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Perché Lucio Battisti è il più grande artista rock italiano

(barbadillo.it) – Non che manchino gli elogi a Lucio Battisti, figuriamoci… ma l’argomento vale ancora una riflessione, perché il suo lavoro arriva ancora a noi con il respiro dei classici, di un andare a tempo coi tempi. La sua voce, i testi, gli arrangiamenti, un po’ tutto questo insieme e allo stesso tempo di più. Probabilmente con Battisti ci troviamo ad ascoltare il più grande artista espresso dal rock italiano.

Le parole che compongono i testi dei brani di Battisti dalla fine dei Sessanta e per tutti i Settanta sono di Mogol. Grazie a Mogol Battisti è libero dall’incombenza di produrre un testo, lavoro che da noi più che altrove rischia di portare alla palude del poetichese (e il rischio vale per le parole di un artista come De André, che lo scansa, sino agli esiti parossistici dei testi di Cristiano Godano dei Marlene Kuntz, che ci cade in pieno).

Battisti si trova nella condizione di non dover pensare alla genesi dei testi, potendo prendere e sfrondare le composizioni di Mogol. Per questo in brani come Fiori di rosa, fiori di pesco o I giardini di marzo, e non solo, può interpretare uomini innamorati, sofferenti e in preda alla disperazione esistenziale senza particolari coinvolgimenti.

Battisti può lavorare con i testi di Mogol senza lasciarsene invischiare, con una leggerezza che gli permette di essere sempre in completa tensione creativa con la sua musica, laddove anche le parole di Mogol diventano suono, finendo per guadagnare un’importanza più grande di quella che prese per sé comunque avrebbero.

I testi del rock non vivono di vita propria (si veda Lou Reed da qualche parte recitare Andy’s Chest, manco fosse un sonetto di Shakespeare e che invece poco a poco frana), se non per qualche particolare e casuale frammento, nemmeno quelli di Mogol, che debbono molta della loro fortuna alla musica di Battisti.

Battisti arriva alle nostre orecchie e ai nostri cuori con la libertà espressiva di un Syd Barrett solista che non ha perso un millesimo di raziocinio, un artista rock ermetico all’intimismo lessicale di molti autori di canzoni italiani.

Con gli anni Settanta poi finisce il premiato sodalizio, Mogol e Battisti si salutano e arriva l’ottimo E già, dove si suppone i testi siano davvero veleziani… o almeno, scrivendoseli il nostro potrebbe aver realizzato il rischio dell’approdo cantautorale, per lui probabilmente esiziale.

E dunque l’inevitabile, lo spunto geniale che è anche accettazione di una lotta corpo a corpo tra la sua musica e le parole, che si realizza negli ultimi anni, quelli che lo vedono incrociare il cammino con il poeta e paroliere Pasquale Panella.

Travisamento fruttuoso, malinteso necessario.

Le parole di Panella sembrano stare in piedi da sé, Battisti le rincorre e le riacchiappa tra foreste rumorose di percussioni elettroniche e bassi che pulsano quando sembrano sfuggire all’ordine stabilito dal suono e dagli arrangiamenti. Te ne accorgi quando sono più declamate che cantate e non si fanno mettere al loro posto.

Le parole di Panella stanno in piedi da sé.  Oppure no?  No, no. In piedi ci starebbero, “Il cofanetto” bianco i titoli li riporta ma i testi, recuperando altrove spina dorsale (?), non sono più quelli. “L’artista non sono io, sono il suo fumista” verseggia il ventriloquo Panella, che davanti a un leggio con sottofondi jazz ci prova (per un tentativo che porta il fumista sul palcoscenico). Sentito una volta, se non piacere, può stancare.

E allora torniamo a capo. È ancora Lucio Battisti, sino all’ultimo respiro.

@barbadilloit

Di Massimo Fontana
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