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“Un pesce di nome Zanda”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Dobbiamo delle scuse ai lettori, ma ogni tanto arriviamo tardi. L’altro giorno ci è sfuggita un’intervista del capo dei senatori del Pd, Luigi Zanda, che spiega quale radioso futuro ha in mente per tutti noi (“Un fronte anti-Grillo: perché anche i Democratici devono sperare in Forza Italia”). L’intervista è stata rilasciata al Foglio e questo spiega e scusa il nostro ritardo: la stampa clandestina, com’è noto, è difficile da trovare. Ma, siccome i nostri politici dicono la verità solo quando pensano di non essere sentiti (pensiamo ai tanti fuorionda rivelatori), proprio per questo Zanda ha scelto il Foglio, essendo venuta prematuramente a mancare l’altro samizdat, l’Unità: nella certezza che nessun elettore del Pd, come nessuna persona normale, legge il Foglio – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 18 aprile 2017, dal titolo “Un pesce di nome Zanda”.
È una vecchia tecnica dei servizi segreti di una volta, che solevano nascondere i loro messaggi in codice negli annunci commerciali dei giornali. Cogliamo dunque fior da fiore, decrittando là dove necessario dal cifrario zandiano.

Forza Pd.

“Forza Italia è nel mezzo di un cammino lungo e faticoso. Il cammino che va da quella forma di populismo tipica del ventennio berlusconiano verso una forma di centrodestra liberale di livello europeo. Quindi confrontabile con i grandi partiti di centro dell’Europa, a cominciare da quelli della Merkel e di Rajoy”. In attesa delle querele di Merkel e Rajoy (che notoriamente leggono avidamente il Foglio, specie quando c’è Zanda), resta da capire da quale novità il pensatore nazareno arguisca la svolta liberale, centrista ed europea di FI: forse dal rinvio a giudizio di B. per corruzione giudiziaria di testimoni nel Ruby-ter, o forse le foto di B. che allatta un agnellino (e viceversa).

Adotta un nonno.

“Questo cammino non è ancora concluso. Dobbiamo sostenere FI a progredire sempre più verso un livello di democrazia liberale europea”. E qui sfugge il soggetto del verbo “dobbiamo sostenere”. Noi della famiglia Zanda? Noi del Pd (unico partito di governo al mondo chiamato a sostenere un partito di opposizione)? Noi della joint venture Pd-Foglio? Noi tutti cittadini italiani? Nell’attesa, Zanda potrebbe usare i rimborsi parlamentari per una campagna di pubblicità progresso, o per una gara di solidarietà tipo Telethon: “Aiuta anche tu un forzista a progredire”, “Adotta a distanza un caimano e un agnellino”, cose così.

L’Ammucchiata.

Si parte da “una gigantesca questione di fondo che è quella della tenuta delle democrazie rappresentative in occidente” e dalle “reazioni che i partiti democratici devono avere al diffondersi delle forze antisistema”.

Ecco, bisogna reagire perché “la posta in gioco è il futuro della democrazia parlamentare rappresentativa”. E Zanda, modestamente, la nacque: “Come nel Dopoguerra, anche oggi dobbiamo sapere che i problemi sono così consistenti e i rischi così seri che maggiore coesione riusciamo a esprimere e più chance abbiamo… Tutte le forze democratiche devono trovare dei punti minimi – o massimi, dipende – di collaborazione”. Ecco, minimi o massimi: dipende. É il nuovo Arco costituzionale, come quello degli anni 70, con il M5S al posto del Msi. Resta da chiarire una cosuccia: quali forze siano democratiche e quali no, ma ci arriviamo.

Scheda grilla, scheda nulla.
“L’Italia ha sete di grandi riforme istituzionali”, come dimostra lo strepitoso successo del referendum del 4 dicembre. “Dobbiamo fare di tutto per realizzarle insieme. È stato un vero peccato non fare insieme la riforma costituzionale”: strano, ci era parso l’avessero fatta Renzi & B. insieme nel patto del Nazareno. “Naturalmente, per arrivare a collaborare sui grandi temi, dovremmo eliminare molta ambiguità”. Giusto: basta ambiguità. Per esempio, “il fatto che i sindaci grillini di Roma e Torino siano stati eletti al secondo turno anche coi voti del centrodestra non è cosa utile”. Giusto: imporre per legge agli elettori di centrodestra di votare i sindaci del Pd, se no la scheda è nulla.

Opporsi è inutile.

