Cronaca, Editoriali, Interno

Ci siamo disabituati all’incubo atomico

Erano i film, i fumetti, i cartoni animati, i romanzi di fantascienza che ti facevano crescere con l’ipotesi di un futuro post atomico, post moderno, post umano. Ti vedevi «sopravvissuto» (l’ottimismo è l’altra faccia degli anni ’80). Come in The day after, con le bombe sovietiche che spazzano via Kansas City alle 15,38 e poi a catena tutto il resto, da Ovest ad Est, e quelli che restano riemergono nel nulla e si arrabattano, nuova razza di un’umanità raminga. E il trailer in italiano che predica: «Se questo giorno dovesse venire sarebbe la fine di tutti i giorni». L’altra ipotesi è che siamo salvi per un lancio di dadi fortunato, per un nonnulla più forte della follia degli uomini o dei computer, come nel Dottor Stranamore o in Wargames. Qualcosa o qualcuno ci ha fatto la grazia. In realtà è andata proprio così. Quello da ringraziare è il tenente colonnello dell’Armata rossa Stanislav Petrov. A mezzanotte e un quarto del 26 settembre 1983 questo ufficiale è di servizio al bunker Serpuchov 15 con il compito di monitorare il sistema satellitare anti missili Usa. Quello che vede sul monitor sono cinque testate nucleari partite dal Montana e dirette in Unione Sovietica. L’ordine è di lanciare l’allarme e contrattaccare immediatamente. Petrov non ci crede. Ritiene l’attacco inverosimile e non dà retta a quello che vede sullo schermo. E ha ragione. Il sistema era impazzito. Nessuna medaglia, però. Verrà congedato, senza gloria.

Tutto vero. Siamo sopravvissuti senza apocalisse agli anni ’80. La «deterrenza» della paura ha funzionato. Quel Muro a Berlino finalmente è caduto. Il secolo breve a quel punto avrebbe dovuto rallentare e dopo tanto orrore e tanta ansia darsi una calmata. Qualcuno pensò che il peggio era passato, Fukuyama sostenne che la nave era arrivata in porto: fine della storia. Niente più superpotenze. Niente rossi e blu. Nessun mondo diviso in due. Niente imperi. E la Germania unita. Sospiro. Solo che poi l’ottimismo ci ha fregato.

Quel mondo a due piazze aveva un suo equilibrio. Nessuna nostalgia, ma bisogna essere realisti. Quando la Guerra fredda si è spenta con la vittoria dell’America, impero riluttante, la mappa della terra si è riscaldata. Ognuno aveva qualcosa da rivendicare. I primi a svegliarsi, come spesso capita, sono stati i Balcani. La Jugoslavia era una nazione finta. La Jugoslavia era serbi, croati, bosniaci, macedoni, montenegrini, kosovari. L’Europa si è ritrovata la guerra civile all’uscio e ha spento la luce, fingendo di dormire. La Cina ha scoperto il capitalismo e si è comprata il debito pubblico americano. La Russia non è più sovietica ma ha ritrovato uno zar post comunista. E a rendere minaccioso come non mai l’orizzonte è riemersa dal passato la guerra santa del fondamentalismo islamico. Obiettivo: sgretolare ogni sicurezza del maledetto Occidente. La Storia, quella che doveva finire, non solo è viva, ma è profondamente isterica e balla sulle macerie del futuro che avevamo immaginato.

Adesso stiamo qui a interrogarci su cosa intenda davvero fare Donald Trump. Quello che sappiamo è che l’America è tornata a fare l’impero. Interviene. Lo fa in Siria con Assad. Lo fa con i talebani in Afghanistan. Punta e mira la Corea di Kim Jong-un, ultimo rampollo di una dinastia che non conosce la parola moderazione. Il presidente americano cerca un nuovo equilibrio, ma tutto questo ha un costo. L’imprevisto. Si torna a giocare a dadi con lo spettro nucleare. Solo che tutto questo quasi non ci spaventa. È strano. Ma proprio l’immagine dell’apocalisse, a differenza degli anni della Guerra fredda, arriva sfocata nel nostro immaginario. L’atomica è solo un altro dei tanti spettri che impazzano in questi anni.

Ci stiamo abituando, e rassegnando, alla paura.

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