”.

Il renzismo è un recinto di potere sempre più stretto, nella sua concezione. Pochi referenti , in ogni regione. E il potere nelle mani del “giglio”. In Campania è stato scaricato Francesco Nicodemo, uno che ha lavorato a palazzo Chigi. In Basilicata in lista ci sono gli uomini del governatore Pittella. Il senatore Salvatore Margiotta ha parlato di una “partenza con un forte handicap”, con una lista che rischia di “non coinvolgere, e in alcuni casi addirittura respingere, elettorato, militanti e simpatizzanti”. Solo in Campania funziona tutto come un sistema razionale, scientifico, come “Cristo comanda”.

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