“L’alleanza tra FI e Lega, che in Europa sono in coalizioni diverse, non è utile”. Invece, per dire, l’alleanza tra FI e Pd, che in Europa sono in coalizioni diverse, è utilissima. Decide Zanda. Anche “le quotidiane prese di posizione ultraradicali dell’on. Brunetta contro il governo non sono utili”. E questo è il minimo: i capogruppo di opposizione, in una democrazia seria, stanno zitti o, se proprio vogliono parlare, lo fanno a favore del governo.

Prima e dopo la cura.
Dunque avremo un’alleanza Pd-FI nel 2018? “Porre la questione oggi, senza conoscere con quale legge elettorale voteremo e quali saranno i risultati, sia uno sbaglio”. Giusto: se dici agli elettori prima delle elezioni che il Pd si allea con FI, nessuno vota più né Pd né FI. Se invece glielo dici dopo, magari dopo una bella campagna elettorale l’un contro l’altro armati, quando lo scoprono è troppo tardi. Ha già funzionato nel 2013: vedi mai che ci caschino un’altra volta.

Ubi maior, Miniminor.
“Oggi è necessario che il Pd e FI si rispettino reciprocamente e lavorino per trovare i punti su cui maggioranza e opposizione possano convergere. Questo sarebbe, già a fine legislatura, un’operazione di interesse nazionale”. Tipo FI e Verdini che salvano Lotti dalla mozione di sfiducia e due giorni dopo il Pd che salva Minzolini dalla decadenza e dall’interdizione dai pubblici uffici. Si chiama “operazione di interesse nazionale”.

Buoni e cattivi.
Tutto ciò premesso, è venuta finalmente l’ora di svelare chi sono i fortunati vincitori della patente di democrazia made in Zanda. Tutti tranne uno: “non solo il Pd e FI. La Lega Nord lo è; Alternativa popolare lo è, Campo progressista pure e anche altri. I partiti democratici sono partiti che credono nella democrazia rappresentativa”. Ecco, i democratici che devono difenderci dal populismo comprendono anche la Lega, che credevamo irrimediabilmente dannata; e pure FI, Verdini e Alfano, di cui sfuggono i congressi e le primarie, ma soprattutto i voti. Poi, nell’angolo dietro la lavagna, ecco soli soletti i cattivi: “I 5Stelle vogliono la democrazia diretta che, francamente, non ho ben capito cosa sia. È una formula che salta il Parlamento e in qualche modo lo nega”. E chi saranno mai quei 130 deputati e senatori seduti in Parlamento nei banchi dei 5Stelle? Ologrammi (alle ultime elezioni del 2013 furono soltanto il primo partito in Italia). Gente diversa. Forse marziani (rinunciano a 50 milioni di finanziamento pubblico dei partiti). Probabilmente malati (restituiscono la parte non documentata della diaria in un fondo per le piccole imprese). Certamente infettivi (pare che non rubino, col rischio di contagio). Insomma “c’è una differenza enorme tra democrazia parlamentare e dittatura dei clic; la formula 5 Stelle per me non è democrazia”. Parola di Zanda, mica di un pirla qualsiasi. E, come diceva Peppino, ho detto tutto.

I primi saranno gli ultimi.
Resta purtroppo un problema di fondo: i mostri del clic sono primi nei sondaggi e rischiano di prendere più voti degli altri, come e più che nel 2013. Urge dunque una legge elettorale che li faccia perdere anche se vincono: “Le leggi elettorali sono una questione su cui bisogna fare qualsiasi sforzo possibile per trovare convergenze. Non ripetiamo il 2005, quando il Porcellum fu approvato dal solo centrodestra, con un’operazione grave, eliminando un sistema elettorale molto avanzato: il Mattarellum”. Perbacco, guai a ripetere il 2005, se non fosse che il 2005 è già stato ripetuto nel 2015, quando l’Italicum fu approvato dal solo centrosinistra con un’operazione grave, per giunta sotto la regia di Zanda, e soprattutto per sostituire il Porcellum incostituzionale con un’altra legge elettorale incostituzionale. Purtroppo la Consulta se n’è accorta e l’ha fulminata: ne serve subito un’altra che faccia vincere – così, per cambiare un po’ – non i primi, ma i secondi o i terzi (dipende dall’ordine di arrivo). Da approvarsi il giorno prima delle elezioni, così la Corte non fa in tempo a sgamarla. Ci stanno lavorando, per il nostro bene, le vestali della democrazia rappresentativa.
Dall’Arco costituzionale all’Arcore incostituzionale.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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